Lorenzo Musetti, l'enfant prodige

Lorenzo Musetti, 16 anni, finalista allo US Open junior, è la miglior promessa italiana. Gran talento, un tennis stilisticamente notevole e una mentalità già da professionista. Ha cominciato nello scantinato della nonna e adesso punta molto in alto
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  • 1/4 Lorenzo Musetti, 16 anni, finalista allo US Open juniores.
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    Riccardo Bisti
    2 dicembre 2018

    Questa è una storia in cui due sogni si sono trovati per caso, fino a intrecciarsi in un unico grande obiettivo. Lorenzo Musetti, 16 anni, nato in mezzo alle cave di marmo di Carrara (suo padre Francesco lavora nel settore), scoprì di essere bravo con la racchetta quando, ancora bambino, tirò le prime palle nello scantinato della nonna. Poi la famiglia gli ha dato la possibilità di coltivare il suo talento e, per misurarsi con ragazzi più forti, a otto anni lo hanno portato a giocare nel vicino Circolo Tennis Spezia (dove si è formato anche Alessandro Giannessi). Qui ha conosciuto Simone Tartarini, classe 1968, una vita dedicata al tennis come maestro di club. Bravo, apprezzato, ma senza particolari ambizioni internazionali. «E infatti tutto questo non era programmato, è nato casualmente» dice Tartarini mentre osserva il suo gioiellino alle prese con un cesto di servizi. Certo, suo figlio Giacomo aveva tentato un abbozzo di carriera professionistica e lui stesso aveva diretto le sei edizioni di un torneo Futures che aveva riportato il tennis professionistico a La Spezia dopo oltre vent'anni. Ma non credeva, tra corsi collettivi e lezioni private, che un giorno sarebbe diventato il punto di riferimento della miglior speranza del tennis italiano. Musetti non può essere definito altrimenti: la finale allo US Open junior, raggiunta con due anni di anticipo rispetto al limite massimo di età, è un biglietto da visita troppo importante. Lo sa bene la nostra federazione che gli ha messo gli occhi addosso un paio d'anni fa e anche Patrick Mouratoglou, che lo ha inserito in una fondazione che già aiuta alcuni fenomeni come Stefanos Tsitsipas o aspiranti tali come Cori Gauff e Chun Hsin Tseng. Aiuti preziosi, ma che non hanno sostituito in nessun modo il legame con Simone, come Musetti chiama il suo coach, con sincero affetto. Qualche anno fa, quando Tartarini si è spostato dal CT Spezia allo Junior Tennis San Benedetto, dall'altra parte della città, Musetti non ha avuto nessun dubbio nel seguirlo. Il loro sogno ha preso forma così, in un circolo a conduzione familiare, con tre campi (due in terra battuta e uno in cemento indoor), una piccola palestra e uno spazio che fa da club house, segreteria e ristorante. È qui che Musetti si allena ogni giorno che Dio manda in terra, anche se dista 37 km da casa e la patente arriverà solo tra qualche anno. Ma si sono organizzati: mamma Sabrina lo accompagna fino al casello autostradale di La Spezia. Ad attenderli, nel parcheggio di un Decathlon, la maestra tuttofare Benedetta Di Carlo. Da lì, via verso lo Junior San Benedetto, dove sta prendendo forma il sogno di un ragazzo che ha già imparato a ponderare le parole. Non è un modo di dire: chi lo conosce bene, sostiene che sia un 16enne con la testa di un 26enne. Glielo facciamo notare e sorride imbarazzato, ma sul campo da tennis certi sentimenti non trovano spazio. Non possono trovare spazio.

    In pochi mesi, da giovane promettente sei diventato la stellina del tennis italiano: cosa è cambiato intorno a te?
    Ricevo più attenzioni, in tutti sensi. Dopo i risultati di Wimbledon e US Open sono diventato famoso e la gente mi cerca di più, anche se per me non è cambiato molto: se vuoi diventare forte, devi abituarti a certe attenzioni. Credo sia importante rimanere umili anche se hai pressioni di vario genere. Il mio compito è continuare così: lavorare tranquillo e sereno.

    Rispetto a qualche mese fa, nella tua testa è cambiato qualcosa?
    Ho sempre pensato e sognato di diventare un grande giocatore, anche quando non ottenevo risultati così eclatanti. E ovviamente adesso ci credo ancora di più. Credo che gli ultimi successi siano frutto del lavoro e del percorso che sto effettuando con Simone e la mia famiglia. I frutti sono arrivati nel corso della stagione, soprattutto dopo Wimbledon. Ma non è stata una cosa improvvisa: è il frutto di un'evoluzione che spero possa proseguire ancora tanto.

    C'è una foto che ti ritrae, bambino, insieme ad Alessandro Giannessi: ti ricordi in quale contesto è stata scattata? Hai mai pensato che lui potesse essere un punto di riferimento?
    Oggi lo conosco molto meglio, anche perché siamo tesserati per lo stesso club (il Park Tennis Genova, ndr). Quella foto risale a quando vinse il torneo Futures a La Spezia e io facevo il raccattapalle. Dopo giornate infinite a recuperare palline, Simone mi faceva palleggiare con alcuni giocatori del torneo, una volta anche con Alessandro. All'epoca non lo conoscevo, ero troppo piccolo. Oggi non so se definirlo amico, ma ci siamo allenati più volte e sono felice di avere quel ricordo.

