Il nostro biblista mette a confronto le parole di Nole e Jan, sul tema della miglior prestazione possibile

Foto di Ray Giubilo


All’indomani dell’emozionante secondo trionfo di Jannik Sinner a Wimbledon, mi piace commentare alcune delle sue parole nella conferenza stampa conclusiva del torneo, mettendole a confronto con altre di Djokovic subito dopo essere stato sconfitto proprio da Jan in semifinale. Venerdì scorso il serbo ha affermato: “L’anno scorso negli Slam ho raggiunto quattro semifinali, quest’anno finora una finale e una semifinale. Per il 99% dei giocatori sarebbe un ottimo risultato, ma a me non basta, perché sono benedetto e maledetto allo stesso tempo dall’abitudine di lottare per il massimo. Provo ancora il brivido della competizione, ma non mi piacciono più le settimane faticose che conducono ai grandi tornei, con tutta la sofferenza fisica annessa”.

Ieri il nostro campione ha fatto eco: “L’unica cosa che mi rende felice è dare il meglio. A volte lo fai, ma non basta, anche se non vincere non è comunque un fallimento. Pure se avessi perso sarebbe stata una grande giornata, perché non è mai facile giocare una finale Slam”. E ricordiamo appunto come ha perso lo scorso anno in finale al Roland Garros contro Alcaraz, mancando tre match point. Mi paiono due facce di una stessa medaglia, complementari e istruttive. Mi viene spontaneo commentarle con uno dei detti di Gesù che più ha fatto scorrere inchiostro: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’” (Vangelo di Luca 17,10).

Il Maestro di Nazaret intendeva forse dire che la grazia di Dio è gratuita per tutti e che nessuno può o deve vantare meriti particolari di fronte a lui. Anche nell’ambito della massima eccellenza tennistica vale qualcosa di analogo. Campioni del calibro di Nole e Jan hanno ricevuto in dono un talento eccezionale, ovviamente passato al vaglio e raffinato con il “dovere” di spossanti sessioni di allenamento, una vera e propria ascesi benedetta e maledetta… che però non è garanzia di successo.  A quel livello la differenza la fanno particolari minimi: l’età in primo luogo (tra i due corrono 14 anni abbondanti, un’eternità!), un rimbalzo capriccioso sull’erba, qualche minuto (secondo?) di deconcentrazione o delusione in campo, un pensiero di troppo a un errore appena commesso. A volte, più semplicemente, il dover ammettere che si è dato il meglio, ma non è stato sufficiente rispetto al meglio dell’avversario dall’altra parte della rete.

Dunque? Si tratta di continuare a fare quello che si deve, sapendo che molto dipende dalla prospettiva da cui si guardano le cose. Naturale che Nole, al tramonto della sua leggendaria carriera, voglia ancora provare il brivido della vittoria del 25° Slam, ma forse si avvicina l’ora di dire basta, perché è troppo duro arrivare fin quasi alla vetta e vedersi ricacciato giù da Jan o Carlitos. Così come è comprensibile che la Volpe rossa sia convinto che a quasi 25 anni la sconfitta non è in ogni caso un fallimento: nuove occasioni di trionfare, anche grazie alla sua capacità di “rimbalzare” dopo le cocenti delusioni parigine, non gli mancheranno… Se c’è una cosa davvero liberante, anche da troppi sguardi autocentrati, è fare bene ciò che dobbiamo fare, farlo senza troppi calcoli. È la forma più semplice di servizio a noi stessi e a chi ci è accanto. Lo sa benissimo chi, come il tennista, fa del servizio una delle sue armi vincenti, a ogni età della vita, e qualunque sia l’esito di un match.