Federico Ferrero - 05 gennaio 2019

BUM, BUM, TOUCH! E QUEL GIUDIZIO SU IVO KARLOVIC…

«Quando entra in campo Karlovic, esce il tennis», disse un telecronista. Perché è troppo facile vincere col suo servizio, dicono. . «Invece è maledettamente complicato tentare un ace di seconda sulla palla break». E a 39 anni, oggi giocherà la sua 19esima finale ATP
1/4 Ivo Karlovic è nato a Zagabria il 28 febbraio 1979. Alto due metri e 11, in carriera ha vinto 8 titoli ATP, sconfitto 21 top 10 e raggiunto un best ranking al numero 14 nell’agosto del 2008. Ha guadagnato oltre 9 milioni di dollari in soli montepremi

«In tre parole? Direi bum, bum, touch». La definizione più onesta del tennis di Ivo Karlovic si infila in quella fessura che separa la classe incompresa dal reato di lesione aggravata al tennis. Non l’ha ideata un pensatore ma un praticone dei campi, il suo amico ed ex coach, Petar Popovic, uno di quelli che vivono il Tour come un mestiere ma non così seriamente da non farci su una risata. Anche quando, su un punto, ballano centottantamila dollari e Ivo sbaglia una prima vincente di due millimetri: puff e tanti saluti alla percentuale sul montepremi. È successo tante volte ma sul bum-bum c’è poco da argomentare. O forse no. A 39 anni (ne compirà 40 il prossimo 28 febbraio), Ivo Karlovic è in finale in in un torneo ATP, a Pune, in India. Così vecchio, c’era riuscito per ultimo Ken Rosewall, che ne aveva 43 nel 1977, quando raggiunse la finale a Hong Kong. Karlovic non era ancora nato.

Il record di 45 ace in due set di Karlovic contro Puille ad Halle

Questo gigantesco figlio di un meteorologo di Salata, periferia di Zagabria, può ringraziare il babbo, troppo sulle spese per fargli prendere lezioni private: Ivo prese a imbucarsi nei campi sfitti, anche al tramonto, anche da solo, pur di colpire qualcosa. E l’unico fondamentale allenabile senza avversario era il servizio, tirato con una racchetta di legno troppo pesante che consumò, fino all’ottavo compleanno, mentre costruiva inconsapevolmente la sua strada verso il successo. Una carriera che nessuno ha notato fino al 2003, quando a Wimbledon abbatté il campione uscente Lleyton Hewitt, da numero 203 al mondo. Nascere nel 1979 e vincere nel 2019; solleticare i primati di longevità dello zio Jimmy Connors quando tutti i nati intorno all’Ottanta hanno lasciato la compagnia: eppure, con Karlovic, non scattano applausi ma obiezioni. Eh vabbè, ma è Karlovic. Facile, se sei Karlovic. Anche io vincerei, fossi Karlovic. Vien da dare ragione a quel cronista che annunciò in tivù, con voce funerea: «Quando entra in campo Karlovic, esce il tennis». Perché fa ace, solo ace, sempre ace. Una pioggia di pietre: furono 78 contro Stepanek in Davis, e osò pure perdere. Appena 45 in tre set ad Halle, contro Berdych. Sono 88 questa settimana, in sette set giocati. Troppo facile, con gli ace. Come fosse una pratica disonesta, come si portasse dietro l’arbitro amico o dipingesse lui le righe del campo, le vittorie di Ivo portano con sé quella scia di “sì ma” che nessuno, né l’antenato Zivojinovic, né Ivanisevic, né Rosset, né Rusedski, né Isner, ha mai avuto il dispiacere di vedersi appiccicare addosso come un marchio di indegnità. «Invece è maledettamente complicato tentare un ace di seconda sulla palla break - argomenta Popovic -. È un gioco mentale: devi rilassarti, decidere, poi tirare. Tutti i santi giorni alleniamo solo la seconda palla per 35-40 minuti, altro che portarsi gli ace da casa». Osservando i filmati in Rete, i più attenti noteranno che Ivo non stringe le dita intorno all’impugnatura se non all’ultimo momento, appena prima di caricare. «Il suo movimento è il più semplice ed essenziale possibile». L’accelerazione finale è il movimento più violento di qualunque altra cosa mai vista su un campo da tennis, insieme alla spallata di Sam Groth (che gli ha strappato il record del mondo con 263 km/h).

