BANDA ROSSA

Wozniacki-Giorgi alle 10.30, poi Shapovalov-Berrettini

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My Wimbledon

THE MAGAZINE - A 5 anni di distanza, da quando uno dei più celebri inviati del Corriere della Sera scrisse questo personalissimo racconto per il nostro Magazine, lo vogliamo riproporre nuovamente. Perché ancora ci emoziona. E non c'è modo migliore per affrontare la giornata della finale di Wimbledon...
My Wimbledon
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Marco Imarisio
10 July 2016

Il prete che doveva impartire l’estrema unzione a mia madre suonò il campanello di casa nell’istante in cui Roddick sbagliò la famosa volèe alta.

L’americano non se lo dimenticherà mai, quel punto che gli ha prosciugato speranza e carriera. Neppure io, seppure per ragioni diverse. Quell’edizione di Wimbledon la ricordo partita per partita, perché ogni turno era come la sabbia nella clessidra, ormai il tempo stava per finire. Avevamo deciso, io e mio padre, di portare mamma a casa per i suoi ultimi giorni, nel suo e nel nostro Monferrato. A ogni partita associo una sensazione, un momento. Non vidi alcun match degli ottavi di finale, perché quel lunedì ero tornato a Milano, a ritirare il vestito per il funerale. Da quel giorno, non rimaneva molto da fare, solo aspettare. I quarti, una partita a schiaffoni tra Federer e Karlovic, una battaglia tra Murray e Hewitt. Le semifinali, con Roddick che gioca la partita perfetta contro lo scozzese, persino intelligente, e io pensai che avere un coach può essere importante.

Eravamo sul divano bianco, io e papà. Non parlavamo. Non c’era molto da dire. Ogni tanto veniva il medico, la morfina meglio smetterla, ormai non fa più nulla, cose così. Solo da aspettare. Ho un padre fuori di testa con il tennis, che mi ha passato l’ossessione. Negli ultimi 37-38 anni, e io ne ho 44, abbiamo sempre cercato di trascorrere insieme la domenica della finale di Wimbledon. E’ un rito non dichiarato, e se non siamo insieme per accidenti della vita come il lavoro o la famiglia, passiamo ore al telefono a raccontarci impressioni, commenti. Vabbè inutile che spiego, capite benissimo di cosa sto parlando. Ogni tanto, a turno, ci alzavamo per entrare nella stanza con la finestra affacciata sulle nostre colline. C’era molto sole, in quei giorni. La stanza era sempre inondata di luce. Non ha mai piovuto. Guardavamo se mia madre c’era ancora. Poi tornavamo a Wimbledon.

Papà è un federasta, direbbe qualcuno. Ama Roger alla follia, lo considera l’ultimo portatore sano di gesti bianchi, l’ultimo classico. Gli vuole bene. E’ tifoso, lui. Io appartengo alla parrocchia svedese, colpa di Borg a Wimbledon, naturalmente, e una volta che Soderling ha perso per me va bene tutto. Non proprio tutto, ad essere sinceri, ma diventa una liberazione, posso guardare e apprezzare senza il velo della passione. Torno ad essere laico. Guardavamo, anche le repliche. E aspettavamo. Non c’era altro da fare.

Chiedo scusa. Non volevo e non voglio intristire nessuno con le mie faccende personali. Temo che a questo punto che nessuno mi creda, ma io detesto l’autoreferenzialità. Con Lorenzo, il direttore, avevamo concordato un articolo, qualcosa sul fascino diverso di Wimbledon, declinato sui ricordi di uno come me, che ne subisce il fascino, i Doherty Gates, il segnapunti con la scritta Rolex nell’angolo sinistro, il cerimoniale, il tentativo (fallito) di preservare un tennis monocromatico e non sgargiante, persino il saluto ai reali. Da uno che non c’è mai stato, purtroppo, e che sogna di mettere piede oltre quei cancelli come un bambino può sognare i regali di Natale. E sublima questo desiderio conservando la memoria di ogni fatidica prima domenica di luglio.

2009: Federer-Roddick (e la terribile volèe a 8.20...)


Qualcosa del tipo: quando Bjorn Borg vinse il suo primo titolo contro Ilie Nastase avevo 9 anni, ero in un residence di Numana, mamma e papà mi vegliavano mentre deliravo con un febbrone a quaranta. Conservo immagini di volti oblunghi e sagome distorte come agli specchi del luna park, ma non credo fosse colpa della televisione in bianco e nero, semmai del pesce avariato che mi procurava temperature corporee tropicali con annesse visioni fantozziane. E andare avanti così, in una sorta di amarcord dove il desiderio di vederlo dal vivo e capirlo, quel posto cresce di continuo e non si ferma certo con l’adolescenza e infine l’età ormai troppo adulta.

