Giudicato dalla nostra Giuria tra i migliori racconti ricevuti, pubblichiamo il testo di Carolina Sarti, giunto al 4° posto del nostro concorso letterario

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di Carolina Sarti
Il sole cocente sull’asfalto, la nonna accanto a me col suo carrellino fucsia, direzione Coop, senza una reale necessità se non quella di cambiare scenario. Per i marciapiedi delle Piagge nel Bronx di Firenze Nord, mi affaccio tra i buchi delle reti che mi separano dal campo di calcio, seguo i movimenti di quelle gambe scattose che disegnano segmenti ma non ci capisco niente. Più avanti, la solita rete mi lascia sbirciare in campi sporchi di rosso, polverosi e bollenti. Sembra di essere su una giostra, seguo le onde che i piedi disegnano tornando poi sempre al porto, quella righetta sicura che è il centro del campo. Dal buco della rete vedo solo due gambe, ma il suono delle altre come una eco completa il quadro che i due giocatori stanno dipingendo e ogni colpo sulla racchetta cade come una pennellata perfetta, come suona preciso il colpo delle percussioni tra una complessa partitura orchestrale.
A cena non racconto niente ma ogni volta che la forchetta sbatte sul piatto riecheggia quel ritmo sicuro che mi è rimasto negli occhi, mi trovo davanti a una prima certezza: voglio giocare a tennis. Quella rete che mi permetteva di sbirciare adesso mi contiene, mi culla, mi diverte e io cresco insieme alle piante che le stanno intorno, come un’edera prendendo sempre più spazio e sentendomi sempre più parte di uno spazio, giocando un gioco in cui si è da soli ma che si crea in due, un pezzo a quattro mani al pianoforte, che per ogni due che lo suonano sarà diverso. Un gioco di scambi, da freddi c’è da scaldarsi. Capita di prendere un bel ritmo, arrivi sempre in tempo, pieghi bene, il braccio si allunga e colpisci la pallina al punto giusto, giusto taglio, giusta velocità, giusto tutto. Lì non senti più neanche il peso della gravità, entri in un sistema a parte, sei tu, una pallina, una rete e l’altro di là, che finalmente vedi, con cui finalmente parli, dialoghi. Ti sembra di conoscerlo così bene anche se a stento ricordi la sua voce quando all’inizio ha scelto dispari, invece che pari per vincere il primo turno in battuta. Ti sembra di conoscerlo così bene che credi di sapere dove tirerà, quanto giro darà alla pallina, che angolo cercherà di pulire. La palla si perde, va raccolta, ci si danno le spalle e così, di punto in bianco, non si potrebbe essere più lontani. Errore mio o errore tuo? Colpa delle gambe, no, colpa del polso che ha vacillato all’impatto con la pallina, dove sta la colpa, se c’è una colpa?
Che importa, la pallina è persa e bisogna ripartire, senza garanzie, anzi con la certezza che succederà di nuovo, perderemo di nuovo il ritmo, di nuovo tutto andrà in frantumi. Comunque si raccoglie, bisogna riguardare il colpo che ce l’ha fatta perdere, lavorare sull’errore più frequente. E perché tanta fatica a muoversi prima, a piegare di più le gambe se so che servirebbe a tirare meglio? Inspiegabili irrazionali fatiche che ci compongono, quanta spinta vitale si cela in voi, e che divertimento!