Dire che fa punti grazie all’altezza è, semplicemente, un falso. Per Karlovic, però, sostenere il suo tennis a parole è difficile. La vicinanza con quell’allegrone di Popovic e il giusto peso alle cose, che l’invecchiamento solitamente offre anche ai timidi, lo hanno aiutato quanto le lezioni di logopedia e le repliche del suo film eletto, Il discorso del re di uno strepitoso Colin Firth. Ma Ivo resta balbuziente: tredici anni fa, in una sala stampa sovreccitata a Wimbledon, impiegò trenta secondi per dire che suo padre si chiama Vlado e sua mamma Gordana; anni dopo, avrebbe raccontato di aver trovato molto più facile battere il numero due al mondo nel Tempio che non terminare quella tortura di conferenza stampa. Ma lui parla, anzi, scrive: ha trovato nei 140 caratteri di Twitter la misura di uno humour alla Groucho Marx, con le bottigliette d’acqua infilate nella narice della gigantografia della Sharapova e le risposte fulminanti – le uniche che gli riescono, per restare in clima umoristico – ai centodiecimila seguaci. Come ha gestito la transizione da Newport a Washington? «Facile: prima facevo ace sull’erba, poi sul cemento». Com’è Federer, in una parola? «Svizzero». In conversazione privata, invece, Ivo oscilla tra il serioso e il battutaro. Gli spiace vedere che la gente gli tifa contro «perché sono alto e il mio avversario fa automaticamente tenerezza, viene considerato svantaggiato». Manco toccare i due metri e 11 sia un plateale privilegio: qualcuno ha mai dimostrato che, per scagliare una palla all’incrocio delle righe ai duecentoquaranta all’ora, è sufficiente la taglia di una guardia del Papa? Soprattutto in un tie-break, nel corso di uno Slam, magari contro un fenomeno? No: se fosse vero, in milioni farebbero il mestiere di Karlovic. È la differenza tra giocare e competere, che sfugge ai giudici dozzinali. E gli altri colpi? Certo, se gli chiedi del rovescio ti risponde che «in top spin non ne gioco uno dal 1999», ma «lo slice mi piace, sta tornando di moda e ti dà la possibilità di fare tante cose». Popovic è d’accordo: «Ho sostenuto la sua scelta di rinunciare al rovescio coperto, perché solo lui e Steve Johnson giocano così e quel taglio, ormai così raro, infastidisce tanti giocatori. E poi è perfetto per scendere a rete». Col dritto, a patto di avere il tempo di spostare i piedoni, ti lascia fermo. «Sì, ma è Karlovic». Perché anche col dritto, per fare vincenti a Nadal basta essere alti?

