L’esperimento del One Point Slam ha provocato diverse suggestioni. Eccone una sotto forma di racconto firmata da un nostro lettore

foto Ray Giubilo

Le prime immagini della finale ci restituiscono i due contendenti sottorete, rilassati e sorridenti, mentre sugli spalti gremiti il pubblico freme. Si sussurrano qualcosa, coi pugni a mezz’aria, ondeggianti l’uno contro l’altro. “One two three: Rock!” Parità. Il viso di Carlos Alcaraz, numero uno del mondo, si apre in un sorriso pulito, lievemente neanderthaliano. “Otra vez”, dice a favore di telecamera. Dall’ altra parte della rete c’è un trentenne abbronzato, piuttosto in forma, la cui figura però assomiglia più a una parodia di Ritchie Tenenbaum che a quella di un agonista full-time. Si tratta di Guillaume Michelau, ex tennista di buon livello (best ranking 312 atp) e ora youtuber seguitissimo. Dal suo canale, tra un atollo caraibico e una cavalcata nelle steppe khirgize, si occupa di trading, fattore che più di ogni altro plasma la sua immagine di uomo bigger than life, dinamico e sprezzante del rischio.

Ma cosa ha portato a trovarsi ai lati opposti di un campo così importante, teatro di memorabili battaglie di dritti e rovesci, un fenomeno assoluto del tennis mondiale e un giovane imprenditore? Un evento benefico? Il lancio del nuovo outfit di un famoso brand? Una lunare e improbabile competizione sportiva? Il One Point Slam o, più prosaicamente ribattezzato “Million Dollar 1 Point Slam”, è tutto questo e altro ancora. È una creatura strana, a metà tra il Torneo Tenchaici e Jeux sans Frontières con un regolamento che fa inorridire i puristi: si gioca un solo punto, chi lo ottiene passa il turno. Si può anche solo concepire qualcosa di più anti-tennistico? Rispetto alle edizioni precedenti, giocate in una Rod Laver ad effetto cattedrale nel deserto, gli organizzatori hanno esteso gli inviti al gota del tennis mondiale e a una pletora di star dello spettacolo, vip, personaggi più o meno influenti. L’elefante nella stanza, anche tra tutti quei lustrini, risulta facile da scorgere: quale spazio della narrazione sportiva e ludica avrebbe occupato un evento simile? Come i corpi ipertrofici e spinti all’eccesso dei tennisti professionisti si sarebbero interfacciati con quelli più ordinari di attori, gamer, attempati businessman? L’equilibrio avrebbe retto almeno un po’ o tutto sarebbe rapidamente sconfinato nel farsesco? E dove porre il limite fino al quale si sarebbe accettata la sospensione d’incredulità e che invece, una volta superato, avrebbe finito col farci cambiare canale?

Qualcuno, per dare un po’ di senso alla competizione, ha proposto di far utilizzare ai professionisti la mano non dominante: altri, dall’animo retrò, di farli giocare con le vecchie racchette in legno e budello. La soluzione di bendarli, accolta di primo acchito con favore unanime, è invece presto decaduta in seguito alle accuse di abilismo. I dubbiosi, per la verità, non hanno dovuto poi attendere poi molto per vedere chiariti i loro interrogativi.  Tra le 10 e le 11 di un assolato mattino australe, sotto una volta celeste tersa e accogliente, il Million Dollar 1 Point Slam ha partorito i suoi incontrovertibili verdetti.

