Il tennista romano vede il tennis in maniera diversa rispetto al passato come emerge dalle sue parole dopo la vittoria con Fucsovics

Foto di Ray Giubilo

Alla ricerca del tennis perduto. «E’ bello tornare qui a Parigi, al Bois de Boulogne, dove non giocavo da cinque anni. Ci ero venuto altre due volte, solo per dire che mi ritiravo: non bello. Ma ho dei bellissimi ricordi della prima volta che ho giocato qui, l’atmosfera è veramente strepitosa».
Il successo contro Fucsovics sotto il caldo è un brivido caldo, una spinta a riprovarci ancora. Nonostante gli infortuni, la fatica, l’età che implacabilmente avanza, la leggerezza o l’ansia che accompagna la teoria dei compleanni. «Sì, quando ho compiuto trent’anni mi sono venuti in mente tutti questi pensieri: la leggerezza, la pesantezza, gli anni… Sono fatto così, una centrifuga di pensieri. Il regalo più bello che ho ricevuto? Tanti: collane, che per me significano tanto, biglietti, libri. Ma la cosa più bella, anche se sono un po’ riluttante a dirlo, è stato chiedere a chi voleva farmi un regalo di fare invece una donazione ad ‘Atleti al tuo fianco’, una onlus che si occupa di malati oncologici. Io sono una persona fortunata, ho già tutto, fare qualcosa per gli altri mi è sembrata la cosa più giusta e sono felice anche perché abbiamo raccolto una bella somma. Chi deve fare la chemioterapia spesso riesce a mangiare solo i gelati, e ora c’è un frigorifero con il mio nome: mi fa bene sapere che chi lo usa ha un pensiero per me…Sono anche queste cose che mi spingono a continuare».

Tosto, complicato, umanissimo ‘Berretta’. Che al prossimo turno trova Rinderknech, l’avversario contro cui si dovette ritirare nel 2023 agli Us Open, per l’ennesimo infortunio di una carriera martoriata. «Grazie di avermelo ricordato…. Ma chi mi conosce sa che ho iniziato ad infortunarmi a 12 anni, quindi ci sono abituato, e ogni volta ho trovato la forza di ripartire, di andare oltre il limite. Il tifo sarà contro di me, ma qui a Parigi ho vissuto edizioni senza pubblico durante il Covid, meglio la bolgia che il silenzio. La vittoria di oggi è stata piacevolissima, perché ho pensato che per una volta non c’erano dubbi sul giocare o non giocare, quindi mi sono detto: dai, prenditi questa partita. E’ un tipo di approccio che può aiutarmi, non posso sempre farmi arrivare addosso un’altra paura. Anche se era un campo piccolo c’era un sacco di gente, un sacco di tifo anche nei momenti un più delicati e poi con questo caldo, che però me non dispiace».

Aggiustamenti, adattamenti, curve da affrontare toccando gli ingranaggi giusti. «Ci sono momenti tosti e altri meno, però ora sto bene, sono convinto della strada che sto percorrendo, poi quando mi stancherò prenderò una decisione. Ogni tanto sento uno scricchiolio, ma fa parte della vita di tutti. Ho dato anche una sistemata al servizio, e ora sento che faccio meno fatica, ed è fondamentale. Vincere una partita tre su cinque è molto, molto importante, perché sento che il livello c’è, anche se a sprazzi». Dopo Parigi, comunque vada, ci sarà Wimbledon, l’erba amata, dove però arriverà non più da testa di serie, ma da numero 105 del mondo. «Non credo che mi daranno una wild card – sospira – quindi se dovrò giocare le qualificazioni, le giocherò. Ma per me ora è molto importante come giocare, l’anno scorso ad esempio ero nel seeding ma non giocavo bene». Più che il tempo perduto, quello che conta oggi per Matteo è proprio questo: il piacere, ritrovato, del tennis giocato.