Quello dei coach di professione è un mestiere per nulla semplice, simile a una vocazione, perché per raggiungere risultati apprezzabili è necessaria una dedizione totale ai propri giocatori. Le soddisfazioni possono essere enormi, ma lo sono anche i sacrifici di una vita da globetrotter. Come la precarietà di un lavoro che offre poche garanzie.Inchiesta pubblicata sul numero di marzo della rivista "Il Tennis Italiano"

Negli ultimi anni la moda dei supercoach ha fatto tornare sulla cresta dell’onda grandi campioni del passato come Ivan Lendl, Boris Becker, Stefan Edberg e tanti altri, ai quali vari top players hanno chiesto un aiuto per trovare quel quid in più che può fare la differenza. Tuttavia, a fare il lavoro sporco sono sempre stati altri, come Severin Luthi per Federer, Marian Vajda per Djokovic, Jamie Delgado per Murray e così via, e l’abitudine di assumere i big di una volta sta lentamente scemando. Perché in realtà quello del coach è un lavoro che non offre molta visibilità e invece richiede una grande capacità: sapersi fare da parte, svestirsi dei panni del protagonista e dedicarsi al100% al proprio allievo. Per chi ha un passato ingombrante è più difficile, ma anche se il palcoscenico resta lì vicino, il compito di salirci non spetta più a loro. Un coach deve essere l’ombra di un giocatore, viaggiare con lui, conoscerlo alla perfezione, viverci quasi in simbiosi, ma sempre restando in secondo piano. Un dettaglio che rende ancora più complessa una professione ambita, ammirata e invidiata, ma nella quale non tutto è come sembra. «Un allenatore non deve mai dimenticarsi di essere al servizio del giocatore» dice Fabio Gorietti, che negli ultimi anni si è guadagnato un posto di primo piano fra i coach italiani. Insieme al suo team ha costruito un’accademia-gioiello a Foligno, portando fra i primi 100 giocatori del mondo Luca Vanni e Thomas Fabbiano, con buone possibilità di riuscirci presto con Stefano Travaglia e un giorno (si spera) anche con Gianluigi Quinzi. «Il successo di un coach – continua – è legato al bene della persona che allena. Il coach è una guida e quando vuole diventare il protagonista è un problema. Non deve mai sostituirsi al tennista, altrimenti nascono conflitti: l’atleta si sentirebbe svilito e se vedesse nel coach una figura troppo perfetta scatterebbe una sorta di complesso di inferiorità, facendo nascere meccanismi difficili da superare. Un buon allenatore deve saper mettere da parte le proprie emozioni e agire in base alle esigenze del giocatore. Deve supportarlo anche quando vorrebbe arrabbiarsi e magari deve essere determinato quando invece la situazione gli permetterebbe di stare più rilassato. Il risultato non è solo il punteggio, ma è la somma del lavoro e di una costruzione continua, fatta giorno dopo giorno». Impara il giocatore e impara anche la sua guida, perché le vere competenze – dicono tutti – non si costruiscono sui libri o nei seminari, ma nelle varie situazioni da affrontare e risolvere quotidianamente. «La cosa più bella per un allenatore – continua Goretti – è veder competere il proprio allievo e godere insieme a lui dei momenti più emozionanti, quelli del match. Quindi, per farlo bisogna essere disposti a girare molto. Personalmente non mi è mai successo di pensare che quella determinata settimana sarebbe stato meglio starmene a casa. Anzi, tante volte mi è dispiaciuto non esserci». Gorietti non è più un ragazzino e ricorda che nel 2017 non ha fatto nemmeno un singolo giorno di vacanza. Dove la trova la benzina? «Quando torno da un viaggio lungo mi godo qualche giorno a casa, ma poco dopo non vedo l’ora di ripartire, per accompagnare i miei ragazzi a confrontarsi con la competizione. Sono una persona molto insistente, caparbia e testarda. E anche fortunata: abbiamo costruito un grande team, con tante persone che dopo anni insieme riescono a seguirmi al cento per cento».
