CAPITOLO 1 Ho sempre immaginato che la vita fosse come una favola




CAPITOLO 1
Ho sempre immaginato che la vita fosse come una favola. Una sorta di c’era una volta, con le relative principesse, con i castelli, i draghi e i cavalieri su cavalli bianchi come la neve. Nelle favole il male viene sempre sconfitto e gli incantesimi vengono rotti come per in incanto da un bacio. Ma il mondo reale non è una favola. E niente è già predefinito. Questa è la vita…
Mi ricordo che pensavo che le cose non potessero andare male. La decisione di giocare, quell’aprile, il torneo di Amburgo per prepararmi a giocare gli Internazionali di Francia era stata una scelta giusta. Tutta la mia famiglia era lì con me ed era la prima volta che mio fratello Zoltan aveva intrapreso un viaggio in Europa con me. Ci eravamo divertiti così tanto agli Australian Open del 1993 che aveva deciso di seguirmi ad Amburgo. Prima dell’inizio del torneo trascorremmo del tempo insieme a passeggiare lungo il lago vicino al nostro albergo. C’era il sole, era bello, praticamente perfetto.
Avevo un’unica preoccupazione: non essere abbastanza in forma per giocare. Avevo contratto un virus che mi aveva tenuta lontano dai campi tra marzo e aprile, mi sentivo piuttosto debole. Nei primi incontri scendevo in campo abbastanza nervosa, sperando di giocare un buon tennis e di prendere maggior sicurezza nei miei mezzi per prepararmi al meglio per gli Internazionali di Francia. Vinsi i primi turni, ma non ero soddisfatta della mia condizione tennistica. Mio padre mi chiedeva se avevo bisogno di allenarmi di più. Dovevo giocare il mercoledì sera tardi, ma decidemmo comunque di andare ad allenarci anche la mattina.
Avevo chiesto al direttore del torneo di essere scortata da guardie poiché in Germania avevo già avuto qualche problema, a causa di un uomo che aveva tentato di gettarmi dei fogli in campo. Ogni mattina, alle 6 e 45, un gruppo di 4 guardie del corpo doveva, in teoria, aspettarmi davanti ai cancelli del circolo e controllarmi durante i miei allenamenti. Ogni giorno tardavano almeno 10 minuti e il mercoledì mattina arrivarono intorno alle 7 e 40. Quando arrivarono, si scusarono dicendo che si erano svegliati in ritardo. Io mi lamentai con mio padre dicendo che venivano pagati per un lavoro che in realtà non facevano. Quella sera vinsi. Durante il tragitto di ritorno dal circolo all’hotel, il conducente (un ragazzo tedesco) mi confidò che aveva l’impressione che ci stessero seguendo e mi disse di allacciarmi la cintura di sicurezza poiché avrebbe tentato di seminarlo.
Per circa mezz’ora corremmo di fianco alla ferrovia a rotta di collo. I pneumatici stridevano mentre affrontavamo i tornanti a tutta velocità. La piccola macchina di color nero che ci seguiva ci stava dietro, seguendo la nostra traiettoria. Non riuscivamo a vedere il conducente ma avevamo intuito che era da solo sulla vettura. Alla fine il mio conducente rinunciò e mi portò davanti alla porta del mio hotel. La macchina nera non era in vista quando mi accompagnò nell’atrio dell’albergo.
Questo non mi era mai accaduto prima, pensai agitata. Se qualcuno desidera un autografo, può chiederlo. Non mi sono mai rifiutata. Quella notte feci fatica ad addormentarmi.
Ritornammo ai campi il giovedì mattina (29 aprile) per allenarci un po’. Quel giorno arrivò solo una delle mie quattro guardie. In più c’erano molti spettatori a guardare i miei allenamenti, era strano vedere così tanta gente in piedi la mattina presto per vedere i miei allenamenti. Pensai: come sono riusciti a entrare al club? Cercai di concentrarmi ma c’era un uomo che mi riprendeva. Mio fratello andò da lui pregandolo di non riprendermi e spiegandogli che sarei stata felice di firmargli un autografo più tardi. Ci volle del tempo ma alla fine smise di riprendermi. Provavo un forte senso di disagio che non riuscivo a farmi passare, per cui decisi di interrompere prima gli allenamenti.
Dissi a mio padre che sarei andata a cambiarmi nello spogliatoio. A quel punto entrai dentro il tunnel che porta dal campo agli spogliatoi. C’era un uomo negli stand, in un angolo del passaggio. Indossava un cappellino con la visiera recante la scritta ‘Arthur Ashe’: era bello vedere che anche in Germania ci si ricordava di Arthur Ashe. L’uomo con il cappello si chinò in avanti per guardarmi passare. Lo guardai e gli sorrisi e l’uomo a sua volta mi sorrise. Avevo già visto quell’uomo, mi ricordai, era nell’atrio del mio albergo ieri. Che coincidenza. Mi affrettai a cambiarmi per incontrarmi poi con mio padre e mio fratello. Non sapevo che mentre giocavo con mio fratello, mio padre aveva riconosciuto quell’uomo e che si era avvicinato a lui perché lo aveva visto ‘appollaiato’ sul recinto dietro il mio campo. Mio padre gli aveva rivolto la parola dicendo che ad Amburgo il tempo era bello, ma l’uomo gli aveva unicamente sorriso senza rispondergli. Mio padre aveva pensato di farlo entrare dentro al recinto in modo che potesse osservare i miei allenamenti da un angolo migliore, ma Zoltan sosteneva che non sarebbe stato prudente per la mia incolumità.
Quella notte mio padre aveva cominciato a stare male. Pensammo di avere lo stesso virus che avevo contratto io il mese precedente. Il giorno seguente stava talmente male da non poter venire a seguire il mio incontro di quarti di finale contro la bulgara Magdalena Maleeva. Mia madre decise di stare con mio padre e così mio fratello che, però, mi disse che sarebbe arrivato prima della fine del match. “No”, dissi a Zoltan, mentre stavo partendo per recarmi ai campi. “Vieni solo se te la senti”.