Nick Kyrgios, presentatosi a Sydney in perfetto look vacanziero – barba ispida e camicia hawaiana – ha eliminato la musicista Tash Sultana e la collega QiWen Zheng, per poi andarsene al pub a festeggiare abbandonando la contesa; Daniil Medvedev e Andrej Rublev,  in un sorprendente impeto nazionalistico, hanno scelto di  non prendere parte all’evento accusando gli organizzatori di russofobia, Jasmine Paolini e Diego Forlan, bomber uruguaiano, hanno dato vita al rally of the tournament, conclusosi la vittoria dell’italiana e il consueto sorriso a 32 denti; Bill Ackermann, miliardario statunitense, ha provato ad ottenere i favori di Iga Swiatek, la quale  ha risposto alla gentile offerta con un imprendibile dritto lungolinea; i servizi del cantante Liam Gallagher, parso meno a suo agio con una racchetta in mano che con un pallone tra i piedi, sono finiti tra gli eucalipti del Melbourne Park; Novak Djokovic, dieci volte campione degli Open e fresco candidato alla presidenza serba, ha accettato l’invito, per poi, probabilmente già entrato nella parte, smentire la sua partecipazione qualche ora dopo ; critiche riguardo la residenza monegasca, il taglio di capelli della fidanzata, la mancata visita al Papa e la non risoluzione della guerra in Sudan sono piovute addosso a Jannik Sinner,  paparazzato tra le valli del Tirolo a bordo della sua nuova Audi RS6; Ben Stiller è stato eliminato da Francesco Totti, a sua volta superato da Alex De Minaur; Ons Jabeur ha battuto John Cena, Anna Kournikova Vincent Cassel, Usain Bolt nulla ha potuto contro le sapienti traiettorie di Roberta Vinci; Coco Gauff si è arresa all’influenza intestinale; mentre Elena Rybakina, non proprio l’atleta più espansiva, ha preferito un retreat spirituale nelle verdeggianti Otway Rangers.

Michelau è giunto alla finale grazie ad un percorso a ostacoli costellato più da bloopers avversari che dai suoi effettivi prodigi. Alcaraz, al contrario, ha surfato sugli avversari in surplace, come il cuginetto che palleggia sul bagnasciuga. La forbice di Michelau ha tagliato la carta di Carlitos, e il francese ha scelto di servire. Una scelta corretta. Il suo passato nel circuito minore gli ha insegnato che l’unica possibilità di ottenere il punto, l’unico che si giocherà, sta tutta nello scagliare la palla il più forte possibile nel campo dell’avversario, sperando di non riceverla a sua volta. La sua prima, però, è potente ma fuori giri e si estingue a metà rete. È visibilmente teso. Deglutisce in maniera teatrale, si tocca l’orecchio, poi il polsino. Non degna di uno sguardo nemmeno le telecamere, le sue. È riuscito infatti, da scafato uomo d’impresa, a ottenere l’esclusiva della diretta sul seguitissimo profilo Twitch, piazzando al tavolo di commento l’inedita coppia pornoattrice- podcaster Pamela Anderson/ Joe Rogan. 

Dopo un momento in cui sembra smarrito, lontano svariate miglia dalla Rod Laver Arena, con lo sguardo vitreo puntato chissà dove, si ricompone.  Il braccio sinistro si alza e così il resto del corpo, a seguire: le ginocchia si piegano, l’indice della mano sinistra, che ha appena lasciato andare la pallina, a indicare lo zenit del sole, i piedi ruotati a tre quarti, gli occhi fissi sullo spiritello giallo qualche metro più in alto. E poi BAM! Il piatto corde a sferzare l’aria, a frustarla. È un buon servizio, che finisce giusto all’incrocio delle righe, nell’ultimo centimetro valido del campo avversario.

