GIocava a carte con Mastroianni, si fece passare per il signor De Cecco, il suo primo match fu in un campo di concentramento. La vita da romanzo di Nicola Pietrangeli

C’era sempre un ragazzino in agguato dietro lo sguardo azzurro di Nicola Pietrangeli.
Una creatura dolce e un po’ indolente, capace di tutto come solo i bambini sanno essere, curiosa, distratta, abilissima, allo stesso tempo avida di vivere e annoiata dall’idea di farlo sempre nella stessa maniera. Un Peter Pan abbronzato e molto charmant, un giocoliere cosmopolita che con la racchetta in mano sapeva far impazzire il mondo ma che ha sempre pensato che il tennis, in fondo, non poteva essere tutto. Anche se è stato il tennis a dargli tutto, quando il tennis era qualcosa meno, ma molto più di uno sport.
Primi colpi contro un muro, “con una palla nera, senza feltro, e una racchetta immensamente più grande di me”. Come tanti. Primo match, in un campo di concentramento. Papà Giulio a Tunisi prima della seconda guerra mondiale era stato un uomo ricco, rispettato, cresciuto sui banchi di scuola a fianco di Bourghiba, il futuro Presidente della Tunisia. Sportivissimo – calcio, pallavolo, rugby, rally e infine tennis, una passione tardiva – con l’arrivo degli alleati aveva perso tutto. Colpa del puntiglio e dell’orgoglio di nonno Michele, muratore e costruttore emigrato a fine Ottocento dall’Abruzzo che si era rifiutato di intestare il patrimonio di famiglia, quasi 600 milioni, ad Anna de Yourgaince, la mamma di Nicola, russa bianca, figlia di un colonello, nipote del medico di famiglia degli Zar e protetta da un passaporto francese di esule anti-bolscevica. Così Giulio era finito in un campo di prigionia a cinque ore di macchina da casa. “Durante una delle nostre visite lo trovammo impegnato a giocare un torneo. Quando ci vide si fermò e mi volle al suo fianco per sfidare i favoriti. ‘Io e mio figlio Nicola contro tutti’. Con il cuore che batteva forte mi accostai a quei tre uomini tanto più grandi me. Poi chiusi gli occhi immaginando il muro! Non ricordo quanto durò la partita ma alla fine vincemmo. Il merito ovviamente era di mio padre, ma io potevo vantarmi di aver vinto il primo torneo. Ricordo la gioia di mia madre quando ritirammo il premio: un pettine bianco fatto con la scheggia di una bomba”.

foto Archivio Il Tennis Italiano
Pietrangeli senior fu poi espulso dalla Tunisia, in Italia trovò lavoro prima come becchino, poi all’ambasciata di Francia, infine ebbe l’idea geniale di farsi affidare la rappresentanza italiana da un signore che in Francia vendeva magliette da tennis con un coccodrillo ricamato sopra: Renée Lacoste.
Nicola era arrivato a Roma quasi senza parlare italiano, in Tunisia aveva studiato insieme alla sua futura bestia nera Pierre Darmon, a pregare andava nella chiesa suggerita dalle zie rusky. I compagnucci romani iniziarono a chiamarlo Er Francia. Papà lo voleva tennista sui campi del Parioli, lui evadeva di nascosto per andare a tirare calci al pallone – la sua vera, grande passione -, prima con la Rondinella poi con la Lazio. Erano gli anni Cinquanta, il boom era alle porte, la Dolce Vita impazzava a Via Veneto, Hollywood si trasferiva sul Tevere. Il tennis era un passepartout per il gran mondo, quello dei “sciuri” veri, i Pirelli, i Marzotto, gli Agnelli, quelli che al ristorante, si trattasse di Cortina, di Forte dei Marmi o di Monte-Carlo, potevano permettersi di lasciare il conto da pagare.
