dal nostro inviato a New York Gabriele Riva – foto Ray GiubiloAbituati al cinque su cinque del martedì degli azzurri, le prime ore della terza giornata non sono state facili da digerire

dal nostro inviato a New York Gabriele Riva – foto Ray Giubilo

Abituati al cinque su cinque del martedì degli azzurri, le prime ore della terza giornata non sono state facili da digerire. Come i muffin che qui ti danno a colazione, le sconfitte di Sara Errani e Francesca Schiavone si piazzano in gola. Entrate in campo contemporaneamente, la prima a uscire sconfitta è la bolognese che contro la cinese Na Li (numero 36 Wta, tra le non teste di serie una delle peggior clienti da incocciare) ha vinto il primo set e poi ha perso gli altri. Un primo set in cui il gioco di Sarita, costruito e aggiustato per la terra rossa, ha comunque infastidito la cinesona, pur sul cemento di Flushing Meadows. Rossa nel completino e in viso, dalla rabbia, Na Li non è mai riuscita a trovare ritmo, né profondità infastidita dai cambi di ritmo della Errani, e dal suo kick con le polveri bagnate dal cemento. Tanti vincenti della cinese ma anche tanti errori. La Nostra, sopra 3-1 in avvio, ha subito la rimonta fino al 4-3 sotto, poi altri tre giochi di fila e primo set in camera. Cos’è successo nel secondo e nel terzo set è abbastanza semplice da capire: la cinese si è abituata al gioco della nostra, ha trovato profondità e colpi. La cosa le ha fatto diminuire drasticamente il numero degli errori aumentando in modo inversamente proporzionale quelli dei colpi vincenti. Nel terzo parziale, terminato senza game per la nostra, oltre a tutto questo Na Li ha trovato più efficacia nel servizio e con essa molta fiducia in più. Sara, dalla sua parte, la fiducia l’ha persa tutta o quasi, fino al 4-6 6-2 6-0 finale. “Ha giocato meglio, per il momento è più forte e ha vinto”, ha detto Sara in conferenza stampa. “All’inizio ha sbagliato molto, le ho dato fastidio giocandole sul diritto poi però nel secondo set ha giocato più sciolta. Comunque anche nel primo set mi sentivo un po’ nelle sue mani, era lei a fare la partita”.

Anche Francesca Schiavone ha di che recriminare, per un match iniziato male e finito peggio disputato su un campo numero 7 strapieno: in qualsiasi angolo in cui si potesse riuscire a vedere uno specchio di campo, spuntava il testone di qualcuno. L’avversaria di turno, la britannica Anne Keothavong, è una ragazza alta e ben fisicata, coloured, che occupa la posizione numero 87. Iniziato male, dicevano: perché il primo set se n’è andato via troppo facilmente. Due stecche in avvio, una di qua, col diritto e una di là, col rovescio. Minimo comune denominatore la palla in tribuna. Significa poco o nulla, ma è curioso. Nel secondo parziale, fino a metà del terzo, si è rivista la Schiavone tutta sangue e sudore che ha messo in campo tutto quello che aveva per rientrare, a livello di cuore, perché di tennis, per sua stessa ammissione, c’è stato poco. Riuscendo anche nell’impresa: a metà del terzo set infatti la milanese era avanti di un break, 4-2. Ma: finito peggio, si diceva. Poi infatti è arrivato il black out, “non direi che si è trattato proprio di un black out, anzi. La verità è che non sono mai entrata in partita. E pur riconoscendo tutti i meriti della mia avversaria, che ha giocato bene nei momenti importanti e ha servito con solidità, direi che devo fare il mea culpa”. Comunque sia, sotto cinque a quattro e servizio dalla sua. Al primo match point, ai vantaggi, il doppio fallo che ha messo la parola fine al match fissando lo score sul 6-2 3-6 6-4. “Ed è proprio il servizio che più di tutto non ha funzionato”.