Il match non cominciò fino alle 5. La giornata era stata caratterizzata da un cielo limpido e da un’aria frizzante e, con il sole che stava tramontando, faceva piuttosto freddo. Il primo set è stato duro. Magdalena è una buona giocatrice da fondo e dovetti lottare per vincere il primo set, per 6-4. Dopo ebbi un crollo. Ero sotto 3 a 0 nel secondo set, e stavo perdendo il controllo della partita. “Cosa mi sta succedendo”, pensai? “Concentrati e ritorna in partita”, mi dissi, “prima che diventi buio e che decidano di posticipare la partita a domani mattina”. Se questo fosse accaduto, avrei dovuto terminare i quarti di finale in mattinata e poi giocare la semifinale nel pomeriggio. Non volevo trovarmi a giocare una semifinale già stanca. Lottai e arrivai sul 3 pari. C’era ancora un game prima del cambio di campo. Mi portai sul 4 a 3 e andai a sedermi al cambio di campo per i 60 secondi concessimi dal regolamento.
Faceva piuttosto freddo. Muovevo i piedi avanti e indietro e mi asciugai il sudore dal collo. Mi dissi che dovevo concentrarmi e finire la partita in due set. Mi misi l’asciugamano davanti la faccia per cercare di evitare qualsiasi distrazione.
I miei piedi continuavano a muoversi. Pensai che avevo ancora qualche secondo prima di riprendere il gioco quando all’improvviso sentii un terribile dolore sulla parte alta della schiena.
Sentii un dolore improvviso e acuto che partiva dal lato sinistro e mi scendeva alla schiena fino a raggiungere la parte destra. Dalla mia bocca uscì un grido di dolore più animale che umano. Un ululato che io stessa facevo fatica a riconoscere e che mi rimbombava nelle orecchie. Cosa stava succedendo? Mi guardai dietro la spalla sinistra e vidi un uomo con il cappello da baseball che teneva tra le mani un coltello insanguinato. Immediatamente lo riconobbi, era l’uomo che avevo visto in albergo e poi nei palchi vuoti. Una guardia lo afferrò da dietro. Lui diventò rosso fuoco e io mi voltai indietro.
Non ricordo quando mi alzai e come feci a inciampare nella rete. Non ero riuscita a scappare perché ero troppo sotto shock e non riuscivo a essere razionale. Uno degli spettatori mi raggiunse per primo. Saltò giù dagli spalti e mi teneva dalle spalle. Cominciò a girarmi la testa e collassai sul campo. Il dolore era atroce e riuscii ad arrivare a toccarmi la ferita; quando riportai la mano davanti agli occhi era piena di sangue.
Arrivò la massaggiatrice, Madeleine Van Zoelen, e le chiesi cosa fosse successo ma non riuscivo a capire le sue parole. Tutto stava accadendo talmente velocemente che non riuscivo neanche a rendermene conto. Poi vidi mio fratello correre in campo. Pensai che comunque era lì e non gli chiesi niente, sapevo che si sarebbe preso cura di me. Ripensandoci, fui sorpresa nel vedere che fecero entrare Zoltan in campo senza alcun problema, perché nessuno sapeva fosse mio fratello e lo stesso per lo spettatore che mi aveva soccorso. Poteva anche essere un amico del mio attentatore che era lì per finire il lavoro. La realtà è che non c’era sicurezza all’interno dello stadio. Ma non pensai nessuna di queste cose al momento, mi concentrai sulle parole di Zoltan che mi diceva che sarebbe andato tutto bene e intanto mi massaggiava le gambe. “Resta in movimento, non stare ferma”. Poi gridò alla folla che mi circondava che qualcuno mi aiutasse. Vidi Magdalena Maleeva dall’altra parte del campo. Monica non mollare, non mollare, mi diceva Zoltan mentre Madeleine faceva pressione sulla ferita per fermare il sangue. Respiravo affannosamente . Non riuscivo a respirare e non avevo fiato per dire che non riuscivo a respirare bene. “Fate in fretta, fate in fretta!” gridava Zoltan. Ricordo che speravo che qualcuno mi portasse dell’ossigeno. Nessuno lo fece. Mi sdraiarono sulla lettiga e mi portarono fuori dal campo. Zoltan mi scortò in ambulanza, la stessa che ci aveva impiegato così tanto ad arrivare. Chiesi a Zoltan di mamma e papà mentre gli infermieri mi mettevano sull’ambulanza. “Li vedrai in ospedale”, mi promise Zoltan mentre mi sfregava le gambe e le braccia per mantenere attiva la circolazione del sangue. Avevo così tanti pensieri dentro la mia testa… la parola ‘pugnalata’ mi rimbombava continuamente nel cervello. Non avevo mai pronunciato quella parola fino a quel momento. Ma avevo visto il coltello. Il coltello mi era stato conficcato dietro la spalla. Dentro e fuori… Ero stata accoltellata. Respira Monica, respira Monica… La corsa in ambulanza sembrava non finire mai. Madeleine venne con noi all’ospedale. Fu molto carina, e le sono molto grata per quello che ha fatto.
I miei genitori erano là, mentre mi portarono al pronto soccorso. Zoltan li aveva avvisati. Non riesco a immaginare quanto si siano sentiti inutili in quel momento. Stavano piangendo quando li ho visti, troppo spaventati per farsi vedere forti. Mi portarono in una stanza per sottopormi a vari esami e da quel momento in poi avevo solo visioni di terrore e dolore.