A livello economico, generalmente ci sono maggiori gratificazioni (e garanzie) per un buon maestro di club, ruolo che buona parte dei nostri coach internazionali potrebbe ricoprire o ha ricoperto senza particolari difficoltà. È per questo che spesso, quella dell’allenatore si trasforma in una sorta di vocazione. Francesco Aldi, per citarne uno, due settimane dopo il ritiro era già dall’altra parte della barricata, al lavoro con Marco Cecchinato, e oggi si dedica principalmente a Filippo Baldi, che da quando ha scelto lui e l’accademia di Palermo diretta da Francesco Cinà ha compiuto un deciso salto di qualità. «Non avevo ancora smesso– racconta – ma sentivo già il desiderio di trasmettere ai ragazzi più giovani quanto ho vissuto durante la mia carriera. È qualcosa che uno ha dentro, una sorta di passione, perché si tratta di una scelta totalmente diversa da quella di fare il maestro di club. Io fermo a casa non ci saprei stare, avverto l’esigenza di prendere e partire. Viaggiare da coach è più pesante rispetto a quanto lo fosse da tennista, ma vedere che il tuo allievo migliora i colpi, la tecnica e la gestione tattica di un match, è qualcosa di molto gratificante. Si vive in funzione del giocatore, rimanendo dietro le quinte perché i veri protagonisti sono loro. Non è detto che per diventare validi allenatori sia necessario essere stati buoni giocatori, ma chi ha giocato a certi livelli, avendo vissuto determinate esperienze, può trasmettere qualcosa in più. Di sicuro sono fondamentali la pazienza e il rapporto umano. Per essere efficace devi quasi vivere in simbiosi col giocatore, conoscerlo benissimo sotto ogni aspetto». Quando si parla di pro e contro del mestiere, le risposte sono quasi le stesse da parte di tutti. «Il tennis – continua Aldi – è un corso d’aggiornamento continuo: in giro per i tornei si studia, si impara, ci si confronta. Si va a osservare come si allenano gli altri per rubare qualche segreto. L’unica difficoltà è doversi staccare spesso da casa, ma quando si ha un obiettivo e lo si vuole raggiungere, tutto viene svolto in funzione di quello e i sacrifici pesano meno. Nessuno mi ha imposto di fare questo mestiere, l’ho scelto io perché lo trovo meraviglioso. Altrimenti non lo farei».
Guai a pensare che girare il mondo equivalga a divertirsi, fare i turisti e visitare le bellezze del mondo. Per loro viaggiare significa aeroporti, circoli e hotel. In un loop continuo, da gennaio a novembre. «Al torneo ci stai sicuramente più da allenatore che da giocatore, perché vai a guardare gli avversari, osservi cosa fanno, ti informi e cerchi di imparare un po’ da tutti» dice Simone Vagnozzi, oggi sulla panchina di Marco Cecchinato. Il coach ascolano è stato numero 161 del mondo nel 2011 e ha appeso la racchetta al chiodo tre anni fa, prima di quanto volesse, perché vari problemi fisici gli hanno consigliato di smettere. Ma ha impiegato poco per tornare nel giro. Ha lavorato qualche mese col più piccolo dei fratelli Quinzi, Gianluca, poi è arrivata la chiamata di Cecchinato ed è ripresa la solita routine. «Sapevo che sarebbe stato un impegno molto importante in termini di trasferte e di tempo da dedicare, ma era un’occasione che andava presa: non è così facile, subito dopo aver smesso, trovare un giocatore di questo livello che ti chiede una mano». Ha colto al volo la chance e il suo lavoro sta funzionando. Ha preso Cecchinato in un periodo complicato, nel cuore della famosa vicenda scommesse, gli ha restituito serenità e l’ha guidato al ritorno nei primi 100 della classifica ATP.«In questo percorso mi sto trovando molto bene: da giocatore ho vissuto delle esperienze abbastanza importanti, ma soprattutto ho avuto vicino professionisti del mestiere che conoscono questo lavoro molto meglio di me. Come in tutti i settori c’è la persona più disponibile e quella meno, ma nel complesso ho trovato un ambiente collaborativo, che mi sta aiutando a imparare». Nel giro di pochi mesi Vagnozzi si è trovato nello stesso circuito prima da giocatore e poi da coach, quindi è la persona ideale per capire la differenza fra certe dinamiche. «Da coach vedi il tennis da una prospettiva completamente diversa. Ti accorgi degli errori che facevi da giocatore, e riesci a capire meglio tante situazioni. Personalmente, questo genere di vita me la godo di più adesso rispetto a quando scendevo in campo, anche se vivere gli incontri dalla tribuna è più stressante. Quando giochi hai il controllo di ciò che succede, da fuori no. Ogni match, vinto o perso, lo passi a ragionare su cosa si può fare di più, su dove migliorare. Tengo più alle vittorie del mio giocatore rispetto a quanto tenessi alle mie: c’è tanto motivo d’orgoglio. Lo stipendio ha la sua importanza, ma uno lo fa anche per gratificazione personale. Le trasferte lunghe possono diventare pesanti, ma sono una parte fondamentale del lavoro: per arrivare in alto serve una grande organizzazione, che richiede parecchio tempo e grandi ambizioni da parte di entrambi. Quelle del coach sono le stesse di un giocatore, alla fine è il ranking che conta. Migliorare è importante, ma tutto si basa sui risultati. L’obiettivo più grande è quello di aiutare la persona che ho davanti a ottenere il massimo che il suo tennis gli possa dare. A livello personale, invece, mi piacerebbe molto iniziare con un ragazzo giovane e guidarlo verso il professionismo».
