Alami, direttore del Qatar Open, in una lunga chiacchierata ci parla della situazione del tennis, del mondo arabo e delle sue proposte per migliorare un calendario troppo fitto di eventi

Karim Alami, ex 25 Atp e direttore del Qatar Open, tra Fils e Machac – foto Paul Zimmer

A Doha abbiamo incontrato Karim Alami, ex numero 25 del mondo, da tanti anni direttore del torneo al Qatar Open, grande (e simpaticissimo) conoscitore del tennis con cui è sempre piacevole confrontarsi.

Karim, dopo l’upgrade a 500, qual è il prossimo progetto per consolidare il Qatar Open?

«Be’, sai, abbiamo chiesto di avere un ‘1000’ per molti, molti anni, e sappiamo che è molto difficile, perché non ci sono date disponibili. C’è stata l’opportunità con Madrid e Miami, e Indian Wells 15 anni fa, ma ora siamo bloccati con il 500».

Il presidente dell’Atp Gaudenzi è un tuo coetaneo ed ex avversario, e ha già annunciato un ‘1000’ in quest’area per il 2028…

«Andrea è un mio carissimo amico, abbiamo giocato insieme a livello giovanile, nell’Atp. E’ vero che ci sarà un 1000, ma è già stato assegnato all’Arabia Saudita, quindi… Penso che sia molto positivo per la regione perché avremo Doha, Dubai, l’Arabia Saudita, un mini tour nell’area. E’ fantastico per il tennis arabo avere questo tipo di tornei».

Forse Doha, che organizza un torneo molto apprezzato da più 30 anni, avrebbe meritato di più un ‘1000’… L’albo d’oro sembra quello di uno Slam.

«Grazie per il sostegno. Tu frequenti questo torneo da molti anni, dai successi di Becker… A Doha abbiamo sempre cercato di migliorare in tutti i modi, in tutti gli aspetti, per offrire il meglio al pubblico, non solo per quanto riguarda le partite, ma complessivamente come esperienza in un evento sportivo: una bella zona ristorazione, una bella zona per rilassarsi, una bella zona per i bambini, un bel villaggio sponsor. E, naturalmente, anche ai giocatori, dobbiamo cercare di dare il meglio affinché si sentano davvero a loro agio, a casa, e questo è il feedback che ricevo».

Con l’inserimento di un 1000 a Ryad il calendario sarà ancora più affollato: troppo affollato? I giocatori continuano a lamentarsi dei troppi tornei, eppure partecipano a esibizioni che ormai hanno luogo anche durante la stagione ufficiale…

«E’ un tema controverso. Sì, la stagione è molto lunga, ma in passato era quasi impossibile organizzare esibizioni durante la stagione. Capisco i giocatori: hanno una carriera breve e devono guadagnare il più possibile, è comprensibile. Allo stesso tempo, però, non dovremmo lasciare che queste esibizioni mettano in ombra gli eventi Atp. Quando si gioca un’esibizione c’è la possibilità di farsi male, e magari non si partecipa a tornei che sono in calendario da molti, molti anni, che costano così tanto agli sponsor, alle federazioni, ai promotori, e che dovrebbero essere protetti in qualche modo. Penso che il calendario abbia bisogno di essere un po’ ripulito. Forse alcuni tornei non di grande successo potrebbero essere cancellati, acquistati o spostati».

Perché non organizzare due tour?

«Esatto. Ad esempio, il Golden Tour e il Silver Tour: i 1000 e i 500 che fanno parte del primo e i 250 e i migliori Challenger del secondo. Se vuoi arrivare al Golden Tour devi meritartelo, devi avere l’approvazione dei giocatori per essere promosso. L’obiettivo è proteggere i giocatori: sono loro i protagonisti dello spettacolo. Se giocano molto, si faranno male e il nostro prodotto ne risentirà, e questo non va bene. Inoltre penso che due settimane per un 1000 siano troppe…».

Ai giocatori infatti non piace.

«Anche ai miei tempi, ricordo che quando andavamo a Miami e non potevamo giocare da nessun’altra parte, erano 12 giorni molto lunghi. Si sta lontano da casa per molto tempo, ma soprattutto pensiamo a chi perde al primo turno: deve aspettare 10 giorni per giocare un altro turno, un’altra partita. Oppure a chi vince: deve passare due settimane in un posto e poi spostarsi per altre due settimane. Un mese intero, per due tornei, è troppo tempo. Questa è la mia opinione personale».

Tornando sulle esibizioni: oggi c’è un pubblico nuovo, non è così esperto di tennis, che tende a confondere l’esibizione con il torneo, e questo rischia di creare confusione.

«Non possiamo controllare le esibizioni perché sono eventi privati e chiunque può fare quello che vuole e dove vuole. Non possiamo fermarli legalmente, capisci? Ma il tour, con così tanti eventi e senza regole, è difficile sia da gestire sia da comprendere. Noi veniamo dal mondo del tennis, ma chi non segue il tennis tutto il tempo rischia di perdersi fra le sigle: Itf, Atp, la Wta, i Grand Slam, poi c’è la Coppa Davis, la Laver Cup, l’Atp Cup, i 250, i 500, i 1000… La gente si confonde. Se vogliamo avere un prodotto davvero bello, dovrebbe esserci un’unica entità, un unico ombrello che tiene tutto sotto. Sarebbe più efficace anche per vendere insieme i diritti televisivi, per acquisire gli sponsor».