E Alcaraz? Come affronta una situazione di punteggio tanto definitiva in un contesto così rilassato? Avrà la meglio la parte di sé competitiva e centrata, o quella scanzonata? Si è alzato col piede giusto o la sua mente viaggia alle spiagge di Marbella e le fossette di Emma Raducanu? Lo spagnolo, posizionato sui teloni di fondo, la impatta dolcemente, con una grazia estranea al suo tennis erculeo e brutale, quasi stesse palleggiando con un ball boy. Seguono un paio di scambi limpidi di buona intensità, che il pubblico accompagna con degli “oooh” estasiati. Poi Alcaraz cambia spartito, e di fioretto la accomoda di taglio ad un palmo dalla rete. Il francese pero’ non si fa sorprendere. A dispetto dei festini a base di ostriche e champagne, è tirato a lucido. Il suo pallonetto è preciso e ben calibrato e costringe il suo avversario a correre all’indietro. A questo punto, Alcaraz è chiamato a giocare il colpo che nell’immaginario comune viene associato al funambolismo ieratico di Federer, quel tweener indimenticabile con cui sorprese Djokovic allo Us Open 2009. Un colpo estremo e spettacolare, da sotto le gambe e con le spalle al campo, un colpo, peroʻ tutto sommato semplice per dei fenomeni come i tennisti moderni. Ma a Carlos da Murcia, questo sembra non bastare. Sarà perché il paragone con Nadal, il toro di Manacor e suo naturale padre putativo gli sta stretto, o che reputa il suo tennis troppo fantasioso e funambolico e ricco di variazioni per limitarsi a percorrere sentieri già tracciati. È questa la ragione per cui, anche quando il comune senso del gioco non glielo consentirebbe, spinge i suoi limiti ancora più in là, fino ad avvicinarsi, alla maniera di Icaro, al gelido sole svizzero?  E poi, in tabellone manca Bublik, estroso freak per eccellenza, un fromboliere sghembo amato per le sue giocate controintuitive. Lo spagnolo è come se si sentisse di dover riempire questa lacuna, di restituire al pubblico almeno una parte del maltolto, in un pomeriggio altrimenti avaro di vero tennis. Allora ci si avventa come un falco ed esegue un tweener al contrario, doppiamente al contrario, con le spalle al campo, brandendo la sua Babolat dall’ovale e colpendo la pallina col manico della racchetta. È un glitch del sistema. Una follia. La traiettoria che ne scaturisce è una fucilata che schizza tesa e piatta al di là della rete. Michelaut, che ha seguito il suo colpo precedente in attesa di chiudere il punto con una volèe, rimane pietrificato. Incredulo. Tra le infinite sfaccettature del reale, Alcaraz ne ha plasmata una del tutto nuova. È come se avesse catapultato tutti, il suo avversario, gli spettatori da casa e sugli spalti, in una dimensione in cui facciamo fatica a sentirci a nostro agio, come fosse una stanza con le pareti che si restringono.  Il francese mima un allungo inutile ma non gli resta, in realtà, che seguire la pallina perdersi oltre il proprio campo visivo. Gli spalti eruttano meraviglia. Qualcuno si tiene le mani sulle guance e strabuzza gli occhi come nel grido di Munch. “Noo waaayyy” esplodono i commentatori.  Spike Lee, agghindato come a una fiera del disgusto, si agita frenetico.

“Out” sancisce la voce del segnalinee automatico. “Point, Set and match Michelau” gli fa eco quella del giudice umano. È fuori. Fuori? Lo è davvero? Il pubblico insorge in un misto di sdegno e incredulità. Com’è possibile? Come può una tale esibizione di sregolatezza venire spenta sul nascere dalle fredde logiche del sistema metrico decimale? Non si fa in tempo a dibattersi, a lamentarsi, che la tecnologia ci offre l’immagine, zoomata fino all’eccesso, del punto esatto in cui la sfera ha terminato la sua corsa: in effetti, qualche centimetro troppo oltre il corridoio laterale. Alcaraz, che se ne è reso conto prima di chiunque altro, sogghigna come non ha mai smesso di fare. Nonostante il risultato appare rilassato e la sua un’espressione rivela una gioia ancor più autentica: quando tra decenni capiterà di riesumare, tra gli abissi della memoria, il dimenticabile One Point Slam, è su questo scambio, è sul genio autentico di Carlitos che fonderemo i nostri racconti.