C’era un solo italiano, maschio, impegnato oggi nel tabellone di Flushing Meadows. Era Potito Starace ed era opposto a Radek Stepanek, testa di serie ceca numero 28 del tabellone. La resistenza del campano a un giocatore molto più adatto a queste superfici è durata un set o poco più. Ha fatto quello che poteva Poto, non è il caso di imputargli nulla. La predilezione del ceco verso questi terreni è nota, come è altrettanto nota la l’indisposizione del Nostro. Per un parziale comunque, il primo, Starace ha fatto valere la legge del servizio&diritto che anche sul veloce funziona più che bene. Sanguinoso il break subito sul cinque pari, ma merito dell’avversario che poi avrebbe anche concesso la possibilità di rientrare nel set e nel match. Sul 5-6 vantaggio Starace però ha tirato fuori dal cilindro uno dei molti serve&volley vincenti e si è incamerato la prima partita. In avvio dei restanti parziali i break che hanno chiuso i conti. E se proprio si vuole fare un appunto a Poto è proprio quello di non essere rimasto attaccato al match mentalmente all’inizio di secondo e terzo set. Tecnicamente non c’è nulla che gli si possa obiettare.

Dopo che nella sessione serale di martedì Roger Federer aveva regolato con un secco 6-3 6-0 6-3 Maximo Gonzalez, esordio agli Us Open anche per l’ultimo dei Magnifici 3 (con Nadal, ovviamente). Restava Novak Djokovic e il serbo è sceso in campo sull’Arthur Ashe Stadium contro il francese Arnaud Clement come terzo match di giornata. Tre set andati via lisci gli sono bastati per avere la meglio sul transalpino: 6-3 6-3 6-4.


Sul numero correntemente in edicola de Il Tennis Italiano trovate le storie americane di 40 di Us Open a firma del grande Rino Tommasi. Qui, giorno dopo giorno, in questa prima settimana newyorchese… altri racconti, altri aneddoti e altre curiosità dalla Grande Mela

 

dal nostro inviato a New York Gabriele Riva – foto Ray Giubilo

La città è caotica, stracolma di gente a ogni ora del giorno e della notte. Le mattinate di Manhattan, con il sole comunque nascosto dai grattacieli, sono fresche e dense di sapori. I pomeriggi a Flushing Meadows caldi, umidi e soleggiati. Le notti sulle vie cruciali, Broadway o la Fifth Avenue per citare solo le due più celebri, illuminate, frizzanti e trafficatissime. Di autovetture e di pedoni. Ma c’è qualcosa che tutta la città ha in comune in questa fine di agosto. Per prima cosa tutti aspettano con ansia il Labour Day, quella che da noi sarebbe la festa dei lavoratori. E’ lunedì prossimo, il primo di settembre, e tutti sembrano già preparasi per un ponte di relax. L’altro minimo comune denominatore è la febbre da tennis. O meglio, da Us Open. Capita di rado di poter fare più di 50 metri a piedi, su qualsiasi "avenue" o strada, senza imbattersi in coppie o gruppi di persone che pronuncino le parole magiche. Ce ne sono tante di parole magiche. Us Open, certo. Flushing Meadows, The Tennis Center, ma anche Nadal, Federer. Quella che si sente maggiormente comunque è “The Open”, è così che li chiamano qui. Senza bisogno di aggiungerci altro. Né Tennis, né “Us”, nulla. Gli Open e basta. Nella bocca e nella testa dei newyorchesi c’è il torneo del Grande Slam cittadino. Certo, direte voi, non c’è il football americano, che ricomincia a settembre. Non c’è il basket Nba, che ricomincia a novembre. Ma c’è il baseball, e sta pure entrando nelle fasi calde che valgono playoff e World-Series. Eppure i pullman che solitamente conducono allo Yankee Stadium, e che ne riportano l’immagine serigrafata su lamiera e finestrini, sono adibiti al trasporto di chi, da Manhattan, vuole superare il Midtown Tunnel e finire nel Queens per gustarsi un po’ di tennis.