Chiacchierando, si finisce a parlare della racchetta. L’arma letale del Dr. Ivo (lo scienziato pazzo dei fumetti, uno dei suoi soprannomi) è una Head Radical, 340 grammi di peso, incordatatura ibrida con Luxilon e budello, a 25 o 24 chilogrammi, secondo le condizioni di gioco. L’impugnatura è grossa. Quanto? «Ehm». Sarebbe? «Fino al 2005 usavo un telaio di serie, poi incontrai Nate». Nate è Nate Ferguson, un artigiano texano consulente di Sampras e Federer, cresciuto alla bottega di mister racchetta ottagonale Warren Bosworth, il mago della customizzazione. Dai violini di Pete e Roger al tronco di Karlovic, il lavoro è stato ottimale: «Mi disse che non giocavo con una racchetta, ma con una matita». Da allora, il suo manico è stato adattato a una inesistente misura sette, giacché la produzione industriale non va oltre il cinque. «Ma forse è anche otto o nove». Chi lo sa: sembrano non esserci altri clienti per un prodotto del genere. Come le scarpe: Mizuno gli sforna un 52 su misura. Il modello arancione fluo sembra una boa marina, per reggerlo occorrono due mani. Il suo bum-bum-touch (delle volèe, entrambe più che degne, non si parla spesso «perché vabbè, chiunque giocherebbe bene al volo col servizio di Karlovic») ha attraversato i Novanta, i Duemila, ora punta la fine della decade Dieci. A quarant’anni contro Shapovalov, Zverev e Kyrgios? Si può fare, con l’aiuto di un preparatore, Slaven Hrvoj, il cui diktat è semplice: metti su muscoli nella parte superiore, renditi più elastico, resta esplosivo, sostituisci panini e patatine con riso e pollo. Fatto. «Nel 2014 – spiega Popovic - avevo smesso con Andrea Petkovic e ripreso a lavorare con lui. Gli ho detto un paio di cose chiare: che era troppo attendista nei big points, che doveva rischiare di più con la seconda e che era necessario iniziare a credere nel chip & charge, cioè seguire la risposta a rete, se voleva competere ancora per qualche stagione. Alla sua età, e col suo gioco, devi per forza abbreviare gli scambi. Da uno a tre colpi per punto, non di più». Ha funzionato? «Puoi dirlo: adesso la seconda viaggia a 190 all’ora, prima era a 165; dal 45% di punti sulla seconda, è passato al 65%». Nonostante la qualità della risposta sia lievitata: prima c’erano Agassi e Hewitt, ma adesso Djokovic, Murray e tanti ribattitori resi ancora più letali da campi rallentati e palle ingrossate.

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A proposito, il migliore mai affrontato da Ivo? Vien da pensare al numero uno del mondo, che Karlovic ha battuto due volte su tre: «No, la risposta migliore di tutte è quella di Murray. Non so perché, ma con lui non riesci quasi mai a cavare il massimo dal servizio. E poi ha un colpo migliore di chiunque altro, il primo dopo la risposta». Come il suo servizio, il migliore della storia. O forse no? Magari appena sotto la meccanica perfetta di Sampras, probabilmente appena inferiore alla curva assassina di Ivanisevic? «No: the stats say a guy named Ivo. È vero, i numeri dicono che il miglior battitore di tutti i tempi è lui. Quantità, medie, resa. Ma se Ivo Karlovic e il suo fucile mitragliatore avessero giocato vent’anni fa, sui campi ultraveloci e con le palline che parevano proiettili, avrebbe vinto uno Slam? «Ah, è difficile da dire. Come tutti gli sport, il tennis si evolve e migliora. I giocatori di oggi dominerebbero quelli di tutte le decadi passate». Quindi se il Karlovic incanutito di oggi affrontasse il ragazzo spuntato dal nulla tredici anni fa, vincerebbe facilmente. «Non posso giocare contro il me stesso del passato o del futuro. È contro le leggi della fisica». Einstein obietterebbe che con una macchina del tempo, lanciata alla velocità della luce… «Non riesco a entrare in quasi tutte le auto sportive, dubito che riuscirei a infilarmi in quella».

Bravo Ivo, hai vinto tu. Con la battuta, come sempre.

I NUMERI IN CARRIERA DI KARLOVIC AL SERVIZIO
12.942: ace
1,43: ace per game di servizio
7,67: ace per set
19,7: ace per match
23,4%: percentuale di ace sul totale dei servizi giocati
78: ace contro Stepanek, record di Coppa Davis
1: match senza ace, nel 2008, a Monte Carlo, contro Gael Monfils
251: km/h, il suo servizio più veloce
1.318: ace in una stagione, superato solo dai 1.477 di Goran Ivanisevic nel 1996
2.299: doppi falli commessi
12%: percentuale doppi falli sul totale delle seconde di servizio giocate
4,2%: percentuale doppi falli sul totale dei servizi giocati
0,25: doppi falli per game
1,36: doppi falli per set
3,5: doppi falli per match
65,5%: percentuale prime di servizio in campo
82,8%: percentuale punti vinti con la prima di servizio
53,5%: percentuale punti vinti con la seconda di servizio
72,6%: percentuale punti vinti col servizio
92,1%: percentuale turni di servizio vinti
28,3%: percentuale punti vinti alla risposta
8,9%: percentuale game vinti alla risposta
3,8: break point concessi per game
71,1%: percentuale break point salvati
1,1: game di servizio persi per match

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