CAPITOLO 2
Ero fuori di me. Dopo che i dottori mi ebbero pulito la ferita decisero che avevo bisogno di essere sottoposta all’MRI, un esame in grado di determinare l’estensione della mia ferita. Mi portarono in una piccola stanza e mi sdraiarono su una piattaforma sottile che sarebbe stata poi introdotta in un cilindro. Quando le infermiere mi stavano introducendo dentro il cilindro cominciai a gridare che non volevo entrare in quella cosa. Un’infermiera, in un inglese un po’ difficoltoso, tentò di spiegarmi che era necessario per capire quanto fosse esteso il danno. Io le dissi singhiozzando che non potevo rimanere sdraiata in quella posizione perché mi faceva troppo male. Nonostante le mie lamentele mi introdussero comunque nel cilindro. Mi sembrò di stare lì dentro 4 settimane e non 40 minuti. Sentivo molto male. L’infermiera mi ripeteva continuamente di non muovermi, ma per me era molto difficile perché la parte alta della schiena mi faceva molto male. I dottori valutarono che il danno era nei tessuti molli e nei muscoli della mia scapola. La ferita era profonda quasi 4 centimetri e il punto di penetrazione era solo a qualche millimetro dalla mia spina dorsale. Uno dei dottori mi disse che ero stata fortunata. Se la lama fosse entrata un millimetro più a sinistra sarei rimasta paralizzata. Fui messa in una camera dell’ospedale, ero esausta e non ero neanche in grado di chiudere gli occhi. Pensai, in un profondo stato di terrore, al fatto che lui sarebbe potuto tornare e colpirmi ancora. Non sapevo chi fosse l’uomo che mi aveva attaccato e non sapevo se fosse stato arrestato. C’era una guardia sulla mia porta d’ospedale ma chiesi ai miei genitori e a mio fratello di rimanere accanto al mio letto, mi faceva sentire più al sicuro. Alla fine i medici mi somministrarono delle medicine che mi rilassarono e che mi tolsero il dolore in modo da riuscire a prendere sonno, ma un sonno molto agitato. Non durò molto la pace. Ogni 5 minuti qualcuno bussava alla mia porta. Zoltan balzava dalla sedia e andava a vedere chi fosse. Ogni volta gli ponevano delle domande paranoiche. Non mi fidavo di nessuno e non volevo parlare con nessuno fatta eccezione per i miei familiari. La stampa voleva che rilasciassi una dichiarazione ma non avevo niente da dire. Un uomo aveva cercato di uccidermi. Non ero in condizione di parlarne e di cercare di capire il come e il perché. Sfortunatamente alla polizia non potei dire di no. La donna poliziotta si avvicinò al mio letto e cominciò a pormi delle domande. Ero sotto shock e non riuscivo a seguirla nei discorsi. Cominciai a piangere. Mio fratello fece interrompere l’interrogatorio. “Lasciate Monica da sola”, disse alla poliziotta. “Non credo che sia il momento per parlarle, è sotto shock. Per favore ritornate domani”. Accompagnò la poliziotta alla porta, che se ne andò un po’ controvoglia. Zoltan mi rassicurò dicendomi che l’uomo che mi aveva aggredito era sotto custodia e che ero al sicuro. Non capivo veramente ciò che Zoltan mi stava dicendo, sonnecchiavo ma ero ancora preoccupata del fatto che quell’uomo potesse trovare la mia stanza d’ospedale. Il mio timore era quello di addormentarmi e di svegliarmi con la faccia di quell’uomo davanti a me. Chiesi a Zoltan perché l’uomo mi avesse aggredito e lui mi rispose che non sapeva esattamente il perché e che solo il tempo l’avrebbe detto. Non c’era un senso. Tremavo, mia mamma era accanto a me e mi stringeva stretta. L’infermiera portò 2 brande, una per mio padre e una per Zoltan che si sentivano male. Quella notte dormimmo tutti nella mia stanza. Come sempre eravamo uniti. Il sabato mattina Stephanie Tolleson, la mia manager sportiva della IMG, arrivò dagli Stati Uniti. Stephanie stava affrontando una gravidanza difficile e il volo aereo per lei rappresentava un rischio, per cui fui sorpresa nel vederla. Significa molto per me che lei fosse venuta in Germania ad aiutarmi a gestire la situazione. L’avevo conosciuta in Yugoslavia quando ero una giocatrice juniores e Stephanie per me era come una di famiglia. L’ospedale era colmo di giornalisti. In passato avevo sempre rilasciato delle dichiarazioni ma questa volta non mi importava niente di come andassero le cose, stavo solo cercando di farcela. Mentre guardavo fuori dalla finestra della mia camera ripensando a ciò che era successo la IMG era impegnata con la stampa. La stampa aveva dichiarato delle cose errate. La descrizione della mia ferita causata dal coltello non solo era scorretta ma avevano banalizzato così tanto sulla mia ferita che era diventato niente di più che ‘una cosa leggera’. Sfortunatamente era molto di più che una lieve ferita. Avevo sempre affrontato la stampa e le mie avversarie come una delle giocatrici più dure e tenaci da battere. Ma questa era la situazione peggiore che avessi affrontato nella mia vita. Solo ieri ero concentrata sugli Internazionali di Francia, pensai mentre giacevo nel mio letto d’ospedale. Ero sicura di avere delle buone probabilità di difendere il titolo e forse avrei potuto essere la prima giocatrice a vincere per ben 4 volte consecutive il titolo degli Internazionali. Solo ieri ero la giocatrice numero uno al mondo. Adesso ogni cosa è cambiata. Non sono più la persona forte che ero 24 ore prima.