Gli altoparlanti eruttano I GOTTA FEELING dei Black Eyed Peas a volume inconcepibile, la gente sulle tribune si dimena a tempo. Al centro del campo, come in una versione contemporanea di Sgt Peppers, si intravedono Spike Lee e Federer, David e Victoria Beckham, e poi Truls Moregardh, Lindsay Vonn, Salt Bae, Kony, Concita Wurst, Tony Blair, Simon Biles, Anne Wintour, Andrea Bocelli, Boy George, Kyle Minogue, Tash Sultana, Liam Hemsworth, Andrew Tate, the Sugababes, Alessandro Cattelan, Stephanie McMahon, Paul ‘Triple H’ Levesque, Bruno Cucinelli, Fka Twigs, Tim e Stephen Curry, Matthew McConaughey, Anastacia. È un helzapoppin in cui non si comprende chi conosca chi, chi sia alle dipendenze di chi, chi sia lì per onor di firma e chi per obblighi con lo sponsor, dove cortesie diplomatiche si mischiano a logiche contrattuali, tresche sottobanco a rivalità profonde.

È una sciarada di pacche sulle spalle e strette di mano in cui nessuno sembra più ricordarsi di Guillaume Michelau, l’eroe di giornata, che se ne sta in un angolo, ancora inebetito. Ha il volto madido, la zazzera arruffata. Gli è già stato consegnato il trofeo, anche se di trofeo vero e proprio è difficile parlare: è un assegno gigante e plastificato, come quelli per i vincitori dei rodei o delle abbuffate di hot dog. Accanto a lui Steffi Graff, icona eterna e madrina dell’evento, che lo osserva con sguardo benevolo. Michelaut ringrazia il pubblico sugli spalti, quello da casa, e sul suo canale twitch, per tutto l’affetto ricevuto. Lo fa, o almeno cerca, nelle sei lingue che sostiene di conoscere, prima di cedere all’emozione. “E grazie soprattutto a One Child Africa, per il lavoro straordinario che fate. È a voi che devo tutto questo” dice, mostrando l’enorme targa, “Ed è voi che tutto questo andrà.” conclude tra il brusio commosso dei pochi che ancora lo ascoltano.

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● L’edizione degli Australian Open ‘26, iniziata pochi giorni più tardi, annovera tra gli highlights uno stupendo reverse tweener vincente di Aleksander Bublik.

● Jannik Sinner, si conferma campione per la terza volta di fila. Una parte del montepremi viene devoluta al suo parco automobili.

● Il 24 aprile un incidente sulle strade di Zelenograd spezza la vita di Natalya Yaremchuk, amica fraterna di Elena Ribakyna. La tennista, reagisce alla notizia unendosi alle sorelle dell’Ordine monastico di Notre Dame Reillanne, dedito a una vita di silenzio e ascetismo.

● Il 16 giugno, al termine di un rito informale e tra pochi intimi, Emma Raducanu e Carlos Alcaraz convolano a nozze. Per la luna di miele si prevede un viaggio spaziale su Marte, a bordo del Falcon 9 dell’amico Musk.

●Il 3 luglio, durante la finale di Wimbledon, Liam Gallagher viene allontanato dal Centrale in evidente stato di ebbrezza. I fkin hate this fkin faggot game spiegherà, quando interrogato.

● il 9 settembre, con una video confessione accorata, Nick Kyrgios annuncia di aver iniziato la terapia ormonale che lo porterà a diventare Cindy, la sua vera me. Finalmente, aggiunge con una punta d’emozione, potrà partecipare alla “battaglie dei sessi” dalla parte giusta.

● il 26 dicembre, la gendarmerie francese irrompe nell’abitazione di Guillaume Michelaut a Evian-les-Bains, prelevandolo. Il 37enne imprenditore, sul quale pendono le accuse di riciclaggio di denaro e frode ai danni dello stato, non parrebbe aver opposto resistenza

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