Coppa Davis: il formato è moderno, ma basterà a salvarla?

La Davis del passato è sempre stata vista come la vecchia signora che tutti dicevano di amare ma che nessuno voleva in casa.

Foto Ray Giubilo

Circa il concetto di squadra, Daniel Pennac sembra avere le idee chiare. «Ogni studente suona il suo strumento, ciò che conta è trovare la giusta armonia». E’ così che il famoso narratore-pedagogista definisce le singole attitudini poste al servizio del collettivo. E aggiunge: «Una buona orchestra non è un plotone che marcia al passo ma un insieme di solisti che prova lo stesso pezzo. Qualcosa in cui anche il tin tin del piccolo triangolo o il bloing bloing del modesto scacciapensieri sono importanti come il primo violino perché parte della stessa musica». In clima di Davis, faccio mia la metafora per ribadire come il tennis, da esercizio per solisti, sorprenda ogni volta interpretando uno splendido spartito per orchestra in occasione della sua più prestigiosa versione a squadre. La stessa che, ancor prima del risultato, risveglia in tutti orgoglio, tenacia, senso di appartenenza e forti emozioni.

Esco dall’etereo per dire che quanto vedremo a Torino sarà il volto di un tennis giocato per se stessi ma anche per gli altri: pubblico, compagni, Paese! E come sempre accade ci sarà un leader a fare andatura, quella che Fognini, esperto in materia, potrebbe imporre col suo carisma, pronto a farsi anche gregario in doppio col fidato Bolelli. A Sinner e Sonego il compito di fare il resto sotto la sapiente regia di capitan Volandri. Oltre la rete, prima Usa e poi Colombia, non irresistibili ma da prendere comunque con le molle. E se tutto andrà liscio, quest’anno potremmo vederne delle belle.

Colgo l’occasione per sbizzarrirmi su un format diviso tra odio e amore. Già sulla prima edizione, vinta dalla Spagna di Rafa Nadal, era caduta una pioggia di critiche feroci dovute alla riduzione dei match e dei set da giocare. Non bastasse, non erano mancati i reclami per una organizzazione impossibile degli orari e ancora oggi c’è chi vede nelle innovazioni un colpo da cui la manifestazione uscirà prima o poi con le ossa rotte. Dico la mia affermando, invece, che la formula più snella non mi dispiace affatto così come trovo gradevole riunire più compagini in un’unica location offrendo un bel colpo d’occhio sui valori delle singole nazioni. Penso inoltre, a rischio smentita, che lo snellimento sia un toccasana per la sopravvivenza della Davis. D’altra parte sulla vecchia formula fioccavano ogni anno illustre defezioni e la manifestazione procedeva a tentoni. Chissà cosa avrebbe detto, l’americano Dwight Filley Davis. Il fondatore della Coppa fu anche fautore della prima sfida con i britannici, tenuta sull’erba del Longwood Cricket Club di Boston nell’agosto del 1900 e capì presto che le assenze erano nel Dna dell’imberbe creatura giacché i sudditi di sua maestà, con spocchia anglosassone, lasciarono a casa i più forti e si presentarono dimezzati all’appuntamento. Proprio così: i migliori, già allora, avevano marinato la Coppa! Tale è stato negli anni a venire. Per cui a poco serve discutere sui pro e i contro della nuova formula, meglio guardare alla realtà e dire, senza tema di smentita, che la Coppa Davis al passato è sempre stata vista come la vecchia signora che tutti dicevano di amare ma che nessuno voleva in casa.

Lo stesso pensiero maturato da David Haggerty, presidente ITF, che, con buona complicità delle federazioni nazionali, ha pensato di immolare la vecchia formula alle mutazioni volute dalla Kosmos di Gerard Piqué. Abbraccio mortale? Chissà! L’accordo ha richiesto un robusto maquillage, in cambio, la nobildonna ha dovuto cedere alle lusinghe della finanza, chiudendo l’ombrello sotto la pioggia di verdoni che da qui a cinque lustri, cadranno su di lei in modo assai copioso. Avrà riflettori solo per sé e farà omaggio delle sue grazie ai diritti televisivi. La terapia d’urto salverà dall’estinzione la più tradizionale delle competizioni tennistiche? Verrà inserita a pieno titolo nel palinsesto di tornei con cui ha sempre convissuto a malapena? Per ora la risposta è ambigua: da una parte la ritrosia dei migliori a inserirla in agenda, dall’altra la nascita della Laver e Atp Cup, lussuose passerelle, più o meno simili alla nuova insalatiera, volute dall’associazione giocatori. Allora: dov’è la verità?

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