Inseguire la doppietta nei ‘1000’ americani significa anche fare i conti con lunghi viaggi e cambiamenti drastici di clima

foto Ray Giubilo

In un’era frettolosa come la nostra, sempre più vale l’adagio secondo cui ‘…il tempo è denaro’. Dilungarsi costa caro e anche il frasario aeroportuale ama riassumersi talora in brevi acronimi che vanno per le spicce. Scopriamo così che le sigle LAX – MIA altro non sono che la tratta aerea Los Angeles e Miami, 4.000 chilometri via aria, che un buon jet di linea copre in 5 ore di volo no stop. Via terra, ce ne vorrebbero 48 per cui neanche a parlarne per tennisti come Sinner e Medvedev, attardatisi nel lontano West per questioni di finale e dunque spinti a fare tutto in fretta e furia pur di arrivare in tempo ai nastri di partenza della seconda metà del ‘Sunshine Double’, accoppiata felice dei primi due Masters 1000 in territorio statunitense.

Nel frattempo, ad esclusione di Djokovic,  tutti gli altri sono passati dal clima secco della California a quello umidiccio della Florida, degenerato in questi giorni a temporalesco, tanto da rendere inutilizzabile l’imponente centrale dell’Hard Rock Stadium.
Intanto, pioggia permettendo, in quel che sopravvive della settimana, l’organizzazione promette un mercoledì scoppiettante tra Fonseca e Marozsan nonché un venerdì nottambulo riempito da un esordiente Alcaraz. Sinner non sarà in campo prima di sabato, sicuramente animato da grandi ambizioni.

In questo torneo, il n.2 del ranking vanta ben tre finali e chissà che questa volta non si regali la doppietta magica riuscita soltanto quattro volte a Djokovic, tre a Federer e una a pochi altri. Un viaggio inverosimile tra le ipotesi più rosa giacché per adesso sul Miami Open insiste acqua a catinelle e le previsioni non offrono il fianco a grandi speranze. Non c’e acronimo che regga e per il momento il ‘Sunshine Double’ non è che un sogno proibito per tutti.