
Sul Sole 24 ore di qualche settimana fa è apparsa un’intervista di Riccardo Ceccarelli, attuale mental coach di Jannik Sinner. Il professionista vanta esperienze importanti con piloti di Formula 1e di Moto GP. “In principio”, ha esordito lo studioso, “mi sono reso conto che c’era molta componente tecnica focalizzata sulla macchina e poca di quella emotiva diretta all’elemento umano”.
Da poco il ricercatore ha messo piede nel mondo del tennis sollevando lo stesso problema in uno sport che ha nel controllo emozionale il suo crocevia obbligato verso successo o insuccesso. Al punto da incuriosirmi, se mai capiterà occasione, circa la sua opinione della sconfitta australiana subita da Sinner per mano di Novak Djokovic. Il poco necessario a riaffermare che il solito Match analisys ci fornisce numeri asettici circa il comparto tecnico e tattico ma zero assoluto su ansie e timori passati per la testa dei due giocatori. Numeri, tra l’altro che, nel caso specifico, narrano di un Sinner più performante del suo castigatore ma non sufficienti a fare di lui il vincitore del bellissimo confronto.
So che Ceccarelli è già a lavoro nello sport di palla e racchetta e mi auguro che presto o tardi ci faccia partecipi di aspetti scientifici avulsi dalla solita aria fritta. Sistemi di rilevazione da rivedere dunque? Certamente no, ma la semifinale maturata sulla Rod Laver Arena di Melbourne conferma, ancora una volta che le cifre non dicono tutto e che anche esami strumentali a distanza narrano di fisiologia ma non di trasformazione agonistica.
Per essere esaustive, manca il nasometro del buon maestro, quello che distingue le giocate emotive da quelle razionali e i punti leggeri da quelli pesanti.

