Il nostro biblista-tennista Ludwig Monti indaga sul significato della parola “crisi”

foto Ray Giubilo

“Sinner in crisi? Non scherziamo. Ha perso due partite, una con Djokovic che è una leggenda e una con un ragazzino che ha vent’anni ed è numero 16 al mondo. Jannik non è affatto in crisi!”. Così si espresso a ragione qualche giorno fa Adriano Panatta, stizzito di fronte a chi cercava di fare notizia a ogni costo, per guadagnare visibilità su un normale momento di lieve calo agonistico di Jan. O forse di semplice assestamento del proprio gioco. Il diretto interessato, per parte sua, ha ammesso con serenità: “Sono momenti in cui devi passare, in cui sono passati tutti i tennisti”.

Se però vogliamo fare buon uso anche di questo falso allarme, possiamo anzitutto indagare – come sempre – il significato delle parole. “Crisi” viene dal greco krísis, che significa “giudizio”, “separazione”: una crisi passa al vaglio l’essere umano, lo mette alla prova, lo spinge a scegliere e dunque a muoversi (o ad accettare di essere mosso) verso un nuovo inizio. A rinascere, in un certo senso. Non si tratta dunque di fuggire le crisi, ma di elaborarle. E se è vero che ogni crisi mette in questione la propria identità, allora può essere accolta come appello a ripensare se stessi, a ridefinire i propri equilibri, magari passando anche su momenti di disequilibrio. Come ha recentemente affermato sempre la Volpe rossa: “Devo ancora trovare un bilanciamento”.

In questo senso il tennis può essere di grande insegnamento. Non solo le sconfitte al termine di un match ma anche i passaggi a vuoto all’interno di una partita, gli errori più dolorosi, quelli definiti “non forzati” – dunque di cui si è interamente responsabili in prima persona –, sono preziosi maestri. Anche perché, nel fuoco della contesa, c’è poco tempo per rielaborare lo sbaglio: occorre guardarsi dall’errore di rimuginare e invece sfruttare il punto perso come occasione – termine derivante significativamente dalla parola latina occasum, “tramonto”, e imparentata con il verbo “cadere” – per rialzarsi in fretta, accogliendo il nuovo sorgere di un inatteso sole. E così, almeno un po’, ri-sorgere… Forse non è facilissimo, ma è comunque necessario, e più si avanza nella vita, meglio lo si comprende.

Naufragium feci, bene navigavi”, afferma un celebre detto latino: “Ho fatto naufragio, ho navigato bene”. È davvero così. Quando ci si mette in mare, e solo se si accetta di farlo, lasciando porti sicuri (cambiando dunque qualcosa del proprio gioco, direbbe il tennista), ci si espone al rischio di naufragare. Ma proprio questo esito può essere il segno di aver vissuto veramente. Di avere osato, di aver scelto di immergersi nella vita, il cui mare è sempre più grande dei nostri progetti o attese. E così, nonostante un fallimento parziale, ne sarà valsa certamente la pena. Papa Francesco, qualche anno fa, lo esprimeva in modo più biblico: “Il momento di crisi è come passare attraverso il fuoco per diventare forti. In questi momenti dobbiamo avere il coraggio di non vendere la fede”. Acqua o fuoco? I Salmi, ancora una volta, avevano già anticipato tutto molti secoli fa: “Siamo entrati nel fuoco e nell’acqua, ma poi ci hai fatti uscire in libertà”. Vivi e finalmente liberi, verso una nuova tappa, una nuova partita.