La mattina seguente la numero due al mondo Steffi Graf venne a farmi visita. Ero così contenta di vederla: la mia avversaria più temibile a cui avevo tolto il primo posto nel ranking mondiale. Quando si avvicinò al mio letto cominciammo a piangere. La guardavo, era incredibile vedere quella donna, che fino a quel momento non aveva mai mostrato le sue emozioni, piangere. Era un momento alquanto bizzarro, due atlete una di fronte all’altra che piangono insieme. Steffi mi disse di quanto era dispiaciuta che questo fosse accaduto nel suo paese e mi incoraggiò sul tenere duro e non mollare mai. La guardavo mentre parlava e non immaginavo ancora che ero stata aggredita dall’uomo che voleva che Steffi tornasse a essere la numero uno. Non che questo avrebbe cambiato qualcosa. Dopo qualche minuto mi disse che doveva andare perché doveva giocare la semifinale. La fissai in stato confusionale. Non capivo perché il torneo continuasse visto che io non potevo essere là e mentre piangevo pensavo che visto che non potevo giocare io nessuno avrebbe dovuto giocare. Pensavo: un giocatore viene pugnalato durante un evento internazionale. Come fa il direttore di un torneo ad andare avanti con un evento come se nulla fosse successo. Augurai a Steffi buona fortuna. Mentre se ne stava andando mi disse che mi avrebbe chiamato. Avevo un nodo in gola, non riuscivo nemmeno a inghiottire e continuavo a piangere. Non ero l’unica ad essere sorpresa del fatto che la Citizen Cup sarebbe andata avanti. Le mie sensazioni vennero confermate quando guardai fuori dalla finestra e vidi che centinaia di fans protestavano contro questa decisione. La Citizen Cup è un torneo internazionale e un’ospite di questa manifestazione era stata aggredita durante una partita. Era impensabile per questi fans che il torneo andasse avanti come se niente fosse successo. I direttori ufficiali del torneo chiamarono mia madre all’ospedale e le chiesero di parlare ai fans che si erano radunati attorno ai campi. Stavano protestando sul proseguimento del torneo dopo il mio attacco. A questo punto era esausta e così preoccupata per me che accettò di aiutare e si recò ai campi. In quel difficile momento mia madre era di fronte a una folla che innalzava dei cartelli con scritto FERMATE IL TORNEO.
Mia madre disse che al momento tutto le appariva nero e solo la gentilezza di alcui tra i protestanti che la abbracciavano e le regalavano fiori e orsetti di pelouche le dava la forza per rivolgersi alla folla. I fans si calmarono ma la decisione di portare avanti comunque il torneo suscitò molte critiche. Inoltre le mie aspettative sul fatto che i giocatori si sarebbero rifiutati di continuare il torneo erano condivise da molte altre persone. Rimasi alquanto delusa nel vedere che i giocatori decisero di agire come giocatori professionisti e non come essere umani. Fosse stato aggredito un altro giocatore io non avrei mai continuato a giocare quel torneo. Un’ora dopo la visita di Steffi qualcuno bussò alla mia porta.Mia madre era in bagno, e mio padre e mio fratello erano fuori dalla porta. Pensai, mentre mi rannicchiavo nel letto, magari se ne vanno. Bussarono nuovamente alla porta. Mi alzai dal letto e lentamente mi incamminai vero la porta per nascondermi. Il dolore si riacutizzava ad ogni mio movimento. Inciampavo in tutte le borse di plastica poste contro le pareti. Le mie ansie ruotavano tutte intorno a un berretto da baseball. Il nome Arthur Ashe era scritto sul fronte del cappello. “Come ha fatto a trovarmi?”, pensai terrorizzata Era una domanda alla quale non sarei mai riuscita a rispondere. Mi nascosi dietro la porta terrorizzata che l’uomo che mi aveva accoltellato avesse trovato la mia stanza. Non pensavo al fatto che ci fosse una guardia fuori dalla mia camera e il terrore mi assalì. La porta si aprì e entrò la poliziotta della sera prima insieme a un altro ufficiale. Quando vidi che era lei mi rassicurai e tornai nel mio letto. Quando mi rimisi a letto la poliziotta misi dei sacchetti di plastica sul mio letto e l’uomo cominciò a tradurre ciò che mi stava dicendo la donna poliziotto. Disse che doveva mostrarmi le prove raccolte e io dovevo confermare se queste cose appartenevano a me o no. La donna aprì uno dei sacchetti e tirò fuori la maglietta piena di sangue. Era a brandelli perché il dottore l’aveva tagliata per togliermela. L’odore mi assalì, il sangue ormai asciutto, il sudore stantio; mi riempì le narici e mi annebbiò la testa. Dissi che volevo lì la mia famiglia, nel frattempo l’ufficiale mi chiese insistentemente se la maglietta era la mia o meno. Risposi di sì, intanto la donna poliziotto aprì un altro sacchetto e tirò fuori un coltello. “E’ questo il coltello che ha usato il tuo aggressore?”. Fissavo il coltello da 23 centimetri sporco di sangue sulla lama. Sentivo ancora il grido, agonizzante, che mi rimbombava nelle orecchie. Guardavo insistentemente la maglietta sporca di sangue cercando di rimuovere il fetore dai miei sensi. Il poliziotto mi chiese ancora se il coltello era quello o meno. Devo aver detto di sì visto che hanno rimesso il tutto nei sacchetti di plastica e se ne sono andati. Cominciai a vomitare tutto il cibo e i succhi gastrici. Ma niente poteva cambiare quello che era stato. Niente poteva cambiare la realtà, la realtà che il torneo era andato avanti come se niente fosse successo. Non contava niente, non contavo niente. Steffi Graf giocò le semifinali della Citizen Cup ad Amburgo. “Non ho paura”, dichiarò alla stampa: “I giocatori di tennis sono stati messi più o meno su un piedistallo. Io penso che ci dovrebbe essere un contatto più stretto tra i giocatori e gli spettatori. Non si può vivere nel terrore”.
Fui sorpresa dalla sua calma e dal suo coraggio. Le sue parole mi suonavano come incomprensibili e la sua decisione di continuare il torneo sorprese molte persone. Personalmente ero in ammirazione davanti alla sua forza mentale. Steffi perse da Jana Novotna in semifinale dopo un match duro durato tre set.

CAPITOLO 3

DICHIARAZIONE DEL DIPARTIMENTO CRIMINALE
Amburgo, 30 aprile 1993
Oggetto: sospetto di tentato omicidio di Monica Seles
Testimonianza dell’aggressore Gunther Parche
Ho appena letto la dichiarazione riguardante la testimonianza e ho capito che non devo rilasciare alcuna deposizione alla polizia riguardo l’accusa. Inoltre all’inizio della nostra conversazione l’agente di polizia che ha preso la testimonianza mi avvisò che non era necessario che facessi alcuna deposizione. In ogni caso, voglio raccontare la mia storia e non voglio prendere un avvocato a questo punto. Non penso di averne bisogno.