Il presidente della Federazione Italiana, Angelo Binaghi, sogna di avere un quinto Slam a Roma. Pensi che in futuro sia possibile, o che uno dei quattro cambi sede?

«Non credo, perché tutti gli Slam hanno una storia. Quando pensi al tennis, pensi a Wimbledon o all’Open di Francia, no? Sono eventi che esistono da sempre e non credo che permetteranno a nessuno di acquisire il loro stesso status. Noi in Qatar avremmo anche i soldi per farlo, l’Italia li avrebbe, i sauditi e anche i cinesi, i brasiliani, gli indiani. Ci sono molti paesi che possono organizzare un torneo del Grande Slam, ma non credo che sarà possibile. Il calendario può cambiare, migliorare, si possono cancellare alcuni tornei, se ne possono aggiungere altri, ma per i tornei del Grande Slam non credo che ci saranno cambiamenti».

Per questa zona del mondo, fra Arabia e nord Africa, sarebbe importante avere un top player, sulla scia di quanto è successo in campo femminile con Ons Jabeur. Vedi qualcosa all’orizzonte?

«Non proprio, ad essere sincero. Se parliamo del Qatar, parliamo di meno di 3 milioni di persone, e molti sono stranieri. La popolazione locale è di 300.000 persone. In Tunisia non avevano avuto mai nessun giocatore prima di Ons, è spuntata così, dal nulla. Il Marocco non aveva mai avuto nessun giocatore di tennis, noi tre – io, El Aynaoui e Arazi siamo arrivati negli anni ’90, provenendo da tre contesti diversi. Ci sono molti talenti nel mondo arabo: in Qatar, in Arabia Saudita, in Kuwait, in Marocco, in Egitto, in Tunisia, ma il più delle volte manca il sostegno economico. Alcune federazioni, come quella del Qatar e altre federazioni della regione del Golfo investono, ma non hano un bacino sufficiente; al contrario in Marocco, in Algeria, in Tunisia, in Egitto, ci sono più giocaori, ma non ci sono abbastanza soldi. Inoltre per la mentalità dei genitori, lo sport professionistico non è un lavoro. Devi studiare, devi diventare avvocato, medico, pilota, architetto qualsiasi cosa.
Ora le cose stanno migliorando e la gente sta capendo che lo sport è un modo per educare un bambino, che si impara la disciplina, si impara a lavorare sodo, si impara il rispetto, la costanza, ma ripeto, non è facile. Bisogna avere molti soldi per viaggiare, per avere un coach, per allenarsi all’estero. In Francia, ci sono milioni di persone che giocano, in Italia e in Spagna è lo stesso, per questo che ci sono tennisti che emergono. In Italia si organizzano 50 tornei all’anno, dal Foro Italico a quelli più piccoli, è quello il segreto del successo attuale del tennis italiano, perché negli ultimi 10-15 anni avete lavorato sui tornei, organizzando piccoli eventi, dando la possibilità ai vostri giocatori di competere, di crescere, di guadagnare punti e confrontarsi continuamente con gli stranieri. Nel mondo arabo non ci sono abbastanza tornei, non ci sono abbastanza allenatori, e allenatori di alto livello. Abbiamo molti campi, abbiamo molte strutture, e soprattutto il clima è fantastico, geograficamente siamo a due ore dall’Europa, ma la mentalità è diversa, è più orientata verso il calcio o l’atletica, che sono meno impegnativi dal punto di vista finanziario, perché, non dimentichiamolo, il tennis è uno sport ricco».

Serve una struttura complessiva.

«Abbiamo delle strutture, ma non sono, abbastanza professionali per formare dei giocatori di alto livello».

Per chiudere: pensi che Sinner e Alcaraz, le star del Qatar Open, domineranno anche nel 2026? O vedi un terzo o un quarto uomo?

«Per ora non vedo nessun terzo o quarto uomo. Ci sono molti buoni giocatori dietro di loro, come Zverev, Auger-Aliassime, Rublev, Medvedev, Musetti, ma il livello di Alcaraz e Sinner è diverso ed è per questo che dominano. Se Jannik o Carlos non sono in una buona giornata, possono sicuramente perdere contro gli altri: ma una volta su dieci».

Non credo che il loro strapotere rischi di rivelarsi ‘noioso’, a lungo termine?

«Tu ricordi Rafa e Roger: hanno controllato tutto per molti, molti anni. Poi è arrivato Novak, e poi Murray a dar loro un po’ fastidio. Oggi ci sono Medvedev, Zverev, ci sono questi ragazzi che possono sfidarli occasionalmente, ma ci vorrà del tempo perché emerga un terzo incomodo».