Le navette, che sempre sulla rotta di cui sopra, traghettano da una parte all’altra del fiume gli addetti ai lavori (staff, raccattapalle, giudici di linea, media e giocatori) sono sempre cariche. A qualsiasi ora del giorno, sia ad andare che a tornare. Spesso i posti finiscono, e in molti si fanno il viaggio in piedi. Non è breve la tratta, oddio lo sarebbe anche. Ma tutte le storie e le leggende sul traffico newyorchese, sfiga, sono vere. Quindi meno di tre quarti d’ora non ci si impiega mai, se va male anche un’ora abbondante. Al circolo, intitolato a Billie Jean King, le cose non cambiano. Anzi, esponenzialmente crescono. L’ingresso principale è il South Gate, quello che ti porta dritto a sbattere il muso contro il Campo Centrale (dopo aver superato, nell’ordine, il muro con tutti i vincitori della storia, la Coppa Davis 2007 vinta da Roddick e compagni e il giardino con annessa statua dedicata ad Ashe). Percorso che ovviamente si fa tutto in coda prima di entrare, e tutto a sgomitate una volta passati i controlli. Come dite? Belle parole ma manca la notizia? Eccola qua la notizia: tutto il week-end di gare è sold-out. Vale a dire esaurito. Non ci sono biglietti né per sabato né per domenica. Come del resto non ce n’erano per venerdì. Nei soli primi quattro giorni sono stati, anima più anima meno, 239.811 gli spettatori che si sono presentati ai cancelli. Non c’è bisogno di dirlo, va da sé che le quattro sessioni serali hanno avuto la stessa sorte: tutto esaurito. La USTA, cioè la Federazione tennistica americana, che gestisce l’evento, prevede che il 2008 sarà l’anno dei record assoluti. Si sono messi lì di buzzo buono e calcolatrice alla mano hanno previsto che all’alba dell’8 settembre, quando i cancelli si saranno chiusi su questa edizione, saranno ben 715.587 gli spettatori transitati dal Billie Jean King International Tennis Center. Alla faccia dei numeri.


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dal nostro inviato a New York Gabriele Riva – foto Ray Giubilo

Pur stando con gli occhi puntati verso il cielo, se si sta seduti sulle tribune di uno qualsiasi dei 18 campi del Billie Jean King International Tennis Center, non si ha di che annoiarsi. Oltre alle pallate dei campioni in campo, l’azzurro sopra il Queens viene tagliato di netto dalle rotte degli aerei che atterrano e decollano dal JFK Airport e che fanno da colonna sonora agli Open americani. Ma anche dalle traiettorie delle palline lanciate dai raccattapalle in stile Baseball. Il motivo ufficiale è questo: non far strisciare le palline sul cemento per evitare attriti e sporcizie sul giallo. Capita così che i ball-kids, che significherebbe “bimbi”, diventano di colpo dei ball-buddy, ragazzotti in tutto e per tutto, che in quanto a pettorali e centimetri non sfigurano nemmeno di fronte a due marcantoni della stazza di Bolelli e Wawrinka. Si lanciano le palline da una parte all’altra del campo, da telone a telone (in lungo linea e diagonalmente) manco fossero al vicinissimo e visibile Shea Stadium, casa dei New York Mets, una delle due squadre del baseball newyorchese (insieme agli Yankees, naturalmente).

