Marco Caldara - 20 dicembre 2018

THE INVICTUS, PAUL GUEST

Inglese, 54 anni, artificiere specializzato nella posa di mine navali, l’esplosione di una bomba l’ha costretto alla sedia a rotelle e causato un deficit visivo e uditivo. Per dieci anni è praticamente rimasto recluso nella sua stanza, con a fianco la moglie Michelle. Poi ha scoperto gli Invictus Games, sorta di Paralimpiadi per veterani di guerra volute dal Principe Harry. E così ha ritrovato la fiducia in se stesso e un rapporto con i suoi figli. Anche se possono bastare le eliche di un elicottero per ributtarlo nell’inferno che ha vissuto
1/5 Paul Guest

Per tutti gli altri era un semplice elicottero che sorvolava il New South Wales Tennis Centre di Sydney. Per Paul Guest, 54 anni da Rockford (Gran Bretagna), ex dipendente della Marina Militare britannica, è stato un flash sufficiente a ributtarlo nel passato, facendogli dimenticare momentaneamente tutto l’impegno profuso per rinascere. La sua partita di tennis in carrozzina agli Invictus Games, una sorta di Paralimpiadi per veterani di guerra che hanno contratto disabilità in servizio, si è trasformata di colpo in un vortice di ricordi terrificanti, paure e debolezze che Oltremanica chiamano PTSD: disturbo da stress post-traumatico, o più comunemente nevrosi da guerra. È bastato il semplice rumore delle eliche per riportarlo ai tempi di The Troubles, il conflitto nordirlandese scoppiato negli anni Sessanta e che si è chiuso solo nel 1998. Paul lavorava come artificiere specializzato nella posa di mine navali quando nel 1987, a causa dell’esplosione di una bomba, rimediò danni irreversibili alla spina dorsale, un deficit visivo e una parziale sordità, ma soprattutto una brutta bestia che gli ha fatto molto più male di tutte le lesioni fisiche, e di tanto in tanto riapre una ferita impossibile da rimarginare completamente.

Come a Sydney: toccava a lui servire, nel tie-break del secondo set, ma di colpo è rimasto completamente immobile, incapace di alzare la testa per colpa di quel dannato elicottero, lontano per tutti ma vicinissimo per lui, al punto da farlo scoppiare in lacrime, in un angolo del campo. «Il rumore dell’elicottero – ha dichiarato dopo il match – mi ha proiettato in un mondo completamente diverso. Soffro di PTSD e ho molti flashback del passato. Capita che bastino dei rumori forti, come i fuochi d’artificio, per riportarmi in guerra. La sento ancora, ne avverto l’odore, il calore delle esplosioni. È come se da un secondo all’altro fossi tornato indietro di trent’anni».

Fortuna che l’olandese Edwin Vermetten, il suo compagno di doppio conosciuto un paio d’ore prima di scendere in campo, ha capito immediatamente cosa stesse succedendo, ha mollato la racchetta e l’ha raggiunto, abbracciandolo e aiutandolo a superare la difficoltà: «Mi sono accorto subito che qualcosa non andava. L’ho preso per il collo e gli ho chiesto di guardarmi negli occhi. Volevo a tutti i costi che sentisse la mia vicinanza. Gli ho chiesto se conoscesse la canzone Let It Go, del cartone animato Frozen. Mi ha guardato come a chiedermi che cavolo stessi dicendo, allora ho iniziato a cantarla, per lui. L’abbiamo intonata insieme». Sono rimasti abbracciati per qualche secondo, mentre il pubblico applaudiva commosso, spingendo Guest a liberarsi dei suoi demoni. «Si è rilassato, è uscito dalla sua bolla ed è tornato a servire, con una determinazione ancora più forte di prima».

È andata a finire che la coppia ha vinto la partita e poi ha chiuso il torneo con al collo la medaglia d’argento. Let It Go è diventata la colonna sonora al torneo e Guest uno dei simboli della quarta edizione degli Invictus Games, evento fortemente voluto una manciata di anni fa dal Principe Harry, figlio secondogenito di Carlo, Principe del Galles ed erede al trono britannico, e della compianta Lady Diana, nonché nipote della regina Elisabetta II. Ma soprattutto, Harry è maggiore nel reggimento dell’Household Cavalry (Blues and Royals) dell’esercito britannico: considerato il ribelle della famiglia reale britannica a causa di atteggiamenti poco ortodossi, negli ultimi anni la sua immagine è cambiata, grazie alla sua tenace volontà di servire in armi il suo paese. Nell’aprile del 2007, il generale Richard Dannatt annunciò la decisione di far partire Harry con il suo reggimento per una missione di sei mesi in Iraq, in una zona attiva nei combattimenti, il Governatorato di Maysan. Alla fine non se ne fece nulla perché la presenza di personaggi di questo genere creano confusione ma soprattutto pericolo, anche per i suoi commilitoni. Harry espresse grande disappunto e quindi, con maggior riserbo, l’opportunità gli fu concessa pochi mesi dopo, questa volta con destinazione Afghanistan. Anche qui, una fuga di notizie della sua presenza impose il suo rientro in patria. Tuttavia, aver vissuto certe situazioni lo ha cambiato e, quando ha assistito ai Warrior Games americani, competizione simile ma limitata ai cittadini statunitensi, il Principe si reso conto del potere psicologico dello sport nelle persone affette da disabilità, decidendo di replicare l’evento su scala internazionale. Guest è uno dei migliori esempi della buona riuscita del progetto, grazie al quale, dopo oltre vent’anni di difficoltà, è riuscito a restituire un senso alla propria vita, al punto da tatuarsi la parola Invictus (dal latino invitto, indomito, insuperabile) sulla guancia, in mezzo a tanti altri schizzi. «Quando tornai a casa dopo la riabilitazione – racconta – ci furono dei periodi molto delicati, a causa della depressione. Per dieci anni mi sono sentito del tutto inutile, mi vergognavo di ciò che ero diventato, ma non avevo la forza di reagire. Sono passato dal servire il mio Paese e supportare la mia famiglia a diventare un peso per chiunque mi girasse attorno. Non ero più nulla, passavo le mie giornate a letto. I miei figli dovevano accompagnarmi avanti e indietro dal bagno».

Poi, qualche anno fa ha scoperto i progetti di Help for Heroes, associazione benefica che aiuta i veterani di guerra, ed è stato inserito in un programma di recupero che gli ha permesso di vedere la luce in fondo al tunnel. Ha perso venticinque chili, ha iniziato a praticare sport e si è gradualmente ripreso la sua vita, fino a diventare uno degli sportivi più attivi agli ultimi Invictus Games, dove ha partecipato alle gare di ben sei discipline diverse: tennis, sollevamento pesi, lancio del peso, handbike, basket e tiro con l’arco. «Essere tornato un atleta è una soddisfazione immensa, ma è molto più importante l’aver restituito valore alla mia vita. La più grande soddisfazione non me l’hanno data le medaglie, ma quando qualche tempo fa mi ha chiamato un insegnante del mio figlio più piccolo, di sei anni, per dirmi che a scuola Freddie mi aveva disegnato. Sulla sedia a rotelle e con in mano la racchetta da tennis. Lì ho capito che ero tornato padrone della mia vita. Penso che dica tutto la mia t-shirt: We Are Invictus. I am Invictus».

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