Lorenzo Musetti resta una mosca bianca da preservare, nonostante il momento difficile

‘Don’t judge the book from the cover’, recita un attempato adagio inglese. Una manciata di parole che alludono a non giudicare il prossimo in modo frettoloso. Un monito valido per tutti, compresi i tanti che ieri hanno guardato a Musetti come a un giocatore che la prende sottogamba senza cogliere che, entrando in campo, il carrarino di arti inferiori ne aveva uno solo. Più esattamente il destro giacché, da un po’ di tempo, il sinistro non risponde pienamente ai comandi del diretto titolare.
Insomma quanto basta per consegnarsi facilmente a tale Casper Ruud, coriaceo tennista norvegese, sceso dalla gelida Oslo per ritrovare sé stesso sulla terra di paesi a clima temperato. Sarebbe potuto essere un partitone se la coscia in questione non avesse precluso all’italiano di deambulare a dovere costringendolo a buttarla di là in una partitella priva di pathos. Una sconfitta che, al netto di continue geremiadi, poco toglie al valore estetico di un tennis che suona alternativo a quello corri e tira di recente memoria. Chi l’avrebbe mai detto che un tennis tanto malmenato come quello corrente potesse ancora liberarsi a scorci di sottile tessitura simili a quelli in uso nei migliori anni settanta? Come potevano sopravvivere pennellate di bel gioco in un’epoca il cui anche l’arte figurativa va poco per il sottile?
Per questo, e molto altro, Lorenzo Musetti rimane una mosca bianca da preservare quale ultimo esemplare neoclassico del gioco moderno. Un’immagine preziosa per chi, dopo di lui, volesse studiare da campione inseguendo il miraggio di traiettorie all’olio d’oliva alternate ad accelerazioni improvvise degne di nota. Un manuale tattico sulla difesa multiforme e sull’attacco a sorpresa dal felice esito. Non proprio un ritorno al passato ma una luce su un tennis ricco di schemi destabilizzanti in luogo di quelli prevaricanti risolti di potenza. E allora tiro le somme dicendo che il Magnifico Lorenzo merita fiducia e abbandonandomi a una metafora cinefila finisco dicendo che quello mostrato dall’italiano è un tennis a mezza via tra il cinema vintage di Pupi Avati e quello futuristico di Stephen Spielberg.