    Chi devi ringraziare per essere arrivato fin qui?
    Mio padre. La passione me l'ha trasmessa lui: è sempre stato un appassionato, gioca a livello amatoriale. Ho iniziato per gioco, con lui, nello scantinato di mia nonna.

    Uno scantinato diventato famoso durante lo US Open: c'è ancora?
    Sì! Quando vado da mia nonna, non palleggio più con mio padre ma succede ancora di tirare qualche palla contro il muro. Ho iniziato a giocare per scherzo, ma il tennis mi è subito piaciuto. Quando si sono accorti che ero abbastanza portato mi hanno iscritto ai primi corsi allo Junior Tennis Club di Carrara. Al principio era un modo per fare sport, farsi nuove amicizie, divertirsi. Adesso è diventato il mio lavoro.

    Simone Tartarini è la figura centrale del progetto: come è nato il rapporto con lui?
    Quando avevo otto anni mi sono tesserato per il Circolo Tennis Spezia per partecipare ai campionati a squadre. All'inizio ci andavo un paio di volte a settimana, poi si è creato un rapporto splendido. Mi divertivo di più rispetto a Carrara, giocavo con ragazzi più grandi e più bravi, e così le volte sono diventate tre, poi quattro, fino a quando mi sono spostato esclusivamente a La Spezia. Simone è un punto di riferimento: un suo sguardo o una sua parola possono dare la svolta a un match o addirittura a un intero torneo. Lo considero un secondo padre, visto che a casa trascorro sempre meno tempo. Sono felice di questo rapporto, mi trovo benissimo e spero che possa diventare per me quello che è stato Massimo Sartori per Andreas Seppi, un legame che dura per tutta una carriera. A volte capita di discutere ma non ci sono mai stati veri contrasti: per adesso non vedo nessun tipo di problema. Spero di arrivare in alto nel tennis professionistico insieme a lui: dopotutto è merito suo se ho raggiunto certi livelli.

    La sua qualità principale?
    Il carattere, dentro e fuori dal campo. Sa farmi ridere: non passiamo gli allenamenti a scherzare, ma capita di fare qualche battuta che rende meno pesanti i momenti in cui bisogna lavorare sodo, a testa bassa. Credo non ci sia stato un solo allenamento in cui non mi sia divertito. E poi mi sa stupire con i suoi consigli, prima o durante un match. Mi trovo bene e voglio continuare così.

    Lorenzo Musetti, l'enfant prodige

    Puoi chiarire il tuo rapporto con l'accademia di Patrick Mouratoglou?
    Ho un contratto con Nike e furono loro a propormi qualche settimana di allenamento nell’accademia di Mouratoglou. Sempre tramite Nike, sono entrato a far parte di una fondazione, la Champ Seed Foundation, che già aiutava alcuni giovani promettenti, tra cui Tsitsipas. Oggi mi capita di andare ad Antibes due tre settimane all'anno per svolgere degli stage con alcuni professionisti. Inoltre posso usufruire dell'accademia per qualche allenamento durante la stagione.

    È mai capitato che nel tuo campo ci fosse Mouratoglou in persona?
    Sì, in più di un'occasione.

    Con la FIT, invece? Ogni quanto ti alleni a Tirrenia e chi ti supporta sul campo?
    Mi hanno cercato due anni fa, quando ho raccolto i primi risultati a livello under 18. L'anno scorso è nato un progetto che prevedeva di allenarmi stabilmente tra Tirrenia e il mio circolo: tre volte a settimana al centro, tre volte a casa. L'ho fatto, con la supervisione di Filippo Volandri. Quest'anno il programma non sarà più così definito, ma il centro di Tirrenia resterà a disposizione. Quando vorrò allenarmi lì, potrò farlo. Sul campo c'è sempre Simone, talvolta con la supervisione di Umberto Rianna, ma non c'è nulla di programmato. Sicuramente mi appoggerò a Tirrenia nel periodo della preparazione invernale.

    Se dovessi diventare un grande giocatore, potrebbe esserci il rischio che si scateni una caccia a prendersi i meriti, quindi meglio chiarire: in Lorenzo Musetti quanto c'è di Tartarini, quanto di Mouratoglou e quanto della FIT?
    Il lavoro è al 100% con Simone. È possibile che arrivino sostegno e consigli da altre parti, ma non direttamente a me, solo tramite Simone. Mi riferisco soprattutto alla programmazione e al lavoro atletico. La FIT mi aiuta tanto sul piano economico, rimborsando viaggi e spese varie, così come Mouratoglou con la sua fondazione. Credo che il merito sia di questo triangolo, ma Simone non si è fatto condizionare da nessuno. Su quello che faccio, l'ultima parola spetta a lui. Ripeto: il merito è al 100% di coach Tartarini. FIT e Mouratoglou danno un supporto di natura logistica e strutturale, più che tecnica.

    (la seconda parte dell'intervista verrà pubblicata domani)

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