I cinque Borg e l’unica finale persa dall’orso sono ricordi di colonie estive, le ultime con i genitori, poi il favoloso 1984 di SuperMac che si sovrappone alla prima volta in vacanza senza i genitori, un campeggio in Liguria con gli amici, e ricordo ancora la faccia stranita del contadino sulle alture di Moneglia quando uno spilungone dall’aria stranita, cioè io, bussò alla sua porta per chiedergli se gentilmente accoglieva lo sconosciuto a casa sua e gli prestava la televisione per un paio d’ore. Non mi prese a schioppettate, tutt’altro. Mi squadrò a lungo e in silenzio, credo soppesasse l’eventualità che io fossi un pericoloso drogato di città. “Per favore - gli dissi -, le garantisco che dura poco”. Andavo sul sicuro, McEnroe contro Chris Lewis: non c’era bisogno di essere Rino Tommasi per prevedere che all’ora della merenda sarei stato di ritorno al camping Daniela. Mi fece entrare. Accese la televisione e mi chiuse nella stanza.

Avevo preso anche appunti, per questo articolo, perché la diversità di Wimbledon andrebbe comunque spiegata. Il suo fascino ha sicuramente a che fare con la diversità degli inglesi, quel loro tenace ostentare la fede incrollabile nell’eternità. Un paio di dotte citazioni, Martin Amis, che fa sempre la sua bella impressione, e soprattutto Gianni Clerici. Poi ho lasciato stare. A me Wimbledon fa impressione, incute timore e desiderio. La cattedrale, tutto quel che dovrebbe essere il tennis, uno strano imposto tra stile, geometria, forza e bellezza. Se in quel sobborgo verde il tempo si è fermato, a me è successo tante volte di misurare il mio tempo sul suo fuso orario. E’ quasi un riflesso condizionato, neppure una questione di memoria. Riesco a ripescare tanti momenti di Roland Garros, tante sere d’inverno a bere caffè per non cedere al sonno australiano, a Flushing Meadows ci sono pure entrato una volta. Ma Wimbledon è un’altra storia, e da queste spiegazioni arruffate appare chiaro che io non sono Martin Amis o Gianni Clerici. Dai 500 anni di Tennis del maestro rileggo spesso le agonie londinesi del barone Von Cramm, o altri drammi sportivi che solo sul centrale, oppure sul campo numero 2, il Cimitero dei Campioni dove una volta anche Peter Doohan batté Boris Becker, appaiono compiuti. A me sembra che Wimbledon abbia – la dico grossa – una capacità mitopoietica tutta sua, che non appartiene a nessun altro Slam.

Io mi limito solo a raccontare una passione, la mia. Lo faccio qui, nella consapevolezza-speranza che si tratti di una deviazione mentale condivisa, credo insomma che chi legge sia anch’esso pazzo per il tennis, e possa capire. Ho fatto di tutto per non perdere mai l’appuntamento con la finale. Al lavoro o in vacanza: di tutto. Nel 1999 vidi un Sampras etereo prendere a pallate Andre Agassi da un bar di Tirana munito di provvidenziale parabola. Erano i giorni della guerra in Kosovo, i giornalisti italiani facevano avanti e indietro dal confine e facevano tutti base in un bell’hotel di una catena austriaca, purtroppo sprovvisto di televisione satellitare. Chiesi a quelli della CNN, tecnologicamente due giri avanti agli altri, se per caso, nelle loro stanze adibite a studio televisivo e super accessoriate avessero un monitor libero. Il producer della celebre Christiane Amanpour mi mandò cortesemente a quel paese. L’unica soluzione era un bar malfamato nella zona universitaria – 12 anni fa Tirana non era come oggi, quasi europea –, popolato da trafficanti di auto rubate, dove lo studente che mi ci aveva accompagnato mostrava evidenti segni di nervosismo. Resistette un set e mezzo, poi mi obbligò alla ritirata.

1999: Sampras-Agassi


La finale del lunedì, quella tra Goran Ivanisevic e Patrick Rafter, la vidi dalla redazione del mio giornale, obbligando ad assistere colleghi totalmente ignari del dramma che si andava consumando, una sola partita per due giocatori all’ultima chiamata, che non avevano mai vinto prima e sapevano che mai avrebbero potuto farlo dopo. Sul 6-6 del quinto set, un malcapitato praticante osò cambiare canale per pochi minuti onde sintonizzarsi sul Tg delle 18, al fine di compiacere un caporedattore insensibile e inspiegabilmente preoccupato di chiudere le pagine e andarsene a casa. Gli fu risparmiata la vita, ma solo quella.