Prima di cominciare il mio racconto voglio precisare innanzi tutto che sono un grande fan di Steffi Graf. Ho seguito la sua carriera tennistica con grande interesse. Da quando sono stati aperti i confini le ho sempre spedito dei soldi per il suo compleanno. Negli ultimi 2 anni le ho spedito 100 marchi tedeschi, e quest’anno 300 marchi tedeschi. Inoltre ho spedito 50 marchi tedeschi a sua madre cosicché le potesse comprare con questi soldi un mazzo di fiori il 14 giugno. Ho sempre spedito i soldi in maniera anonima. Firmavo solo: “Un fan di Turingia”.
Nel 1990 Steffi Graf perse da Monica Seles agli Open di Germania a Berlino. In quel periodo, mi era crollato il mondo addosso. Non potevo sopportare il pensiero che qualcuno avesse battuto Steffi Graf. Sebbene Steffi fosse rimasta al primo posto del ranking mondiale, questa cosa mi aveva sconvolto così tanto da pensare al suicidio. Ma la cosa che mi aveva turbato di più era stata la sconfitta di Berlino. Se fosse successo da qualsiasi altra parte non sarebbe stato così grave. Era già successo che avesse perso in qualche occasione, ma questa volta era successo in Germania e peggio ancora davanti al Cancelliere. Questo era troppo per me. Nel 1990 volevo anche andare a Parigi per gli Internazionali di Francia. Ma il mio viaggio si fermò a Stoccarda perché il mio passaporto non era valido per viaggiare in Francia. Non posso asserire con certezza che nel 1990 avevo già tramato su come nuocere a Monica Seles. Comunque rimasi molto turbato quando Monica Seles vinse gli Internazionali di Francia. Nel 1991, al più tardi 1992 ne avevo abbastanza. Avevo finalmente deciso di danneggiare Monica Seles cosicché non sarebbe più stata in grado di giocare a tennis, almeno per un certo periodo di tempo. Voglio sottolineare il fatto che non avevo nessuna intenzione di ucciderla e neanche di causarle un danno fisico irreparabile. Il mio unico scopo era quello di toglierla per un po’ dai campi da tennis. Agendo in questo modo avrei certamente aiutato Steffi a diventare di nuovo numero uno. Bisogna dire anche che i miei paesi favoriti sono gli Stati Uniti e Israele. Sono un grande fan. Ma Steffi rappresenta il massimo per me. Per me Steffi conta più di ogni altra cosa al mondo. Per gli Stati Uniti d’America camminerei anche attraverso il fuoco ma per Steffi farei molto di più. Per me Steffi è la miglior donna al mondo. Non è solo la donna sportiva per eccellenza ma è anche una donna unica. I suoi occhi brillano come diamanti. E’ la donna dei sogni. E voglio enfatizzare questo concetto dicendo che tutto ciò viene direttamente dal cuore.
Il martedì mattina lasciai casa e partii per Amburgo. Viaggiai in treno. Andai in un discreto hotel e ci rimasi per 3 notti. Comunque non voglio menzionare il nome dell’albergo. Le persone di quel posto mi hanno accolto così bene che non voglio causargli alcun problema. A Rothenbaum compravo un biglietto giornaliero tutti i giorni. Era un biglietto per il campo centrale. Andai ad Amburgo per ferire Monica Seles così per un po’ non avrebbe giocato. Questa è l’unica ragione per cui andai ad Amburgo. Se Monica Seles non avesse giocato ad Amburgo, sarei dovuto andare agli Internazionali di Francia per portare a termine il mio progetto. All’inizio ero seduto abbastanza in alto sul campo centrale. Più tardi ero seduto nella fila 9 al posto 11. Stavo cercando di capire come arrivare a Monica. Quel giorno avevo già il coltello in un sacchetto per la spesa verde. C’era anche un programma dentro il sacchetto. Questo serviva per nascondere meglio il coltello. Durante questi 3 giorni io pianificavo costantemente e variavo le varie possibilità. Avevo pensato anche di entrare direttamente nel campo centrale e di farlo. Ma il mio timore era quello di scivolare perché non ero mai entrato in un campo da tennis e non sapevo se potevo correre con le scarpe normali. Comunque c’erano troppe persone che mi avrebbero potuto ostacolare. Quel giorno notai come fosse facile camminare per la prima fila, passando dietro Monica. Avevo già pensato le varie maniere per raggiungere Monica. Ero presente durante la sua sessione di allenamenti quella mattina. Ho anche pensato alla possibilità di dare a Monica un mazzo di fiori. Ho pensato anche alla possibilità di fare qualcosa mentre le chiedevo un autografo. Ma infine decisi di fare tutto sul campo centrale. Come ho già detto, pensavo al momento del break sul 4-3 al secondo set. Mi alzai dalla fila 9 e scesi verso destra. Poi scesi dalle scale e andai in prima fila e girai direttamente a sinistra verso la sedia dell’arbitro. Il break dura circa un minuto, quindi dovevo fare abbastanza in fretta. Quando mi trovai in piedi proprio dietro Monica Seles misi la mia mano destra nel sacchetto, lo lasciai cadere e poi afferrai il coltello con due mani. Poi mi voltai verso destra e pugnalai Monica all’altezza della spalla. Potevo solo vedere la parte alta della schiena poiché era seduta sulla panchina. Non la colpii con tutta la forza che avevo perché la volevo solo ferire. Non avevo in mente di colpirla in un punto ben preciso. C’erano così tante persone che dovevo agire velocemente. In più, il tempo stava per scadere e Monica si sarebbe dovuta alzare a breve dalla panchina. Il match era arrivato a un punto tale che probabilmente non ci sarebbe stato un altro cambio di campo. Un attimo dopo che l’avevo pugnalata fui sommerso dalla gente.
Questa azione era la giusta punizione per gli ultimi 3 anni. Ero talmente sconvolto che Monica Seles avesse preso il posto di Steffi nel ranking mondiale. Pensai che sarei stato in prigione per 15 anni. Quando sarei uscito Steffi non avrebbe giocato ancora a lungo a tennis. Non avrei ripetuto un’azione simile. Per me, è tutto finito. Era unicamente la sua punizione per gli ultimi 3 anni. Originariamente avevo l’intenzione di mandare in anticipo una lettera alla mamma di Stephanie, informandola che avrei agito. Ma non lo feci, cosicché nessuno mi avrebbe potuto intralciare.
