Marco Caldara - 15 dicembre 2018

NEXT GEN ITALIA: JANNIK SINNER

È tra le migliori promesse del nostro tennis: nato in Alto Adige, a 14 anni si è trasferito a Bordighera per lavorare col team di coach Riccardo Piatti. Il paragone con Andreas Seppi è inevitabile, le ambizioni uguali, forse ancora maggiori: «Voglio arrivare molto in alto. E so di avere le qualità per riuscirci»

Jannik Sinner è seduto a due passi dal campo d’allenamento delle Next Gen ATP Finals, dove è stato invitato insieme ad altri giovani speranze per un torneo parallelo organizzato da Red Bull. A osservarlo, mentre chiacchiera con mamma e papà, la prima sensazione che trasmette è una grande serenità, che cozza un po’ con la musica tamarra sparata dalle casse lì a fianco. Vero? «Vero. Sono un ragazzo molto tranquillo, che non si fa tanti problemi. È la mia miglior qualità». L’accento altoatesino è marcatissimo, figlio di una zona dell’Alta Pusteria dove il 95% della popolazione è di madrelingua tedesca. Addirittura, facendo una rapida ricerca sul Comune di Sesto, 1.900 anime a una manciata di chilometri dal confine con l’Austria, si scopre che quando il Tirolo fu spartito fra Austria e Italia, sarebbe dovuto finire sotto il controllo di Vienna, in quanto posto a oriente della Sella di Dobbiaco, individuata come spartiacque. Tuttavia, per ragioni storiche risalenti alla Seconda guerra mondiale, il confine venne spostato di una dozzina di chilometri, mossa che ci ha lasciato Sesto e San Candido, e ha messo la bandierina tricolore accanto a un nome già finito su tanti taccuini.

Le sue origini si intuiscono soprattutto dalla riservatezza che lo tiene piuttosto lontano da quei social che per molti coetanei sono tutto («su Instagram ho due foto: non fa per me, non mi piace far vedere molto della mia vita») e soprattutto dall’enorme semplicità. Merce preziosa per un diciassettenne dai colpi esplosivi e dal fisico asciuttissimo, che si trova alla partenza di una maratona che chiede sforzi enormi e non dà mezza garanzia. Per percorrerla, nel 2015 Jannik ha scelto il team di Riccardo Piatti e da un annetto viaggia a tempo pieno con coach Andrea Volpini, 29 anni dalla provincia di Siena, e dall’estate 2014 a scuola di coaching nel Tennis Centre di Bordighera.

Come è normale che sia per chi nasce con le piste davanti alla porta di casa, da giovanissimo Jannik sciava, e bene. Sul web si trova ancora qualche traccia del suo passato: è stato campione italiano di slalom gigante, e fino a 13 anni la sua priorità erano le piste innevate, mentre la racchetta riempiva lo spazio di un hobby. «Poi mi sono accorto che lo sci è molto pericoloso, basta poco per farsi male seriamente, così ho preferito il tennis – spiega –. È più vicino al concetto di gioco e a me piace giocare». Dalle sue parti lo praticava un paio di volte a settimana a Brunico, con Heribert Mayer («bravissimo, ha formato tanti buoni giocatori»), poi è stato adocchiato dall’ex pro Alex Vittur, che l’ha suggerito a Max Sartori. Da lì è arrivata l’idea di Bordighera, dove il giovane Jannik si è trasferito a 14 anni per iniziare a vivere e pensare da professionista, accolto in casa dal maestro Luka Cvjetković, tutt’ora in forza al Team Piatti. L’inizio non è stato una passeggiata: «In Alto Adige, anche per una questione di strutture, è più complicato diventare giocatori di tennis. Spostarsi era la scelta corretta per raggiungere certi obiettivi. A Bordighera mi trovo benissimo, siamo come una grande famiglia e stiamo facendo le cose giuste. E se c’è qualcosa che non va, lo dico senza problemi, sono fatto così. Credo che essere sincero con se stessi e con gli altri sia una qualità importante per un tennista. Comunque stiamo lavorando bene, anche se la stagione poteva andare meglio». Frase che la dice lunga sulle ambizioni del giovane, dato che la lista di motivi per pensarla all’opposto è lunga. A febbraio, Jannik è entrato nel ranking ATP, ad agosto ha giocato la sua prima finale in un torneo Futures e subito dopo si è affacciato ai Challenger. Tutto a 17 anni compiuti a metà agosto. Tornei juniores? Già dimenticati. Vincere facile serve a poco e sedersi sugli allori non fa per lui, così dopo i quarti al Bonfiglio ha deciso di alzare l’asticella. Ha fatto bene: il ranking ATP di metà novembre dice 754. Era da tempo che un italiano così giovane non aveva una classifica tanto buona

