Un torneo di quarta in periferia, Next Gen contro Vecchia Guardia. La Grande Bellezza di Roma e il farmaco dell’ironia risarcisono i dolori di una sconfitta che brucia…


Ma chi me l’ha fatto fare? Eppure lo sapevo: mai deragliare dal binario conosciuto, mai tentare strade ignote se non si è la reincarnazione tennistica di Ulisse. Il fatto è che, reduce da una dignitosa stagione nel circuito Veterani, mi sono fatto ingolosire dai Campionati Regionali di Quarta categoria, senza limiti di età quindi, da giocare presso il circolo Tennis Club Garden di via di Capannelle. Già altre volte mi ero trovato a scontrarmi con avversari molto più giovani, con risultati controversi, perché non riprovarci quindi? Passato il primo turno con sufficiente autorità – anche perché il mio avversario non si è presentato – sono entrato con baldanza in uno splendido pomeriggio dell’ottobre romano nel campo 4 a me destinato. Del mio rivale so solo che ha una classifica migliore della mia, seppur di poco (4.4 contro 4.5). Prima sorpresa: mi viene incontro un ragazzino magro, alto come me (non ci vuole molto), frangetta nera, che mi chiede, «sei Grilli?, giochiamo contro». Strabuzzo gli occhi, ‘quanti anni avrà – penso – 15, 11, forse 16 malportati, ma perché così giovane. E se ci perdo?’. Il palleggio introduttivo non mi tranquillizza, Matteo, il ragazzo, gioca un fastidioso dritto molto arrotato e un bel rovescio a due mani, sia incrociato che lungolinea. E poi, al secondo punto vinto, mi guarda, fa il pugno e dice «Vamos!». Mi viene da ridere, guardo l’unico spettatore presente ed esclamo, «ce mancava solo il fratellino de Arcaraz». Lui non fa una piega, capisco che deve essere il papà o l’allenatore. La partita è una sofferenza continua, l’arma dell’esperienza che ero convinto di poter utilizzare si rivela un bluff, gioco sempre a rincorrere i suoi colpi, solo il dritto mi funziona mentre il rovescio mi esce solo tagliato, malgrado ripeta come un mantra quella famosa esclamazione di papà Federer («Roger, tira quel rovescio, cazzo»), che avrebbe schiuso al Divino le porte degli ultimi trionfi Slam. Dopo mezzora la partita si anima: mentre io sono in difficoltà a vedere le righe del campo (è l’ora delle lenti a contatto?) e mi rammarico per le tante palle chiamate fuori e per me vincenti, il piccolo Matteo scaglia un dritto fuori di mezzo metro. «Posso vedere il segno?», mi chiede serafico. Allora mi avvicino alla rete richiamandolo con l’indice (vi ricordate Nadal e Sonego a Wimbledon 2022) e sbotto: «Ragazzì, famo a capisse: io mi fido di te e tu ti fidi di me, che sono più vecchio almeno di 50 anni. E poi smettila di urlare Vamos, siamo tra la Tuscolana e Cinecittà, e tu giochi alla Bufalotta. Non mi sembra proprio il caso…».


   Matteo non fa una piega, speravo di averlo colpito nell’orgoglio e invece niente, gioca proprio meglio di me. Sul 6-3 2-1 arriva il momento ‘what a fuck!’, di morettiana memoria. Nel tentativo di raggiungere un dritto che mi ripaga almeno parzialmente di tutti gli abbonamenti pagati a Sky – senza contare le gite carissime a Wimbledon e al Roland Garros – inciampa, cade rovinosamente e si grattugia il fianco destro. «Tutto a posto?», chiedo magnanimo, tanto ho capito che l’incidente non è grave, non ne posso neanche approfittare. Lui mormora un «sì» sofferto, si avvicina alla panchina, si nasconde il viso nell’asciugamano e comincia a piangere. Io e suo padre (o suo allenatore) ci guardiamo sorpresi, proviamo a consolarlo, gli diciamo di prendersi tutto il tempo che gli serve. Poi aggiungo sornione: «Comunque, se non te la senti di continuare, mi dispiacerebbe molto ma accetterei la vittoria per ritiro, anche se la cosa non risponde ai criteri di sportività che regolano la mia esistenza». «No, gioco, gioco», mormora, allora provo con l’immancabile inutile battuta di spirito: «Dai, vedrò di limitare i mei maligni dritti incrociati…». Lui mi guarda perplesso, evidentemente il senso dell’umorismo non è materia scolastica. La caduta non ha inceppato il suo tennis, e sul 4-5 ho la bella pensata di giocarmi tutto il game all’attacco, forte di un paio di volée riuscite bene in precedenza. Risultato: per lui due pallonetti vincenti – uno giocato al volo di rovescio dalla linea di metà campo – e per me due misere demi-volée che faticano anche ad arrivare alla rete. Game set e match, stringo la mano a Matteo e gli dico, «bravo, molto bravo». «Bravo anche tu», mi risponde e vorrei colpirlo con una racchettata. Poi non resisto alla fatidica domanda: «Scusa, ma quanti anni hai?», «dodici», mi risponde. Mi accascio sulla panchina, ora tocca a me nascondere il volto nell’asciugamano, peccato che non mi venga da piangere. ‘Ho perso contro un bambino’, mi ripeto. A fatica arrivo alla Club House, sperando di non incontrare il sorriso sempreverde di Di Matteo (‘che gli dico se mi chiede come è andata? Che ho avuto uno stiramentino, che hanno tolto dei calcoli a mio cognato, che non ho infierito contro un ragazzo che ha 53 anni meno di me e che ha tutta una carriera davanti?’). Fingo di zoppicare, non si sa mai, ma Pancho è troppo impegnato a guardare Sinner in tv e posso regalarmi una coca cola ghiacciata di consolazione. Mentre raggiungo la moto mi viene in mente che tanti anni fa una sconfitta così mi avrebbe probabilmente spinto a rompere le mie Maxima Deluxe. Ma erano di legno, anche sfogarsi era più facile, mentre ora le finanze non mi permetterebbero l’acquisto a cuor leggero di due Yonex nuove. Salgo sulla moto, passo il cancello del circolo e per incanto tutto cambia: di fronte, sotto un cielo azzurrissimo, ho la splendida visuale del Parco archeologico dell’Appia Antica e delle rovine maestose della villa dei Sette Bassi, abbellite da un clamoroso tramonto alle mie spalle. E allora, rubando i versi a Cesare Pascarella, ‘me s’apre er core come ‘no sportello’. E me ne vado a casa con l’animo meglio disposto, ringraziando per l’ennesima volta la bellezza della mia città. In fin dei conti, ho perso solo una partita di tennis. O no?