E così, tra i vari “oggetti volanti identificati” che si libravano nell’aria, è volata via la prima giornata del tabellone principale degli Us Open 2008. Una giornata con un sole pallido e timido, accerchiato dalle nuvole. Un po’ come Simone Bolelli, circondato in conferenza stampa e incalzato sull’argomento Davis. “Ci penserò dopo il doppio (che qui gioca sempre con Andreas Seppi, n.d.r.) quando valuterò il programma con il mio coach Claudio Pistolesi”. Di sicuro quindi c’è una cosa sola in vista di Montecatini e dello spareggio di metà settembre (contro la Lettonia di Gulbis, per non finire in Serie C), sarebbe a dire che non c’è niente di sicuro. “Io sono sicuro – dice di contro Fabio Fognini a caldo dopo la sconfitta-maratona contro Odesnik – che mi farebbe piacere esserci perché mi piace giocare per l’Italia, però nulla ancora è stato deciso”. Per entrambi i nostri il programma individuale è… duro. Nel senso di superficie: Bolelli giocherà Bangkok e Tokyo e auspica di non giocare più challenger (“nemmeno per difendere i punti di Bratislava, voglio conquistarne altri e farlo vincendo partite nel Tour”, ha detto). E Fognini, con l’atteggiamento propositivo e umile di uno che ha tutta l’intenzione di compiere un investimento a lungo, e non a breve, termine: “voglio imparare a giocare bene sul veloce, per questo farò anche tutta la stagione indoor, perché voglio migliorare. Non mi interessa se a fine anno sarò 70, 80 o novanta del mondo. Cambia poco, però potrebbe fare una grande differenza in futuro”. Ben detto… oltre che in aria, bisogna sempre guardare avanti.


Sul numero correntemente in edicola de Il Tennis Italiano trovate le storie americane di 40 di Us Open a firma del grande Rino Tommasi. Qui, giorno dopo giorno, in questa prima settimana newyorchese… altri racconti, altri aneddoti e altre curiosità dalla Grande Mela

 

dal nostro inviato a New York Gabriele Riva

New York ti attacca con i suoi odori. Ti penetra le narici e ti fa assaporare i suoi mille gusti: quello salato degli hot dog, quello aspro dell’asfalto, quello dolcissimo dei pan-cakes, a volte l’aria diventa persino mielosa, acida, e chi più ne ha più ne metta. Anche lo Us Open che si apre lunedì 25 sarà così: intenso, carico, variegato. C’è il sapore del successo, quello appena conquistato a furia di risalire la classifica punticino dopo punticino e quello ancor più fresco di un Oro olimpico: il protagonista sempre lui, Rafael Nadal. Ma c’è anche il gusto della rivincita (non della vendetta per carità, son termini questi che mal si addicono al tennis e soprattutto al diretto interessato, vale a dire Roger Federer) di uno svizzero appena spodestato, dorato sì ma in compagnia e non da solo, che vuole tornare a "rifarsi" la bocca. E poi ancora c’è quel pizzico di piccantino che ha intrinsecamente dentro di sé Novak Djokovic. Tutte chiacchiere queste tipica della vigilia, quando i protagonisti invece che sul campo si sfidano sulle strade di Manhattan, raffigurati su dei camion di media taglia, a chi sfreccia per primo lungo la 34esima strada. Quando loro, i giocatori sono ancora “solamente” appesi al Madison Square Garden per motivi pubblicitari, come è capitato a James Blake. Che, per la cronaca, darà vita al programma serale (dalle 19.00 americane, notte fonda nel Bel Paese) in un derby che lo vede impegnato con Donald Young.

E’ un’attesa comunque che si respira, si respira come il vapore caldo e a tratti nauseabondo emanato dai chioschetti di hot dog appollaiati ad ogni incrocio. I numeri riguardanti i biglietti venduti e i segnali che la USTA manda agli americani (è appena stato aperto un cosiddetto Us Open Store, cioè un punto vendita dedicato, in città) vanno tutti in una direzione. Voglia di tennis ce n’è per chi in America ci vive, nonostante le esigue speranze di far bene e di avvicinarsi anche solamente a un trofeo. Ma di voglia ce n’è a bizzeffe anche per chi in America ci viene apposta. Come un ragazzo italiano incrociato al JFK Airport. Dice di chiamarsi Carlo, ma ha l’aria di chi per non dar troppa confidenza si inventerebbe pure un nome falso. Qualche esame alla Laurea, un lavoro già in tasca e una settimana a New York (“il sogno di una vita”, dice…) per seguire gli Us Open. Buon torneo a tutti allora, Carlo compreso, ammesso che si chiami davvero così.