Pietrangeli era giovane, bello, magari un filo sovrappeso e svogliato, magari viziatello, ma brillante, generosissimo, indulgente verso se stesso prima ancora verso gli altri, e soprattutto un dio con la racchetta. Capace di debuttare a 21 anni in Coppa Davis, nel ’54, di vincere per la prima volta i Campionati d’Italia nel ’57. Si allenava pochissimo, si divertiva molto, era il naturale “pierre” di se stesso, quando ancora il mestiere non era stato inventato. Squattrinato ma con l’allure di un miliardario, una “celebrity” in fieri, anche lui si trovava i conti saldati: dagli ammiratori. All’hotel del Posta, in Corso Italia a Cortina, il barman Renato gli regalava i sandwich, alla Capannina di Forte dei Marmi, un altro mago dello shacker malato per il tennis gli toccava il braccio: “Ma no, Nicola, non preoccuparti, paghi dopo…”. E Nicola, che aveva capito tutto, beveva la Coca Cola e poi si voltava dicendo ad alta voce “per favore, me la metta sul conto”. Vivere alla grande, prima di tutto. “A Monte-Carlo, quando ero forte”, ha ricordato nella sua autobiografia scritta a quattro mani con Lea Pericoli, “non chiedevo le solite due lire di sottobanco, ma di alloggiare all’Hotel de Paris”. Da ragazzino, a Cannes, la sera insieme all’amico Giorgio Fachini indossava lo smoking e andava a sedersi al tavolo dei più grandicelli come Merlo o Bitti Bergamo. “E quando si avvicinava il cameriere dicevamo ‘no, grazie, ho già mangiato’. Ci prendevano tutti per miliardari. Invece morivamo di fame!”. Erano, in fondo, gli anni in cui il neorelismo buttava verso la commedia all’italiana.
Che tempi. Le discoteche, le notti passate a bere whisky e lumare le pupe, facendo impazzire allenatori e compagni, ma anche le belle donne – come sua moglie, la modella Susanna Artero – e soprattutto gli avversari in campo. Perché Pietrangeli poteva giocare a pallone, tirare l’alba e poi presentarsi in campo, magari con gli occhi un filo gonfi, magari con la testa un po’ confusa, e battere comunque l’avversario che era andato a letto alle 10 di sera dopo un riso in bianco e bistecchina. “Se fossimo tutti costretti a rimanere su un’isola deserta senza allenarci per un mese, e poi giocare tre tornei di fila”, ha detto una volta Ken Rosewall, “Be’, Pietrangeli li vincerebbe tutti e tre”.
A Gstaad lo andavano a vedere Elizabeth Taylor e Richard Burton, nella Swinging London si fidanzava con l’attrice Samantha Eggar, mollata perché pretendeva di dormire con la finestra aperta anche di notte. A Roma il pomeriggio giocava a carte con Marcello Mastroianni e passava le serate con Virna Lisi e Walter Chiari, a Los Angeles si divertiva in doppio con Charlton Heston e Antony Quinn; a Madrid con il futuro Re Juan Carlos, a Monte-Carlo con Ranieri di Monaco. “Al Cairo, dove vinsi il torneo quattro volte, non andavo mai a letto prima delle quattro di mattina”, giura gongolante. A Parigi, dopo un match di Davis vinto contro i francesi nel ‘56, conobbe Alain Bernardin, il patron del Crazy Horse, e finì per fidanzarsi con Candida, meravigliosa striptiseuse in pelliccia bianca. Il suo compagno di doppio Orlando Sirola lo accusava di frequentare solo “la gente ricca”, ma Pietrangeli su quel “vizio” ci ha costruito una carriera, la seconda, quella di imprenditore di se stesso. Anche a costo di rinunciare alla propria identità, come quando a Indian Wells si ritrovò a rappresentare la pasta De Cecco, sponsor di un gala di beneficienza organizzato da Chris Evert e da Barbara Sinatra, la moglie di Frank. Scambiato per il signor De Cecco, e incapace di trovare il coraggio di chiarire l’equivoco, finì per passare la serata a tavola con The Voice. “Loro non seppero mai chi fossi io veramente. Di quella serata mi è rimasta una fotografia: Sinatra non si faceva ritrarre volentieri ma per accontentare sua moglie fece un’eccezione. La foto è stupenda. Ci sono immortalati Barbara e Frank Sinatra che ringraziano il signor De Cecco”. Sul campo e fuori Pietrangeli è sempre riuscito a farsi perdonare quasi tutto.