Non sono sicuro ma non ricordo il grido che fece quando la pugnalai. Non so niente del grido di Monica. Successe tutto troppo velocemente e fui conetnto di aver allontanato il ricordo.
Quando mi fu chiesto di nuovo, ribadii una volta ancora che non volevo uccidere Monica Seles. Il mio unico scopo era quello di ferirla in modo che per un po’ di tempo restasse lontana dai campi da tennis. Volevo aiutare Stephanie. Vedevo questo come un avvertimento per i genitori di Monica. Quando pugnalai Monica alcune persone mi diedero del maiale. Avevo fatto questo anche per gli spettatori. Rimasi spaesato dalla reazione degli spettatori.

CAPITOLO 4
A meno di una settimana dalla mia aggressione l’associazione femminile tennistica (Women’s Tennis Association) si riuniva per votare sulla mia posizione nel ranking mondiale. Il presidente della WTA, Gerard Smith si incontrava a Roma con 17 delle 25 migliori giocatrici del Tour.
La decisione da prendere era se congelare o meno temporaneamente la mia classifica fin quando non mi fossi ripresa dall’aggressione. Il risultato fu un voto più o meno anonimo contro la protezione della mia classifica. Mi fu detto che tutte le giocatrici erano d’accordo, fatta eccezione per Gabriela Sabatini che si era astenuta dal voto. La mia classifica non sarebbe stata protetta, ciò significa che Steffi poteva riconquistare il primo posto nel ranking mondiale con una vittoria agli Internazionali di Francia del 1993. Rimasi sconvolta.
La mia manager, Stephanie Tolleson, dichiarò: “Ciò che sconvolge Monica non è la posizione nel ranking bensì il modo in cui sta perdendo questa posizione. Questo uomo ha colpito lei come persona e come tennista e adesso sembra che questo uomo l’abbia fatta franca. Certo che deve essere deprimente per la Graf diventare numero uno al mondo in questa maniera”.
Stephanie aggiunse che la classifica dovrebbe essere raggiunta per meriti tennistici dimostrati sul campo e non attraverso un coltello. Rimase molto sorpresa della decisione della WTA. Ho sempre creduto che le giocatrici avrebbero pensato più come esseri umani che come tenniste. Io, ho sempre avuto rispetto per le mie avversarie, per le loro capacità, strategie di gioco, per il loro spirito in campo e per tutto il lavoro che fanno per ottenere le loro posizioni nel ranking mondiale. Il voto era la prova lampante che il rispetto che provavo nei loro confronti non veniva ricambiato. Rimasi delusa nel sapere che anche Steffi Graf aveva votato affinché la mia classifica non venisse protetta. Io e Steffi avevamo pianto insieme nella mia camera d’ospedale. Avevo creduto che fosse dalla mia parte almeno per un momento. Avevo creduto che non avrebbe voluto diventare numero uno solo per merito di un azione di un fanatico. Quando la stampa le pose la domanda, Steffi asserì: “Non ci ho nenache pensato. È già difficile pensare che quell’uomo è uno dei miei fan”. Ciò che mi stupì maggiormente fu realizzare che la stampa non aveva raccolto i numeri dei voti. Nessuno osava riconoscerlo ma una delle giocatrici voleva togliermi di mezzo. Nel 1993 avevo vinto tutti i principali tornei. Ero al top della mia carriera tennistica. Con me fuori dal gioco, il cammino per le altre giocatrici soprattutto per il raggiungimento delle prime 5 posizioni della classifica mondiale diventava molto più facile. Queste giocatrici vedevano la possibilità di andare avanti di classifica, e non importava niente a nessuno se per ottenere queste posizioni un essere umano era stato accoltellato. La classifica in se stessa non ha un grosso valore, ciò che conta è la classifica, i bonus che provengono dagli sponsor e milioni di dollari. I miei avvocati mi avevano detto che nell’anno successivo alla mia aggressione avrei perso circa 10 milioni di dollari di entrate. In più, i contratti che erano stati fatti a me sarebbero passati ad altri giocatori.
Grandi quantità di denaro, significano qualcosa per chiunque. Ci sono giocatrici, le cui entrate salirono vertiginosamente dopo la mia aggressione ad Amburgo. Improvvisamente allora la classifica conta. E allora puoi giurarci che queste giocatrici, che sono andate avanti nel ranking come mai prima nella loro carriera tennistica, avrebbero preferito che io non tornassi mai a giocare.
Nei giorni successivi alla mia aggressione venni a conoscenza di parecchie cose. Il nome del mio aggressore era Gunther Parche. Mi aveva accoltellato perché era un grande fan di Steffi Graf, e io rappresentavo l’ostacolo tra lei e la prima posizione nel ranking mondiale. In secondo luogo, la Citizen Cup era andata avanti nonostante la mia aggressione. In terzo luogo, solo 4 giorni dopo il mio attacco le miglior giocatrici al mondo avevano votato, pressoché all’unanimità, di non proteggere la mia classifica fin tanto che mi fossi ripresa. Ero stata la giocatrice numero uno al mondo ma questo non contava niente.
Giacevo nel mio letto d’ospedale e pensavo: Gunther Parche ha ottenuto ciò che voleva. Steffi Graf sarebbe diventata numero uno al mondo in poche settimane e io ero fuori dal gioco. Non riuscivo a pensare ad altro. Non potevo credere che il poliziotto avrebbe creduto alla dichiarazione di Gunther Parche , ovvero che il suo unico scopo era quello di ferirmi in modo che io non fossi più in grado di giocare solo per un po’ di tempo. Era talmente ridicola, questa dichiarazione, che non doveva neanche essere presa in considerazione. Secondo i dottori, l’unica ragione per cui il coltello non era finito dritto nella mia spina dorsale era che mi aveva mancato per qualche millimetro. L’unica ragione per cui mi aveva mancato è che mi ero chinata in quel preciso momento per asciugarmi la faccia. L’unico motivo per cui non mi aveva ucciso è che era stato fermato da una guardia quando aveva alzato le braccia per colpirmi di nuovo.

