L’italo-argentino è stato demolito da Ruud nella prima semifinale degli Internazionali d’Italia, non avendo più energie dopo le maratone dei giorni precedenti

Contrariamente ad un passato che vedeva nelle diversità stilistiche estrazioni di stampo australiano piuttosto che europeo o statunitense, il tennis del nuovo millennio ha subìto tale e tanta omologazione da essere quanto mai azzardato rintracciare nei modi di un campione matrici di natura geografica o filosofica che sia.
Così non saprei dire quanto di italiano o argentino ci fosse ieri nella prova offerta da Luciano Darderi sul centrale del Foro contro Casper Ruud. Quel che so, invece, è che il principio planetario della competizione suggerisce di mettere in atto ogni tentativo possibile pur di raddrizzare un match nato storto e proseguito peggio. Niente di più facile che l’italo argentino trainasse al seguito qualche scoria del duro confronto con Jodar o che l’emozione di una semi tanto blasonata avesse fatto brutti scherzi. Sta di fatto, tuttavia, che studiare da campione impone comunque di provarci con quanto ancora in corpo finendo col fare anche di una partitaccia un’utile occasione di crescita.
Allora è difficile rintracciare nel Darderi di ieri la testardaggine argentina di un Coria o un Vilas così come non si è intravista l’elasticità mentale di un Sinner o un Panatta. Quel che è giunto all’occhio di noi poveri mortali, è stata piuttosto l’immagine di un giocatore ai margini del match che già nel primo parziale contava una striscia di 15 errori gratuiti. Troppi anche per un atleta arrivato fisicamente alla frutta. Per il resto che dire? Solo per le vicissitudini affrontate, lui e il papà sarebbero meritevoli di una narrazione a parte, un romanzo di sicuro successo che ha il suo lieto fine nel16ma posizione mondiale occupata finalmente da quel figlio giunto sul tetto del mondo.
Mi congedo dicendo che nella versione ultimo grido di sport, limitare il gioco alla sola spinta da dietro logora e non paga più di tanto. Così che per eccellere oggi è necessario fare uso frequente di variazioni quale ‘conditio sine qua non‘ per restare nel ristretto novero dei migliori.

