Sebi Korda ha mostrato nel giro di un paio al Miami Open di partite tutto il buono e il meno buono del suo tennis, in uno stile perfettamente riconoscibile nelle vittorie e anche nelle sconfitte

Foto Ray Giubilo

Martin Landaluce ha vinto con merito, ma a Sebastian Korda va riconosciuta l’investitura di splendido perdente. Busto eretto, bacino basso, movenze felpate, l’americano d’origine ceca ha ereditato dal passato quello ‘stile gattone’ che negli anni Ottanta ha avuto in Miroslav Mecir il suo indiscusso capostipite. Raccolto e rilanciato dall’Andy Murray del terzo millennio, lo stile in questione sopravvive oggi, con rinnovato smalto, tra le corde fatate di uno smisurato talento tornato in auge dopo qualche acciacco di troppo sparso qua e là per il corpo. Suscettibile di grandi traguardi, già in giovane età il buon Sebastian ha capeggiato la classifica juniores mentre da adulto ha sfiorato i primi dieci di quella ‘pro’ dopo aver vinto tre titoli ATP su dieci finali disputate, tutte consumate senza venir meno alla flemma elegante dell’uomo in frac.

Più che uno stile, quello ‘Gattone’,  è una concezione epicurea del tennis competitivo, una lettura tattica dei punti che riassume in sé doti da grande incontrista, geometrie bene imbastite e discese a rete più vicine ad apparizioni astrali che non a veri e propri attacchi in controtempo.

La stessa visuale messa in atto nelle tre splendide prove  maturate nel Master 1000 di Miami. Superba quella contro Carlos Alcaraz, portata a casa opponendo alla potenza dell’iberico quella dominanza sui rimbalzi ottenuta grazie a un timing perfetto e agli attributi di cui sopra.
Un match stupendo, replicato ieri, seppure a bocce invertite, contro la sorpresa del torneo, un ventenne madrileno n. 150 del mondo e lottatore a cinque stelle, così come impone la scuola del suo paese. Lontana da quella di un avversario oltre la rete che, viceversa, vive l’agonismo con il fatalismo sornione del funambolico Mecir.

Biografie raccontano che tra le scelte esistenziali del Gattone ci fosse anche quella di ricaricare le pile ai bordi di fiumi e laghi della sua Slovacchia. Solitario e silenzioso, inseguiva trote e lucci di quella verde terra lontano dal frastuono di uno sport che, anche da top 10, amava prendere a piccole dosi e senza dannarsi troppo l’anima.