di Leo Bassi
- 17 June 2020

Tennis e assicurazioni: dal caso di Martina Hingis all'esempio di Wimbledon

Dall'aneddoto sulla Hingis, che fece risparmiare milioni di dollari a Sergio Tacchini, alla lungimiranza di Wimbledon, che grazie a un'assicurazione sulle pandemie ha garantito un cospicuo risarcimento ai Championships, il nostro esperto ci introduce nell'intricato mondo delle assicurazioni sportive

Foto Ray Giubilo

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Ho conosciuto il mondo delle assicurazioni sportive a metà degli anni ’90 ed è stata una delle esperienze più interessanti del mio lungo periodo in azienda. Si trattava di decidere se assicurarsi dai possibili successi di Martina Hingis, che con Sergio Tacchini aveva appena firmato un importante, milionario rinnovo di contratto. Martina aveva 16 anni al tempo ma si capiva già che il suo destino era quello di una grande giocatrice. Già, ma da quando? Era già pronta per vincere Wimbledon? Sarebbe mai diventata numero 1 del mondo?

Assicurarsi, nel gergo sportivo, significa proteggere l’azienda dal possibile impatto finanziario dovuto ai risultati che un atleta potrebbe ottenere. I risultati , nel tennis, generano prize money ma anche bonus aziendali, legati alla classifica e ai tornei. Avere in scuderia un giocatore che vince un Grand Slam può “costare” all’azienda 1 milione di dollari, se non di più. Ma anche la finale, o la semifinale, sono quotati e determinano un bonus a favore del giocatore. Stesso discorso per la classifica. Normalmente vengono considerate le prime dieci posizioni del ranking mondiale, che sono quelle che contano. Ma una cosa è raggiungere il numero 1 per una settimana, o un mese, un’altra finire al numero 1 l’intera stagione. Il sistema più corretto, quello utilizzato dalle aziende italiane che per molti anni hanno dominato le sponsorizzazioni del tennis e hanno fatto scuola nel mondo, è quello della media comparata. Si prendono tutte le classifiche settimanali e le si divide per 48 : quella risultante è la classifica annua del giocatore, da cui emerge il bonus da pagare. Oggi sono concetti correnti, ma al tempo non era proprio così. Vai a convincere i giocatori, e i loro manager!

Tornando alla Hingis, c’era il rischio altissimo di pagare più di un bonus, sforando il budget. Le aziende in genere vogliono lavorare con budget certi ed evitare rischi. Ma anche le assicurazioni costano. E se poi il giocatore non vince nulla? Che fare, allora? Chiamai Graziano Risi, che al tempo era il nostro talent scout e consulente “sul campo”, e lo sarebbe stato per molti anni, con ottimi risultati. “Quante possibilità ci sono che

Martina diventi numero 1?” gli chiesi. “Molte, direi che è quasi sicuro”, fu la risposta. “Già quest’anno?” ribattei. “Già nel primo semestre”, rispose secco Risi. Era gennaio del 1997. Assicurammo in gran fretta, presso i Lloyd’s di Londra, tutti i possibili successi di Martina Hingis per quell’anno. Costo 70.000 dollari. Tempo due settimane, e Martina vinse gli Australian Open, poi a marzo divenne la più giovane numero 1 nella storia del tennis mondiale. Qualche mese dopo, avrebbe vinto Wimbledon battendo in finale Jana Novotna. Risparmio totale per l’azienda a fine anno, grazie alla provvidenziale assicurazione, quasi 3 milioni di dollari.

Mi è venuta in mente questa storia dopo aver letto la vicenda del torneo di Wimbledon, l’unico degli Slam ad essersi assicurato contro l’ipotesi di una pandemia. Gli organizzatori hanno coperto questa evenienza fin dal 2003, ai tempi della Sars, versando un premio annuo di 1,5 milioni di sterline. In 17 anni hanno quindi versato 25,5 milioni di sterline, ora ne incasseranno 114. Lungimiranti a dir poco. Il torneo ne genera molti di più, naturalmente, ma l’essersi assicurati limiterà di molto i danni derivanti dai mancati incassi, soprattutto televisivi. Non è un caso peraltro che solo a Wimbledon, fra i grandi tornei, ci abbiano pensato. E’ una questione di cultura, e quella inglese in questo campo specifico è all’avanguardia. Non a caso, solo i Lloyd’s accettano questo tipo di rischi. L’assicurazione sportiva, in un certo senso, è molto vicina alla scommessa. 1,5 milioni di sterline contro 114. E’ come se la pandemia 2020, con la conseguente cancellazione del torneo, sia stata “quotata” 76 volte la giocata. Per i “non inglesi”, per noi italiani che per anni ci siamo dovuti accontentare del Totocalcio, è un mondo difficile da comprendere. Con una convinzione finale: adesso tutti i tornei si assicureranno, contro le pandemie e chissà cos’altro. A buoi scappati.

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