2001: Ivanisevic-Rafter


La più brutta finale della storia del tennis, Hewitt contro Nalbandian, naturalmente, non meriterebbe alcuna menzione, non fosse per il fatto che alle 15 di quella domenica, era il 7 luglio 2002, mi trovavo a casa di Annamaria Franzoni in quel di Monteacuto Vallese, appennino tosco-emiliano, mendicando l’ennesima intervista. Non ebbi cuore di chiedere se in quella enorme casa patronale avessero un televisore. Non c’era, e comunque avevano altro a cui pensare. Tornai in albergo a Bologna giusto per vedere l’ultimo set e così rimpiangere la compagnia che avevo appena lasciato.

Alla fine ci sono anche andato, a Wimbledon, concetto ben diverso dall’entrarci. Il torneo del 2005 era finito da cinque giorni con la solita vittoria di Federer su Roddick quando un gruppo di terroristi islamici ebbe la brillante idea di massacrare una cinquantina di pendolari londinesi che viaggiavano in metro e sull’autobus. Dopo la prima settimana, quando le idee cominciavano a scarseggiare, anche perché gli inglesi avevano reagito alla tragedia come fanno di solito, business as usual, un caporedattore mi chiese di fare un giro nei luoghi simbolo di Londra e dintorni, parlando con la gente proprio per farmi raccontare questo concetto tutto inglese della resilienza. “Trafalgar Square naturalmente, la Royal Albert Hall, e poi…”. “Wimbledon”, dissi io. “Certo, anche Wimbledon”, fu la risposta. Mi ci precipitai. Mi avevano consigliato di provare dall’ingresso riservato ai soci del club. Non c’era nessuno. Solo un custode. Pioveva a dirotto. Tentai un colloquio, e intanto mi issavo sulle punte per vedere oltre un cancello sbarrato, per cogliere un’immagine, uno scorcio di campo verde che mi consentisse il fatidico “c’ero anch’io”, anche se fuori stagione. Vidi solo due auto parcheggiate. “E’ tutto chiuso, e poi ci vuole l’autorizzazione del club per entrare” disse il custode. Poi si rimise a leggere News of the World, facendomi intendere che la conversazione era finita. A Wimbledon ci sono stato anch’io, comunque. E so tutto del gabbiotto del custode.

Nel 2008, mentre Federer vinceva il tie-break del quarto set con un paio di colpi da leggenda (solo quelli, sul resto della partita ho ancora qualche dubbio, come al cinema con i capolavori annunciati), sul lembo estremo della Sardegna tirava un vento gelido di maestrale. In cima a capo Falcone c’è un bar con megaschermo all’aperto ed è lì che mi raggiunse la mia famiglia. Imposi a moglie e prole di aspettare la fine dell’incontro, nonostante le tenebre che avanzavano e l’aria sempre più gelida. Sapete già che vinse Nadal, come sempre con Roger, e potete intuire che i miei figli rischiarono l’ipotermia. Quella fu anche l’ultima vacanza con mia madre, che nel 1981, McEnroe contro Borg, passò un’ora intera a reggere l’antenna del Brionvega seppiato che non voleva saperne di funzionare bene nel nostro monolocale di Stintino. C’è sempre stata, durante quelle finali che mi hanno consegnato all’amore per il tennis, anche quando non c’era bisogno di reggere un’antenna. Non le importava nulla dei passanti di rovescio di Borg, delle occasioni perdute da Gerulaitis, dei furori di Jimbo. Le importava di noi, era per noi che sopportava quelle interminabili sessioni davanti alla televisione, mentre il resto del mondo era in spiaggia. Per noi.

2008: Nadal-Federer


Adesso che il prete se n’è andato, che gli abbiamo offerto il caffè, programmato quel che sarà, quali letture, chi parlerà all’altare, ci sediamo nuovamente sul divano. Il prete ha portato l’ufficialità di quel che già sapevamo. Non parliamo. Anche il volume della televisione è basso. Siamo al quarto set, Roddick lo vince di cuore. Federer fatica e gioca male, ma si capisce che vincerà lui, perché non sempre, nella vita e nello sport, le cose vanno come sarebbe giusto. Non riesco a dire una parola, neppure mio padre. Guardiamo e basta. Io guardo e penso a lui, a quest’uomo che sta per rimanere solo. Mi sorprendo a tifare per Roger, cosa che non ho mai fatto. Vorrei che vincesse, per mio padre. Ormai è almeno un’ora che non sento la sua voce. Sul 13-13 si schiarisce la gola. “Certo che Federer quando è in difficoltà diventa gnucco, si fida solo di dritto e servizio”. Ha ragione. Ci guardiamo. In quel momento capisco che ce la farà, andrà avanti comunque. Wimbledon non è un torneo come gli altri. Per nessuno. Neppure per me.


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