L’incredibile giornata di Parigi regala all’Italia tre giocatori ai quarti di finale. Due di loro si scontreranno per un posto in semi. E il sogno continua…

foto di Ray Giubilo
E chi se lo aspettava un Roland Garros del genere? Domanda comune, stupore condiviso, ieri notte – anzi stamattina -, diffuso e quasi euforico nella tribuna stampa del Suzanne Lenglen.
Altri cinque set clamorosi, fra un Arnaldi impossibile da abbattere e un Tiafoe magari sciupone, ma tosto, coriaceo, duro a morire pure lui. L’ennesimo match che ti fa capire perché lo ami tanto, questo sport.
E’ come se l’assenza di Alcaraz e la sconfitta precoce di Sinner avessero scatenato un’energia nascosta, sdoganato pensieri proibiti, acceso ambizioni rimaste nel cassetto per gli ultimi due anni. Come direbbe un marsigliese specializzato in intrecci mozzafiato: Casino totale.
Tutti lottano alla morte, perché tutti, senza i due despoti gentili, sentono di avere una chance, una carta da giocarsi, fiutano un destino imprevisto «Uno spiraglio da cogliere», riassume Cobolli.
Dopo manciate di Slam e di ‘1000’ passati ad aspettare, un filo rassegnati, soltanto la finale; a chiedersi sin dal primo turno chi, fra Carlitos e Jannik, sarebbe stato più in forma; a scannerizzare allenamenti, post, indiscrezioni dei dioscuri in cerca di un mezzo indizio per elaborare percentuali o quote da bookmakers, al Bois de Boulogne il tennis è letteralmente esploso.
Non ha più padrini né padroni, ma mille inquilini con cittadinanza piena, con licenza di sognare. Il Roland Garros da canale unico si è trasformato in una multisala: spettacolo a tutte le ore, per veterani e matricole, dalla commedia al thriller, dall’action movie al fantasy. E negli occhi allegramente sconcertati dei colleghi, in sala stampa, ci leggi proprio questo: la gioia, fanciullesca, del non sapere più come andrà a finire. Che si somma, fra l’altro, a quella di avere in cartellone tre nomi italiani, tre protagonisti inattesi.
Così anche tornare verso l’hotel o l’appartamento alle due di notte, dopo aver letto la stessa allegria sul volto di Matteo Arnaldi, zoppicante, stremato ma sorridente come un bambino in zona mista («non posso sedermi, sennò mi vengono i crampi»), dopo aver vissuto una notte che nessuno dimenticherà; così anche la fatica di un giorno infinito, di pezzi scritti e riscritti, di attacchi rifatti, di incertezza assoluta, ti sembra più leggera da sopportare. Per carità, magari sarà Parigi che ti scorre accanto, notturna e misteriosa, vellutata e sexy; saranno la Tour Eiffel illuminata di un rosso rugginoso e segreto, il lungosenna addormentato e i boulevard ancora accesi, sarà la musica di Aznavour che esce dalla radio del taxi – carissimo, a quest’ora -, sarà la Francia che torna dolce – ma un pensiero prima di spegnere la luce, timido e un po’ indecente, ti si accende in testa. Anzi, più che un pensiero un desiderio, una letterina di Natale improvvisata a inizio giugno: cari Carlos e Jannik, ci mancate, e vi pensiamo tanto tanto.
Ma se volete allungare un po’ le vacanze e la convalescenza, non preoccupatevi. Fate con calma. Il tempo non vi manca. E noi mica ci offendiamo.

