PSICOTENNIS: La zona di comfort… Ma non è il salotto

Attenzione a farsi «coccolare» troppo. Nel tennis come nella vita vince chi sa andare oltre le abitudini e le comodità, specie nei momenti più importanti

Foto chuttersnap/unsplash

Parliamo di quell’area dai tratti sfumati che il soggetto percepisce come sicura e protettiva perché definita da sovrastrutture sedimentate in cui tutto è familiare. Uno spazio in cui prolificano schemi ripetitivi: «non osare, non rischiare, non sudare, attento al freddo... » e via di questo passo. Una Zona di Comfort nella quale abbondano stereotipi che fanno del soggetto un super coccolato al centro del mondo, ingabbiato in un modello esistenziale che diffonde tepore e per questo povero di stimoli. Un trappolone che fa leva anche sul timore di contraddire figure intorno a sé, frutto di rapporti radicati e parte di un habitat sclerotizzato refrattario a nuove esperienze. Ne deriva che i soggetti in questione finiscono per coltivare una certa ritrosia a gettare lo sguardo oltre lo steccato per scovare soluzioni nuove al di fuori di quelle già tracciate.

Una sfera che ognuno tende a riprodurre intorno a sé adagiandosi su poche sicurezze altrimenti inesistenti. Lo sport non fa eccezione. In questo caso l’esitazione di uscire dalla Zona di Comfort preclude all’atleta di osare di più nei momenti cruciali della gara. La ricerca di tutela oltremisura, infatti, impedisce il cambio radicale di pensiero, quello necessario a dipanare situazioni sconosciute e dunque formative.

Nell’ambito di una disciplina singola come il tennis, il tema si offre a più libera interpretazione. Una di queste affiora quando un giocatore si sente a proprio agio in un certo stile di gioco. Stefan Edberg, rifletteva nel serve & volley la sua indole di giocatore risolutivo poco amante degli scambi. Al contrario del Nadal dei giorni nostri che vive nell’aggressività da fondo la più confortevole delle situazioni. Ma c’è di più! Giacché le circostanze non sempre concedono ai più forti di imporre il proprio tennis, gli stessi non esitano a uscire dal proprio gioco abituale e, complice l’adrenalina in circolo, mettono in campo qualità adattive di prim’ordine, tali da renderli competitivi anche al di fuori della loro botte di ferro.

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