Quello di prendere un ragazzino e portarlo dalle categorie under fino al circuito dei professionisti è il sogno di tutti. Si tratta del percorso più gratificante perché mentre cresce la dimensione dell’allievo, lo stesso accade per quella del coach. E anche perché ce l’hanno fatta davvero in pochissimi. Uno dei casi più famosi (non solo in Italia) è quello di Massimo Sartori e Andreas Seppi. Hanno iniziato a lavorare quando l’allievo aveva 11 anni e il maestro 28, e ventitré anni più tardi sono ancora insieme, come in un matrimonio ben riuscito. Se Seppi è diventato uno dei tre giocatori italiani più forti degli ultimi quarant’anni è soprattutto grazie a coach Sartori, che a sua volta è arrivato al vertice della sua professione soprattutto grazie a Seppi. Pochi in Italia hanno una conoscenza del mestiere come il vicentino, che ha vissuto con Seppi tutte le tappe del percorso, dai tornei under 12 agli Slam e le vittorie contro Federer e Nadal. «Cosa richiede questo mestiere? Primariamente di dedicare tantissimo tempo a un’altra persona, e non è semplice. Ognuno ha i suoi spazi, i suoi doveri e le sue esigenze, ma quando c’è bisogno, devi essere disposto a mettere tutto da parte per fare spazio a ciò di cui ha bisogno l’allievo. Non mi piace parlare di rinunce, perché ho deciso io di intraprendere questo percorso, ma negli anni mi sono perso tante cose. Non ho vissuto i compleanni delle mie figlie e non ho mai festeggiato il mio a casa, non c’ero ai matrimoni dei miei amici, e via dicendo. Come Seppi ha dedicato la sua vita a questo sport, io l’ho dedicata a lui». A loro è andata di lusso: hanno fatto molto di più di quanto si aspettassero e non è ancora finita. Ma Sartori se la sentirebbe di consigliare la stessa vita a un maestro di tennis che avesse questa ambizione? «Se ha una famiglia non ci penserei un secondo: meglio di no. Fare il coach significa passare un sacco di tempo lontano da casa e si finisce inevitabilmente per trascurare la propria famiglia. Serve tempo, pazienza e la capacità di stare sempre sul pezzo, perché l’occasione giusta può arrivare da un momento all’altro. Se invece il maestro non ha ancora costruito una famiglia, è necessario che sia supportato da grandi motivazioni e volontà di dedicare tutto il suo tempo a un giocatore di tennis». Nel lontano1995, Sartori ne aveva da vendere; oggi, a quasi 51 anni e dopo tutti i traguardi raggiunti, vien da chiedersi come riesca a sopportare di dover gestire la sua vita in base al calendario ATP. «Devo ammettere che fare la valigia e prendere l’aereo inizia a pesarmi, così come i tanti tempi morti che si creano durante i tornei. Ci si allena, si gioca, ma nel resto della giornata c’è un sacco di tempo libero, ma non sempre l’opportunità di sfruttarlo come si vorrebbe. Così uno comincia a riflettere, a pensare a ciò che potrebbe fare o che avrebbe potuto fare. Diventa stressante. Tuttavia, vedere il livello di gioco raggiunto da Andreas mi ripaga di tutto. Mi ha regalato soddisfazioni enormi e non solo sul campo da tennis. Quando nella mia vita ho vissuto dei momenti difficili, lui mi è stato accanto: ha riconosciuto il valore di ciò che avevo fatto per lui e mi ha ricambiato di ogni sacrificio».

(PARTE 1 – CONTINUA)