CAPITOLO 5
“Voglio andare a casa”, dissi alla mia famiglia in lacrime. Ero stato in ospedale ad Amburgo per ben due notti. I dottori stavano eseguendo gli esami del sangue e nel frattempo davano un occhio alla mia ferita. Dopo due giorni, mi erano state date tantissime medicine per combattere le infezioni. “Voglio andare a casa”, dissi la domenica mattina. Stephanie Tolleson prese in mano la situazione. Nel giro di poche ore mi trasportarono con l’ambulanza all’aereo privato, assistita da un dottore e da un’infermiera. L’aereo era troppo piccolo per portare i miei e Stephanie, così Zoltan volò con me. Mi sentivo come una spaesata perché ero sdraiata in un piccolo letto nell’aeroplano. Volevo andare in un posto bello, rilassante dove mi sarei fidata dei dottori e dove fossi stata circondata dalla mia famiglia.
Il viaggio in aereo fu molto lungo. Non c’era il bagno per cui fummo obbligati a fermarci due volte per fare rifornimento e per usare i servizi igienici. Quasi 20 ore più tardi l’aereo atterrò a Denver, nel Colorado.
Solo qualche ora più tardi Zoltan mi disse con un sorriso che sarei stata trasportata su un’altra ambulanza. Cercai di pensare a Vial, e alla clinica Steadman Hawkins. Ci ero stata per una ferita nel 1991. Mi piacevano sia il Dott. Steadman che il Dottor Hawkins. Erano i migliori medici chirurghi in assoluto per le ginocchia e per le spalle e io avevo molta fiducia in loro.
Durante il tragitto in ambulanza verso Vail cercavo di tenere lontano i miei pensieri ossessivi su Parche; cercavo di non vedermi davanti agli occhi la sua faccia, di non sentire il mio urlo, l’odore della T-Shirt sporca i sangue e il coltello sporco di sangue. Lo stanno per imprigionare e per buttare via la chiave, pensai. Lo stesso Parche aveva detto che si aspettava una condanna di 15 anni. Quello che era importante era riavermi da questo shock. Tutto ciò che sapevo è che un’altra certezza era andata in frantumi, la mia fede nel sistema giudiziario.
Il Dottor Richard e il Dr. Hawkins non erano in clinica quando arrivai. Entrambi quel fine settimana erano fuori Colorado. Quando Stephanie li informò che stavo andando lì, cambiarono i loro progetti e riservarono un volo per ritornare a Vail il lunedì. Ad aspettarmi trovai John Atkins, un terapista che aveva lavorato con centinaia di grandi atleti. Portò me e Zoltan nella nostra camera. Non ero ancora in grado di dormire senza Zoltan o senza un altro membro della famiglia.
Topper Hagerman si fermò per rassicurarsi che mi trovassi a mio agio. Era un altro ottimo terapista della clinica. Mi ricordo che non riuscivo a smettere di piangere. Erano così gentile con me che le lacrime mi scendevano ininterrottamente. Parlavo mentre piangevo e dicevo un cumulo di cose senza senso. Mi sentivo e capivo che stavo farfugliando ma non riuscivo a smettere.
Ero confusa, mi trovavo in uno stato di profondo shock sia emotivo che fisico.
Quella notte non riuscii a prendere sonno. Il dolore era terribile e le mie emozioni riaffioravano dal profondo. Cominciai a vedere il viso di Parche e a udire le mie grida. Sempre, sempre di più mi rimbombavano nelle orecchie. Mi sentivo come se stessi perdendo la testa. Quando sentii che il sonno stava prendendo il sopravvento cercai in tutte i modi di restare sveglia perché avevo paura che Parche arrivasse mentre dormivo e mi uccidesse. Guardai mio fratello e gli dissi: “Non permetterglielo Zoltan, mi raccomando!”
Senza mio fratello non so come avrei fatto quelle notti a Vail. Se non fosse stato lì con me ad Amburgo non so proprio come avrei fatto. Zoltan cercava continuamente di distogliermi dai miei pensieri. Durante le prime settimane non facevo altro che ripetere a Zoltan di aiutarmi. E lui lo fece, perché è mio fratello e mi vuole bene.
Per primo vidi il Dottor Hawkins. Il lunedì mattina mi pulì la ferita e cominciò a valutare l’entità del danno fisico a livello dei tessuti e dei muscoli. Egli riteneva che avessi bisogno un mese di riabilitazione prima che lui fosse in grado di valutare l’entità del danno a livello tennistico. Quel pomeriggio vidi anche il Dottor Steadman. Mi visitò e poi cominciammo a discutere riguardo il mio programma di riabilitazione. Per alcune settimane dovevo tenere la spalla ferma. Solo massaggi leggeri e stretching, non potevo sforzare il braccio. Dopo questo periodo avremmo deciso come procedere.
I miei genitori arrivarono quella notte. Trascorremmo una notte tranquilla fino a quando mi chiamò Stephanie Tolleson. Mi disse che avrei dovuto tenere una conferenza stampa. “Se non lo fai la stampa verrà da te a Vail e succederà lo stesso che è accaduto nel 1991, speculazioni e storie non vere”.
Decisi che l’avrei fatto. Quell’anno quando mi ero ritirata dal torneo di Wimbledon per una frattura da stress a un piede non avevo rilasciato alcuna dichiarazione. Seguì un mese di pura follia. Non volevo fare lo stesso errore. La mattina successiva in presenza del Dottor Steadman, del Dottor Hawkins e di Bob Kain (il capo della divisione tennis della IMG) tenni la seconda conferenza stampa della mia vita. (la prima volta fu dopo Wimbledon del 1991, quando un organizzatore creò una specie di ‘circo’ prima del mio primo match dopo il ritiro da Wimbledon).
