Un vero e proprio passaggio di consegne è avvenuto sul Centrale del Foro Italico nella giornata di ieri, due generazioni che hanno saputo regalare all’Italia intera emozioni uniche

Cinquant’anni dopo e, come quel 30 maggio 1976, adolescenti, incantati ad ammirare Adriano Panatta battere Guillermo Vilas, di nuovo oggi, 17 maggio 2016, in età da pensionati, ancora davanti alla tv, ad appassionarci questa volta per il tennista italiano più grande di sempre, Jannik Sinner. Cinquant’anni fa era un minuscolo televisore portatile in bianco e nero che sembrava il casco di un astronauta, oggi un plasma ultra piatto qualsiasi. Ma che spettacolo, oggi come allora, e che soddisfazione. Difficile dire se ci siano delle differenze, se le emozioni che provi a quindici anni abbiano la stessa intensità, lo stesso significato di quelle provate oggi, in età ben più che adulta, oppure se il tennis di quegli anni, così diverso, così – appunto – in bianco e nero, toccasse dentro di noi corde diverse. Per decenni ci siamo chiesti se mai saremmo riusciti a rivedere un italiano trionfare al Foro Italico. Anno dopo anno, quasi rassegnati, abbiamo dirottato le nostre emozioni verso giocatori svedesi, spagnoli, svizzeri. Poi è arrivato questo ragazzo dalle montagne, prima lungo lungo e secco secco, ora atleta maturo e già saggio, nonostante i suoi ventiquattro anni. Un ragazzo che
si rivolge al “signor Mattarella” con la stessa tenerezza con cui tiene per mano i bambini che lo accompagnano dentro al campo. È arrivato da predestinato e vederlo vincere a Roma era solo questione di tempo. Un tempo breve, chiuso domenica 17 maggio 2026. Dal bianco e nero sgangherato del 1976, all’alta definizione. La chiusura che tutti attendevano, diventata negli ultimi giorni ancora più romanzesca per tutto ciò che è successo durante la semifinale con Medvedev, una partita che ha toccato ogni picco, ogni gamma di sensazioni e sentimenti, che ha mostrato tutta la fragilità e tutta la forza del ragazzo di Sesto Pusteria, che non avevamo mai visto soffrire a quel modo, e mai visto gioire a quel modo.
Quando Adriano Panatta è salito sul palco per premiare il suo erede, ho sperato – e come me credo tanti – che il Foro Italico intonasse lo storico coro “Adriano Adriano”, ma tant’è. Alla fine Panatta ha dato appuntamento a Jannik Sinner al Roland Garros, perché sarà ancora lui, vincitore cinquant’anni fa anche oltralpe, a premiare i finalisti. E ripensando a quei famigerati tre match point contro Alcaraz dello scorso anno… Già. Dovremmo starcene qui a festeggiare una vittoria attesa per mezzo secolo, e invece siamo proiettati in avanti, catapultati, quasi. Ma è colpa sua, di Jannik Sinner. Ci ha abituati a vincere, e non ci sembra vero. Adesso siamo voraci, noi appassionati, forse addirittura più di lui. Perciò bisogna stare ad ascoltare Adriano
Panatta. E, soprattutto, imitarlo per bene.

