Miami Open, Sinner: "Hurkacz forse il miglior amico nel tennis, ma in finale non ci saranno sconti"

Le parole di Jannik Sinner dopo la vittoria su Roberto Bautista Augt che gli è valsa l'accesso in finale

Foto Ray Giubilo

Con la vittoria su Roberto Bautista Agut, Jannik si è garantito l’accesso alla finale del Miami Open, la seconda stagionale e soprattutto la prima in un Masters 1000. Ogni partita è diversa, per questo non ho pensato al precedente giocato contro Roberto. Dovevo entrare in campo con la mentalità giusta e l’ho fatto, ho approcciato bene il torneo da inizio settimana - le parole in conferenza stampa dell’altoatesino -. Sapevo che rispetto a Dubai le condizioni sarebbero state diverse, me lo aveva anche anticipato Riccardo Piatti che nel 2019 era stato qui. Roberto comunque è un avversario solido, ancora di più di Khachanov: ti fa giocare tante palle indietro, capisce bene il gioco e sa sempre cosa deve fare. Nel terzo mi sono trovato sotto 3-1 e lì ho dovuto servire meglio e ho dovuto iniziare a spingere di più”. In finale l’azzurro affronterà Hubert Hurkacz, recentemente suo compagno di doppio a Dubai: "Hurkacz è forse il mio migliore amico nel circuito. Ci alleniamo insieme, parliamo negli spogliatoi e abbiamo giocato insieme il doppio. Alla fine però ognuno gioca per se stesso ed in finale non penseremo all'amicizia".

Con il risultato della semifinale, Sinner è diventato il quarto teenager della storia a raggiungere la finale del Miami Open, gli altri tre sono stati Agassi, Nadal e Djokovic: “Sicuramente è ottimo aver fatto qualcosa riuscito solo a loro. La strada per raggiungerli però è lunga e non basta un buon torneo. È bello essere in finale, ma non vuol dire nulla. Io continuo a voler migliorare, questo è il mio obiettivo principale adesso”. Ribadisce Sinner che dopo il match ha parlato anche della sua proverbiale calma: “La tranquillità mi è stata trasmessa dai miei genitori. Loro fanno dei lavori normali ogni giorno e sanno cosa vuol dire lavorare duro. Quando andai a Bordighera da Riccardo Piatti avevo 14 anni e fu una svolta per me, fino a quel momento giocavo due volte a settimana massimo. Lì ho capito che ogni giorno bisognava lavorare duramente e quindi non dovevo perdere più energie di quelle richieste”.

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