Marco Imarisio - 03 giugno 2019

FOGNINI, ANARCHIA E TALENTO

Un gioco talvolta ancora disordinato, e l’aggettivo va inteso come un complimento, perché sottintende anarchia, capacità di inventare, e ogni tanto di distruggere, e di distruggersi. Contro Sascha Zverev, l’azzurro ha la grande chance di acchiappare i quarti di Parigi e la top 10 mondiale

Con un giocatore di tennis non è mai questione di odio-amore. Almeno non dovrebbe esserlo. Non è un partito politico. Non è il buono o il cattivo di una serie televisiva. Un tennista resta sempre e comunque nei confini di quel giardino segreto che è la passione per questo sport. Ne fa parte. Chiedo scusa per la premessa, ma era un modo per dire che nei confronti di Fabio Fognini non ho mai provato alcuna pulsione particolare. Non sono neppure sovranista, nel senso che faccio un tifo abbastanza moderato per l’Italia, in qualunque versione mi appaia, Coppa Davis o altro, e per i suoi giocatori. A me Fognini è sempre sembrato un giocatore di grande talento e poca educazione, punto. La seconda caratteristica ce l’hanno in molti, la prima è un dono di pochi. Fognini si guarda sempre, perché ha un braccio e una capacità di accelerazione non comune. Perché, tutto sommato, ha un gioco ancora abbastanza disordinato, e l’aggettivo va inteso come un complimento, perché sottintende anarchia, capacità di inventare, e ogni tanto di distruggere, e di distruggersi. Non ho mai condiviso, a ogni sua scenata, le tirate sulla dispersione di talento, perché Fognini non ha disperso un bel niente. Con quei mezzi, un braccio notevole, e un fisico solido ma corto (nel senso della statura), ha ottenuto quel che doveva e poteva.

Gli insulti ad avversari e arbitri, le esplosioni d’ira, lo hanno consegnato a un culto deleterio in primo luogo per lui, quello del diverso, del McEnroe in tono minore, del bello e dannato, che solo pochi intimi ne apprezzano la vena poetica della ribellione. Stupidate. L’incapacità di tenere a freno i nervi gli è costata qualche partita importante, tutto qui. Ma non sarebbe cambiato nulla nella sua traiettoria. Al tempo stesso, condivido ancor meno la svalutazione della vittoria di Montecarlo, all’insegna del «se ha vinto lui significa che il tennis di oggi è messo male, è in fase di transizione, anzi di crisi, basso livello» e via facendo il bastian contrario. È una posizione speculare all’idolatria per il genio maledetto, ugualmente sbilenca in quanto fondata sul pregiudizio della simpatia/antipatia per il personaggio in questione. Fognini è questo. Rimarrà sempre un grande giocatore da exploit, uno che quando trova la settimana giusta fa bene. L’ha trovata, e bisogna essere contenti, per lui e per noi.

Poi gli Slam sono un’altra cosa, e chi già vagheggia nuove futuribili imprese commette ancora una volta un errore di prospettiva. Alla soglia dei 32 anni, Fognini rimane un giocatore bello da vedere, che ha ottenuto finora quel che poteva. Montecarlo lo ricompensa per tanti tornei, 500 o 1000 che fossero, dove ha buttato via - ogni tanto per colpa sua, ogni tanto perché nel tennis di oggi il fisico e soprattutto il servizio, contano molto -, tabelloni e situazioni che potevano essere favorevoli. Ha battuto giocatori molto forti, ha battuto Nadal. Punto. Le chiacchiere dovrebbero stare a zero. Anche quelle sulle sue potenzialità e sulle radiose sorti del tennis italiano.

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