I dualismi, le rivalità e le vittorie a confronto

Foto di Felice Calabrò

Se nell’arte il successo è appeso al gradimento del pubblico e agli umori della critica, nello sport, la buona riuscita si nutre invece di pesi, misure e cinici algoritmi che ne tratteggiano i valori in campo. Vista in quest’ottica, l’affermazione artistica sarebbe più effimera di quella atletica in quanto affidata alla lusinga del gran pienone e a canoni estetici non quantizzabili, dunque variabili da persona a persona. Assai diversa dell’affermazione agonistica maturata tanto nella solitudine di uno stadio semivuoto quanto di un altro tracimante folla plaudente.

Può accadere, tuttavia, che ambedue gli aspetti finiscano per sommarsi in un singolo soggeto generando su di esso un ritorno di popolarità, tendente a fama. A questa elite appartengono i fuoriclasse, campioni speciali che, bando ai facili entusiasmi, riassumono in sé bellezza e rendimento sufficienti a entrare nell’immaginario collettivo per non uscirne più. Se poi c’è di mezzo un valido dualismo, il successo diviene una questione tra due, forse tre, rivali, soggetti unici che in un gioco al sorpasso macinano record su record esercitando il dominio temporaneo nelle rispettive discipline. Coppi e Bartali, Toheni e Stenmark, Senna e Prost, sono solo alcuni dei numerosi dualismi lanciati sulle ali del successo. 

Nel tennis il fenomeno è storia dei giorni nostri. 
Reduci da quattro lustri di forte egemonia, le sorti del tennis ultra moderno si sono consegnate nelle mani di due giovani assi in grado di polarizzare il successo tenendo i piedi a terra come i più blasonati predecessori. Al contrario di chi svolazza già alla prima vittoria, Jannik Sinner e Carlos Alcaraz stanno mostrando al mondo l’importanza del controllo emotivo e i 16 tête a tête tra i due ammontano ad altrettanti splendidi match risolti tutti sul filo del rasoio. Ce ne sarebbe abbastanza da perdere la testa se coach sapienti e famiglie equilibrate non li avessero spinti, già in abbrivio, a un’adeguata gestione della gloria.