
Difficile dire quanto ci sia di vero e quanto la storia sia stata un po’ aggiustata per ingolosire i media, ma la leggenda narra che hanno provato addirittura a tenerla all’oscuro del passato della madre: niente racchettina già nella culla, niente prime lezioni nel salotto di casa, niente. Le hanno fatto provare il karate, poi la danza classica, ma i tentativi non hanno funzionato e il vero amore verso uno sport è sbocciato quando a 5 anni Maria ha messo per la prima volta piede in un campo da… tennis. I geni non mentono, così si è visto subito che ci sapeva fare, la passione è lievitata in fretta e il vaso di Pandora si è scoperchiato. Il resto è storia comune a tante altre “pro”: sono arrivati i primi tornei, poi la scelta di provarci sul serio, e nel 2013 anche il trasferimento a Barcellona, per allenarsi con German Puentes alla Portas-Puentes Tennis Academy. Dalla sua "cura" Maria ha ereditato un tennis spagnoleggiante, col diritto carico e il rovescio più penetrante, che le è servito per mettere piede fra le prime 100 del mondo, ma negli ultimi dodici mesi la situazione era rimasta praticamente invariata, così dallo scorso agosto ha dato un taglio al passato e cambiato tutto. Fuori Puentes, dentro addirittura un ex campione Slam quale Thomas Johansson, che nelle ultime due stagioni aveva lavorato sia con Borna Coric sia con David Goffin. Una scelta sinonimo di grandi ambizioni, che ha pagato subito. A New York è arrivata al terzo turno, e tre settimane dopo eccola in semifinale in un Premier Five, con 6 vittorie in 7 giorni. Ha superato le qualificazioni senza difficoltà e poi è andata sempre in crescendo, battendo anche Putintseva, Wozniacki, Vesnina e Cornet, sconfitta 7-6 7-5 al termine di un duello fisico e nervoso, vinto di testa nelle fasi calde. È stata spesso costretta a rincorrere, ma nel finale ne aveva di più lei, attesa ora da un duello possibile contro Caroline Garcia.
In sei partite la 22enne di Atene ha raccolto la bellezza di 380 punti, migliorando il best ranking di trenta posizioni esatte: dal numero 80 alla top-50, che potrebbe negargli solo un gran risultato di Alexandra Krunic a Tashkent. In ogni caso, 50 o 51 fa poca differenza, ciò che conta è essere diventata la terza tennista greca più forte della storia, dietro a mamma e a Eleni Daniilidou, numero 14 del mondo nel 2003. A 35 anni la Daniilidou continua a provarci, col sogno dichiarato di tornare grande (nel corso dell’estate è transitata anche dall’Italia), ma è numero 1.188 WTA e fatica a vincere qualche partita nei tornei ITF. Tradotto: il suo tempo è scaduto. Quello della Sakkari, invece, è iniziato un po’ per caso a Wuhan, senza un vero motivo. Nel circuito maggiore aveva giocato solo due quarti di finale, e la scorsa settimana a Guangzhou aveva raccolto tre game all'esordio contro Ipek Solyu, turca fuori dalle prime 150 del mondo. Ma il tennis è così, a volta basta poco per cambiare una stagione. Il bello viene adesso, con una dimensione tutta nuova da scoprire, aiutata dalla capacità di giocare bene nei tornei importanti, dove ogni vittoria pesa molto di più. Wuhan è l’ultimo esempio, ma nel 2017 la Sakkari ha raggiunto il terzo turno a Melbourne, Wimbledon e New York, vincendo complessivamente sei partite, più di alcune top-20. Una qualità che non si compra, perfetta per dimostrare che a volte una bambina di 5 anni sa scegliere il proprio destino meglio dei suoi genitori. Il tennis era un buon futuro, non ci sono più dubbi. Ora le restano da scalare (almeno) altri otto gradini…



