Valeria Solarino, Open to... tennis

Da una lettura estiva casuale alla passione sfrenata per il nostro sport il passo è breve. E accanto al tennis giocato, Valeria Solarino - che sul numero di Tennis Italiano in edicola in questi giorni debutta come collaboratrice con una brillante intervista a Margherita Buy - si scopre tifosa incondizionata dell’intramontabile Rafael Nadal

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«Ciccia, dove sei?».

«In teatro, mamma».

«Ah…».

«Come ah? Perché?»

«No... quindi non guarderai Sinner?».

Potrei sintetizzare così la rivoluzione che questo giocatore ha portato nel nostro paese, ma soprattutto nella mia famiglia.

Io seguo il tennis da qualche anno, da quando ho letto per caso la biografia di Andre Agassi, “Open”.

Mi trovavo nella casa al mare per un paio di giorni e non avevo libri con me, così ho iniziato a curiosare tra quelli dimenticati in una libreria improvvisata per le vacanze estive.

Tra svariati volumi sulla Maremma, le imprese di Fogar e poi Calvino, naturalmente, il mio sguardo e tutta la mia attenzione si fermano su quel viso in copertina: non so chi sia, davvero non avevo mai visto una partita di tennis prima di allora.

Sfoglio velocemente le pagine, le annuso come faccio sempre e deduco che il libro deve essere lì già da un po' perché la carta ha perso l’odore elettrizzante della stampa fresca.

Capisco che quell’uomo in copertina che mi guarda malinconico è l’autore del romanzo. O meglio, lo firma, perché dietro scoprirò esserci la penna del premio Pulitzer J.R.Moehringer.

Nel giro di qualche pagina sono completamente immersa in quella storia, rapita dalla dicotomia amore/odio, dalla descrizione di un sentimento così contrastante nei confronti del tennis, di suo padre, della sua vita.

In tre giorni divoro il libro e come spesso mi accade quando una storia mi piace tanto, poi mi manca.

Cerco su YouTube i filmati delle partite menzionate ma l’unica cosa che riuscirà a colmare quel vuoto sarà soltanto la decisione di provare a mia volta quello sport infernale.

E’ bene sottolineare che il tennis dei professionisti è decisamente altra cosa da quello che provavo e provo tuttora a praticare io, ma le sensazioni, la gioia per un dritto a sventaglio, o il dolore per un colpo che finisce a rete o due metri oltre la riga di fondo, l’adrenalina per una palla break o lo sforzo per fare pulizia dentro di sé per concentrare tutte le energie fisiche e mentali in quel campo... be’, tutto questo credo sia esattamente lo stesso: per me come per Andre Agassi.

E’ questo quello che per anni ho cercato di spiegare a mia mamma quando non riusciva a capire perché improvvisamente avessi cominciato a passare tutti i miei pomeriggi in un circolo sgarrupato e perché quando andavo a Londra preferissi il torneo di Wimbledon piuttosto che girare la città.

Il mio amore per il tennis coincide anche con la scoperta di Rafa Nadal: l’ho visto giocare per la prima volta in una partita contro Federer, mentre le persone accanto a me tifavano con mio grande stupore per lo svizzero. Avrei capito solo in seguito che tifare Federer è più semplice. E’ il giocatore perfetto, pare scrivano manuali di meccanica dei colpi osservando i suoi; è stato un ragazzino vivace ma crescendo in campo è diventato l’esempio della sportività, vince tutto ed è pure elegante.

Tifare Nadal è diverso: non è possibile guardarlo distrattamente perché la sua passione diventa la tua, la sua lotta e il sudore diventano tuoi e ti ritrovi a contorcerti sul divano di casa o su una poltroncina allo stadio mentre recupera un colpo che chiunque avrebbe lasciato andare.

Negli anni il mio amore per lo spagnolo ha contagiato diversi miei amici: Domenico, Ilaria, Laura e persino mia mamma che qualche volta ha anche visto delle partite in autonomia.

O meglio… all’inizio accadeva per necessità: se mi telefonava proprio durante una partita, io parecchio infastidita le rispondevo che non potevo stare al telefono perché stava giocando Nadal e che anzi avrebbe dovuto guardarlo anche lei e che cosa avrebbe mai avuto di meglio da fare!

Così una volta mi ha confessato di aver seguito dei match senza volume, solo per capire quando tra un set e l’altro poter tentare di ristabilire una comunicazione con me.

Non ha mai capito il punteggio e in realtà faceva riferimento agli stacchi pubblicitari per richiamarmi e quando le rispondevo era capace di chiedermi se la partita era finita per poi aggiungere in un maldestro tentativo per non farmi riagganciare, che Nadal stava giocando bene. Ecco perché quando ho ricevuto quel messaggio nel camerino del teatro mi sono preoccupata: come sa che sta per giocare Sinner? E soprattutto, perché ha deciso di vederlo senza alcun ricatto morale da parte mia?

La sua risposta fu di una semplicità sconcertante: «E’ bravo! E poi è anche molto simpatico». «Mamma, ma che ne sai che è simpatico?». «Si vede».

Alla fine dello spettacolo ci sentiamo, mi dice che “il suo” Sinner ha vinto. Io sono contenta, per Sinner e anche perché mi fa piacere che mia mamma si sia avvicinata a questo sport meraviglioso e che se ci voleva un altro campione del livello di Panatta per risvegliare la partecipazione in Italia allora va bene così.

Prima di riagganciare con voce incerta però mi chiede: «Ma a quei tornei che vai a vedere tu in giro per il mondo, gioca anche Sinner? No, perché pensavo che sarebbe bello una volta andarci insieme».

foto Dario Castaldo

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