Di lui, Piatti dice che «ha qualità molto interessanti, perché è dotato di un buon fisico e di un’ottima educazione al lavoro e al sacrificio, caratteristiche che nel tennis rendono tutto più semplice». Jannik le ha ereditate da una famiglia umile: mamma Siglinde e papà Hanspeter lavorano in un rifugio della Val Fiscalina, ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. Lui fa il cuoco, lei la cameriera. «È un bel posto, d’inverno ci si arriva con gli sci di fondo. La mia famiglia è uno dei miei punti di forza, perché mi trasmette tranquillità. Con mamma e papà non parlo molto di tennis, mi permettono di vivere questo percorso con serenità. Nella mia vita di tennis c'è già tanto tennis, è una fortuna avere dei genitori come loro».

L’altra, di fortuna, è che il diciassettenne con le lentiggini si sta facendo le ossa nel momento ideale. Con Fognini e Cecchinato nei primi 20, Berrettini pronto a mettere il naso nella top 50 e Seppi tornato su ottimi livelli, il tennis italiano al maschile ha ritrovato risultati che mancavano dagli anni 70, quindi gli appassionati sono più sazi e i giovani possono crescere con meno pressioni. Un piccolo vantaggio, anche se prima o poi, se tutto andrà come nei progetti, il suo nome diventerà celebre. «L’attenzione della gente è un fatto positivo. Porta con sé un po’ di pressione, ma se si vuole arrivare in alto ci sono aspetti coi quali bisogna imparare a convivere». Lui ci prova con la predisposizione a giocare bene i punti importanti, con un tennis aggressivo e col fioretto di renderlo più solido, perché non si può sempre e solo spingere. «Stiamo cercando di trovare un equilibrio, e anche di migliorare le percentuali al servizio. Ma sono ancora giovane, posso migliorare dappertutto: dritto, rovescio, fisico, testa. Adesso la priorità è continuare a lavorare come si deve».

Per il resto, Sinner è un ragazzo come tanti altri, con la passione per gli sport di velocità e una genuina ammirazione per i big del presente, a partire da Roger Federer («Mai nessuno giocherà come lui, fa cose diverse da tutti gli altri») e Novak Djokovic. A Bordighera ha avuto l’occasione di allenarsi con entrambi, osservarli e rubacchiare qualche segreto. «È stato un onore, anche se è difficile ispirarsi a due fenomeni come loro. E poi ogni giocatore è campione per se stesso e io preferisco concentrarmi sul mio percorso». Il quale, data la provenienza geografica, l’approdo a Bordighera e un allenatore sotto l’ala protettrice di Piatti (come era il giovane Sartori), rende scontato il paragone con Andreas Seppi, tanto che non sorprende scovare su Facebook una foto di Andreas e baby Sinner, datata 2014. «Eravamo al Challenger di Ortisei, è sempre stato il mio idolo e la sua storia è un esempio per tutti. È diventato un grandissimo giocatore perché ha sempre fatto tutte le cose giuste, lavorando con grande impegno e il giusto approccio. Ma i nostri percorsi non sono paragonabili: lui ha avuto la fortuna di trovare Sartori vicino a casa ed è rimasto a vivere a Caldaro per tantissimi anni, mentre io mi sono dovuto spostare già da piccolo». A proposito di Ortisei: là dove quattro anni fa Sinner andava a caccia di autografi, a ottobre si è presentato da giocatore, grazie a una wild card. Ha vinto la sua prima partita in un Challenger, un’esperienza sulla quale tarare gli obiettivi a breve termine. «Nel 2019 mi piacerebbe vincere qualche Challenger: devo crescere dal punto di vista fisico e imparare a giocare ancora meglio i punti importanti, ma il livello penso di averlo».

Guardando più lontano, sembrano esserci tutte le componenti per raggiungere traguardi importanti: «Guardo avanti con ottimismo. Intorno ho tante persone che credono in me, ma il primo sono proprio io. So di avere delle qualità e mi auguro di arrivare in alto». Dove? Inutile, per adesso, accoppiare ai suoi sogni dei semplici numeri.

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