Con il ritorno delle sfide “home and away” si è rivisto in parte anche lo spirito, ormai dimenticato, della vecchia Coppa Davis

Entusiasmo, angoscia, gioia, passione. Esultanza e delusione, il cuore che si sbretella, l’allegria che esplode. O se volete, più sinteticamente: la Coppa Davis.
Quella che si gioca in casa e in trasferta, che ti fa venire i nervi e le lacrime agli occhi. Quella che trasforma lo sport più nevrotico e solitario che c’è in una canzone popolare, e ogni campo in una comunità.
Per anni ci hanno raccontato che l’argenteria era vecchia, opaca e polverosa che non interessava più ai campioni, che occorreva cambiare, ottimizzare. Rivoluzionare, a costo di snaturare. Per attirare nuovi fan, per adattare il vecchio spirito ad un mondo più veloce, e alle regole dettate dai social.
Invece eccolo qua, il vecchio spirito, che in realtà è eterno come lo sono le nostre emozioni. La delusione di Fritz e Tiafoe, i brividi della Spagna. ll groppo in gola della Danimarca, la rabbia di Rune, il sorriso di Martinez. La felicità dell’Austria, l’orgoglio della Repubblica Ceca, la grinta del Belgio, l’amarezza dell’Australia. Le farfalle nello stomaco quando giochi in casa, davanti al tuo pubblico – e non in un’arena lontana e deserta, con una manciata di spettatori perplessa su chi tifare -, il gusto proibito di fare il colpaccio in trasferta e ribaltare il pronostico.
Bentornata, cara, vecchia Davis, con tutte le tue polemiche, i tuoi colpi proibiti, i cori e i dispetti.
Perchè i campioni vanno e vengono, decidono quando usarti e quando corteggiarti. Ma tu resti. Ferita, maltrattata, ammaccata, sottovalutata, svalutata tu, comunque, resti quella che ci colpisce al cuore.