Da sinistra, Beppe Merlo, Nicola Pietrangeli, Sergio Tacchini e Orlando Sirola – foto Archivio Il Tennis Italiano
Giocava facile, naturale, Nick. Da predestinato. Rovescio di eleganza sovrana, dritto all’altezza, una facilità sconcertante nel variare con un colpo di polso gli effetti, i ritmi, le traiettorie. Accarezzando un drop-shot, calibrando un lob, fiondando passanti criptati e assassini. Non un attaccante, anche se era dotato di una buona volée e di un servizio decoroso, ma un incontrista assoluto, inaffrontabile sulla terra nelle – tante – giornate di vena in cui si trasformava in un muretto impenetrabile. Il primo italiano a prendersi uno Slam, nell’amata Parigi, e per bene due anni di fila, ’59 e ’60, fallendo per un soffio il tris l’anno successivo davanti all’amicone Santana che, parole sue, dopo un primo set vinto facilmente da Nicola “capiì che poteva vincere, e mi imbottì di drop-shot lasciandomi due game in due set”. Nei due big match vittoriosi del Roland Garros battè prima il sudafricano Ian Vermaak, poi il messicano Luis Ayala, detto Lucho. Non due campionissimi, ma contro Ayala ,Pietrangeli, con le pantofoline griffate Lacoste fradicie di sangue per le vesciche e dolorante fino alle lacrime, sconfisse anche la sua fama di “fighter” non eccelso. Molti dei migliori allora giocavano fra i professionisti, è vero, Pietrangeli però sulla terra valeva comunque un posto fra i primi tre. Lo dimostrò nel ’61 vincendo per la seconda volta gli Internazionali d’Italia, quell’anno in trasferta a Torino per il centenario dell’Unità d’Italia, contro il “razzo” Laver, il più grande di tutti i tempi, che l’anno seguente avrebbe chiuso il suo primo Grand Slam. Una lezione di tennis: primo set a Rocket, 8-6, il resto tutto per Nicola, con appena quattro game lasciati al fenomeno, impotente da fondo, sforacchiato a rete.
L’anno prima contro Laver, Pietrangeli aveva perso a Wimbledon, sull’erba, una semifinale straordinaria, in cui era arrivato a guadagnarsi anche una palla per il 2-0 nel quinto set. Forse, probabilmente, il suo rammarico più grande, infilato in un anno straordinario a metà del quale si meritò un ingaggio da parte di Jack Kramer: 60 mila dollari – di allora! – per tre anni da vagabondo professionista insieme con Gimeno, Haillet e Nielsen. Una pensione sicura, contro la dolce vita.
Nicola accettò, poi fece dietrofront, commosso a suo dire dall’atmosfera patriottica dei Giochi di Roma, complici il giuramento di Giorgio Consolini durante la cerimonia d’apertura, il tricolore che garriva nell’aria, il volo magico di Berruti nella finale dei 200. Lacrimucce, magone, forse qualche parolina sussurrata da parte del contabile della Fit. E assegno strappato.

Il capitano Pietrangeli insieme a Panatta, Zugarelli, Barazzutti e Bertolucci – foto Archivio Il Tennis Italiano
Da “pro” del resto il campione avrebbe dovuto rinunciare, oltre che a molti e molto graditi pisolini mondani, anche alla nazionale. Cioè alla Davis, la sua specialità, il suo destino, la sua gara: 18 anni di partecipazioni, 66 incontri, 164 partite, 78 singolari e 42 doppi vinti. Un record assoluto, mondiale. La chicca sono le due finali a cui trascinò l’Italia insieme con il fido Sirola, nel ’60 e nel ’61, le prime che l’Italia ha giocato. Perse, è vero, ma entrambe sull’erba, fuori casa e contro la corazzata aussie di quei tempi – Fraser, Laver, Emerson –, la prima fra l’altro dopo aver rimontato da 0-2 nella finale interzone di Perth gli States di Buchholtz e McKay. Impresone, insomma. Sotto lo stellone Pietrangeli ha continuato a giocare per oltre un decennio, fino a 39 anni. E se nel cammino al suo palmares si aggiunse in fretta un’altra finale del Roland Garros, persa con il solito Santana nel ’64, lo sfizio di alzare la Zuppiera se l’è tolto solo nel ’76, da capitano, in Cile. Erano gli anni truci di Pinochet, della dittatura e dei desaparecidos, la sinistra in Italia si mobilitò per bloccare la trasferta. Ma Nicola, che vedeva l’occasione sognata da una vita di mettere le mani sull’argenteria, si mutò da piacione in vipera, sibilando, sputando veleno, mordendo e strappando alla fine il nullaosta. Un trionfo, contro il Cile più che malleabile di Fillol e Cornejo, a cui l’anno successivo seguì l’amarissimo siluramento di Pietrangeli, capitano pieno di personalità, rubacuori e rubascena, e quindi mal sopportato da Panatta, il suo erede, e dalla squadra tutta. Un’uscita malinconica, a cui sono succedute prima una faida poi la riappacificazione con la Fit, una malattia sconfitta con la consueta eleganza, la love-story con Licia Colò e il ruolo, vidimato dall’Itf, di ambasciatore del suo sport. Tanto per ricordarci che il tennis non è tutto. Ma che a saperlo maneggiare con classe, dentro, ci si può trovare di tutto.

