Al ‘Garden’ di Roma scatta uno dei Challenger più apprezzati del belpaese, un’occasione per conoscere meglio quel ‘Mondo’ Challenger troppo spesso etichettato come ‘circuito minore’

Foto di Ray Giubilo

Anche Roma ha il suo bel Challenger! È quello del Tennis Club Garden, giunto quest’anno alla ragguardevole età di 30 primavere. Per i campi del prestigioso circolo sono passati nomi blasonati come Cerundolo, Bedene e i nostri Cecchinato, Starace e Di Mauro. Affidato da sempre alle mani sapienti di Ezio di Matteo, il torneo si candida all’ennesimo successo. L’evento gode di grande seguito anche per la sua collocazione a ridosso del Master 1000 capitolino giacché molti dei giocatori in gara al circolo di via delle Capannelle avranno ruolo anche sui campi del Foro Italico. E allora vale la pena cogliere l’occasione per accendere un occhio di bue su quel grande contenitore che va sotto la definizione di ‘Mondo dei Challenger’ e meglio comprendere il grande contributo dato al tennis di vertice.

Lo si potrebbe definire una sorta di Inferno dantesco, un luogo di espiazione collocato subito dopo quello scintillante del circuito maggiore, a un tiro di schioppo dagli ATP 250, a debita distanza dai 500, lontano dai Masters 1000 e a qualche anno luce dai quattro slam. Ideati nel ‘78 dalla neonata Associazione giocatori, i tornei in questione sono oggi una camera di compensazione che ben agisce tra la competizione iniziale dei Futures e quella consolidata del massimo circuito. Un ammortizzatore che non distribuisce montagne di punti né di denaro ma si colloca strategicamente tra il basso e l’alto livello nell’ottica di rendere più armonica la difficile scalata al vertice. In poco tempo, quello che era nato come circuito di ripiego, si è presto rivelato un tassello vincente nella crescita dei giocatori in cerca di successo e nella promozione tennistica presso i più remoti angoli del pianeta, il tutto a costi non esorbitanti e contando su un parterre di ottimi nomi ai nastri di partenza. Un format vincente, dunque, che ha visto prolificare a dismisura la caccia a date disponibili all’organizzazione, un fenomeno ampliatosi di pari passo allo sviluppo economico e finanziario di certe aree geografiche

Al netto di cancellazioni dell’ultima ora, i Challenger di questo 2026 oscillano intorno ai 160 appuntamenti diversificati secondo montepremi: 6 da 175.000, 23 da 125.000, 21 da 100.000, 65 da 75.000, 43 da 50.000. La metà dei quali giocati sulla terra battuta, altri 60 sul duro cemento e 8 sulla blasonata erba. La panoramica non poteva ignorare la distribuzione geografica e raccontare che del totale appuntamenti 85 hanno luogo in Europa mentre l’America del Nord e quella del Sud ne contano rispettivamente 20 cadauno. Segue l’Asia con 25, l’Oceania a quota 8 e, fanalino di coda, l’Africa che crea dai 2 ai 4 tornei l’anno di questo taglio.

Un mondo, quello ‘Challenger’ in cui tutti, prima o poi, finiscono per cimentarsi, offrendosi ai più giovani quale trampolino di lancio verso alti traguardi e a quelli in disgrazia quale provvidenziale paracadute nelle fasi di discesa libera.

Dunque, la definizione di ‘Circuito Minore’ non tragga in inganno, giacché non c’è stato numero uno al mondo che non abbia frequentato il format per esigenze di programmazione. La definirei più un’interessante terra di mezzo, ambita da molti temuta da altri, che ha una sua ragion d’essere per il ruolo svolto negli anni e i mille e più spunti degni di profonda considerazione.