Tra il pubblico suoi compagni di elementari e medie, i campi sono quelli su cui è cresciuto: Valentin Vacherot è il primo monegasco a raggiungere una semifinale nel torneo di casa. E oggi sfida Alcaraz

foto Brigitte Grassotti
La storia di Valentin Vacherot è una favola, di quelle vere. E del resto dove ambientarla, se non in un reame – o meglio, in un Principato?
Valentin è semifinale nel ‘1000’ di casa, il torneo dove da bimbetto ha visto le prime partite di tennis, e per giunta contro il numero 1 del mondo Carlos Alcaraz, dopo aver battuto per la seconda volta in settimana un top 10, Alex De Minaur, stroncato in tre set nell’umidissima sera di Monaco dopo che a inizio torneo ‘VV’ aveva rispedito a casa Lorenzo Musetti.
«Che onore, che orgoglio», si è lasciato scappare in conferenza stampa, vedendo il suo nome sul programma di sabato insieme a quello dei tre primi giocatori del ranking Atp. «Dove ho trovato l’energia? Innanzitutto nel pubblico, poi nella voglia di fare bene, nel desiderio di giocare contro Carlos Alcaraz. Do sempre il meglio nei finali di partita, quando serve: sono più aggressivo, colpisco ancora più forte. Riesco a far muovere l’avversario. Vado a rete. Ma contro Carlos non avrò scelta, dovrò farlo fin dall’inizio, altrimenti non avrò scampo».
Otto partite contro avversari top 10, e quattro vittorie: Valentin è un vero ammazzagrandi. O se volete il Leclerc del tennis, il monegasco che non ti aspetti, capace di trasformare per tutta la settimana in torcida anche il pubblico vip del Principato. Maglie del Monaco, cori, bandieroni, entusiasmo da curva sud. E il Principe Alberto che gongola in tribuna. «Ma sono tutti amici miei», sorride Valentin. «Gli amici con cui sono cresciuto e andato a scuola alle elementari e alle medie». E’ la prima semifinale di un monegasco nel Principato, la seconda in un 1000 per Vacherot che l’anno scorso a Shanghai addirittura vinse il torneo – il peggio classificato a riuscirci nella storia della categoria – in una finale tutta in famiglia sul cugino francese Arthur Rinderknech, dopo essere entrato in tabellone per il rotto della cuffia e aver seccato Novak Djokovic in semifinale.
Prima di quell’exploit – il primo titolo vinto da un monegasco nell’era Open – Vacherot era n. 204 del mondo, uno sconosciuto 26enne devoto al serve&volley, rubato allo sci come Sinner e convertito alla racchetta dal cugino francese Arthur, con cui ha passato, oltre che mille vacanze da ragazzo, anche due anni giocando in Texas il campionato Ncaa. «La prima partita che ricordo di aver visto dal vivo è la vittoria di Gasquet su Federer qui nel 2005, avevo sei anni. Ma ricordo soprattutto quelle di Benjamin che l’anno dopo perse negli ottavi da Roger». Benjamin ovvero Benjamin Balleret, il fratellastro che lo segue come coach all’interno di un clan tennistico che comprende anche Balleret padre e la zia Virginie Paquet, ex n.208 Wta.
«La vittoria in Cina mi ha cambiato la vita», ammette Valentin, che qui ha eliminato anche Cerundolo e Hurkacz, «dandomi la possibilità di giocare in tabellone nei grandi tornei». E da allora, infilata quella clamorosa sliding door, Vacherot non è più tornato indietro. Numero 34 del mondo a fine 2025, da lunedì Vacherot sarà almeno numero 17.
Sempre che sbuffando, stantuffando sulle gambe, distendendo a rete i suoi 193 centimetri, non riesca a compiere l’impossibile e regalare alla sua favola un happy-end fuori scala, che, in fondo, si è già ampiamente guadagnato arrivando per la seconda volta in carriera fra gli ultimi quattro in un Masters 1000.
Nella settimana incantata di Shanghai – quando approfittò anche di un paio di ritiri – Valentin ha trovato non solo la classifica, ma anche la fiducia per fare due o tre salti di qualità, mostrando di possedere, oltre che potenza fisica («avrei paura di colpirlo al torace, per non rompermi la mano», ha detto un suo fan) grande solidità mentale.
«Io tranquillo, voi tranquilli», raccomandava ieri al suo clan nel cuore della partita con il Demone De Minaur. Nel terzo set ha piazzato il break decisivo scattando 4-2, ma il suo capolavoro è stato annullare quattro palle-break sul 4-3, chiudendo poi con una risposta terrificante al terzo match point. «Il suo torneo è impressionante», ha ammesso Alcaraz. «Non ci ho mai giocato prima d’ora. Mi sono allenato con lui solo una volta, a Indian Wells, e so che è un avversario piuttosto tosto». E che soprattutto non ha nulla da perdere.


