Alla vigilia del primo Masters 1000 dell’anno, un’analisi ragionata e di prospettiva delle due sconfitte di Jannik Sinner in questo inizio di stagione

Foto di Felice Calabrò

S’è fatto un gran bel dire delle due sconfitte patite da Jannik Sinner in questo primo scorcio di stagione e il pensiero razionale s’è tenuto alla larga da quello emotivo.
Allora diciamo, senza molta approssimazione, che i due scivoloni non sono che i figli di un consolidamento in atto. Nelle aziende avviene dopo un periodo di forti profitti e segna l’inizio di una riorganizzazione generale, volta a rendere strutturali i risultati ottenuti. Un modo di procedere che in chiave tennistica, sfata l’idea errata del giocatore in eterna ascesa, del campione invincibile che muta in rendimento tutto ciò che tocca.
La storia insegna, invece, che la crescita impetuosa di un atleta necessita di periodiche bonacce, stacchi utili a tirare una riga sotto al lavoro svolto e ripartire con mezzi più affilati di prima. Pause in cui,  pur tenendosi  a margine dei grandi risultati, il soggetto elabora nuovi concetti, li fa propri e li rilancia con rinnovato spirito competitivo.
Tutta questa filippica per dare un volto a due semplici sconfitte rese più grandi di quello che sono dall’emotività collettiva, e dire che il giocatore visto in questo abbrivio di 2026 è lo stesso dei 4 slam in bacheca e delle 2 ATP Finals torinesi È l’identico fuoriclasse  che per due anni consecutivi ha trascinato  la nazionale alla conquista dell’Insalatiera è che alla vigilia di Indian Wells e Miami si starà attrezzando per fronteggiare il più pericoloso dei suoi antagonisti, quel  Carlos Alcaraz che naviga sicuro tra le onde alte del circuito pro. Prima o poi anche per lui giungeranno giorni di bonaccia e, così come per Sinner, il suo grafico si attarderà leggermente verso destra. Ai meno attenti potrà sembrare crisi mentre, in realtà, sarà un tratto di stasi utile a renderlo, insieme a Sinner, sempre più solo in cima alla classifica mondiale.