C’erano centinaia di giornalisti a Vail. La conferenza era dal vivo e c’era anche la televisione che riprendeva. Mi ricordo che guardai alla folla in maniera spaventata. La maggior parte dei giornalisti fu gentile. Non mi chiesero mai di Parche e di che cosa gli auguravo. Pensavo che dal momento che almeno 10.000 persone avevano assistito alla scena l’uomo sarebbe finito senza ombra di dubbio in galera. Fine della storia. La conferenza stampa si trasformò in un clima di confusione generale. Ero ancora sotto shock e mentre fisicamente mi trovavo lì in conferenza stampa mentalmente ero altrove, con il pensiero ossessivo sulla mia aggressione. Mi ricordo solo una domanda ben precisa. Un giornalista mi chiese di levarmi la maglietta e mostrare la mia ferita. Bob Kain mi venne in aiuto cercando di togliermi da quella situazione imbarazzante. Non ero l’unica a pensare che quella domanda fosse alquanto di cattivo gusto.
Quel pomeriggio mi vidi ancora con il Dottor Steadman. Mio papà venne con me. Mio padre non si sentiva ancora benissimo e adesso l’altitudine di Vail non gli permetteva di respirare bene. Il Dottor Steadman lo guardò, era bianco e sudava. Il Dottor Steadman consigliò al papà della Seles di farsi vedere da un dottore e di sottoporsi ad alcuni accertamenti. Mio papà cerco di giocare su questa cosa sminuendola ma il Dottor Steadman insistette sul fatto che si facesse visitare.
Mentre mio papà veniva visitato da un dottore io, mia mamma e Zoltan passeggiammo per Vail. Era così strano. Qualche giorno fa pensavo a Wimbledon, pensavo al fatto che quest’anno avrei potuto vincere. Adesso non potevo muovere il braccio. Quando lo vidi capii che qualcosa era andato per il verso storto. Quando la mattina successiva ci stavamo recando da un altro dottore mio padre mi disse che non c’era da preoccuparsi, solo il dottore del giorno prima le aveva detto di farsi vedere anche da un altro medico.
Eravamo seduti nella sala d’attesa, nel frattempo mio padre veniva visitato. In quel momento apparve l’infermiera e ci fece accomodare in un salottino interno.
Il dottore quando mi vide entrare chiese a mio padre se era il caso io fossi presente visto che ero ancora sotto shock. Mio padre disse che io sapevo tutto di lui e che non avrebbe mai potuto mentirmi. Non voglio mentire. Prima o poi lei lo scoprirebbe disse mio padre sorridendo. Il mio stomaco cominciò ad attorcigliarsi e io sprofondavo sempre più nella sedia.
Il dottore guardò mia madre e le disse che non c’era una maniera semplice per dire quello doveva dirle ma la realtà era che mio padre aveva un tumore alla prostata. La notizia buona è che l’avevamo preso sul nascere, la notizia cattiva è che doveva essere operato immediatamente.
Cancro? Quella parola non mi era mai passata neanche per la testa. Ero preparata al fatto che mio padre avrebbe potuto avere dei problemi al cuore, magari ai reni. Ma il cancro? Quella parola risuonava nella mia testa come ‘accoltellata’, una parola che non era mai rientrata nel mio vocabolario.
Posso programmare il suo ricovero alla Mayo Clinc questo venerdì proseguì il dottore.
Mio padre lo interruppe dicendo di aspettare e che avrebbe dovuto pensarci e che stava correndo troppo.
Il dottore gli rispose che il cancro era una cosa seria, che poteva essere fatale e che non c’era il tempo per pensarci troppo.
Ritornammo verso Vail in silenzio. Quando arrivammo in stanza chiamammo Mark McCormack, (Amministratore Delegato e fondatore dell’IMG) per avere un consiglio. Suggerì a mio padre di farsi vedere da uno specialista, il Dottor Ian Hay alla Mayo Clinc così da avere un secondo parere medico. Se fosse stato veramente un cancro alla prostata avrebbe dovuto fare quello che gli consigliava il dottore.
Mio padre andò a Rochester, Minnesota, il lunedì seguente. Zoltan lo accompagnò perché l’inglese di mio padre non era il massimo. Mia madre rimase con me.
Cancro. La parola mi passava per la testa. Nel mio paese, se qualcuno aveva il cancro voleva dire che era morto. Pensavo al perché succedevano queste brutte cose. Perché mio padre doveva affrontare questi problemi proprio adesso che avevo bisogno di lui. Mio padre mi chiamò e mi disse che doveva sottoporsi ad un intervento. Mia mamma disse che saremmo stati là in tempo per vederlo quando usciva dalla sala operatoria. Preparammo i bagagli e partimmo per Rochester.
Vedere mio padre in un letto d’ospedale, solo poco tempo dopo che c’ero stata io era terribile. Innanzi tutto si pensa sempre che i genitori siano forti e immortali. A 19 anni, mi sembrava così strano pensare che mio padre potesse essere malato. Cominciai a piangere quando entrai in camera sua. Mio padre cercava di fare il brillante ma gli dissi che non serviva e che sapevo come si sentiva.
Mio padre mi disse di non preoccuparmi e che non sarebbe morto perché il cancro era suo amico. Anche durante una situazione di tale dolore e paura cercava di rendere la situazione meno amara.
L’operazione fu un successo ma i dottori ci dissero che per un anno non potevano avere la certezza che il cancro fosse stato debellato. Durante questo periodo mio padre avrebbe dovuto sottoporsi a sedute di chemioterapia.
Rimasi con mio padre fino al momento in cui fu in grado di lasciare l’ospedale. Allora tornai a Vail con mia madre con continuare la riabilitazione. Più passavano i giorni e più avevo una visione sconsolata della vita. Tutto ciò che avevo pensato fino allora era solo un’illusione. La vita non era come me la ero immaginata da bambina. Fino ad allora avevo pensato a possibilità illimitate. Non c’erano mostri, c’erano solo nella mia immaginazione e il futuro era un punto dorato in un orizzonte lontano.