Un racconto-saggio di Lucio Pietribiasi

di Lucio Pietribiasi
Spesso, tra un punto e l’altro, c’è un lungo istante in cui Jannik sembra non guardare nulla. Per qualche secondo i suoi occhi non si posano da nessuna parte. L’avversario, la panchina, gli spalti sono lì, a pochi metri, ma il suo sguardo è altrove. Guarda senza vedere. Sembra assentarsi. Nessuno sa che cosa accada in quel frangente. Forse nemmeno lui. Eppure lì, in quella piega del tempo, qualcosa accade. Lo avverto anch’io, mi è familiare. Non so come, ma risuona in me. Mentre seguo quello sguardo, il mio respiro scende nella pancia, le spalle smettono di difendersi, la gravità si allenta. Per un attimo mi assento anch’io, mi allontano da tutto ciò che non si trovi dentro quello sguardo. Il resto del mondo semplicemente scompare. Non credo che per questa cosa il tennis abbia un nome. Eppure è qualcosa di antico, che ha sfiorato, per un attimo, anche la mia storia. Sulle prime non mi ero chiesto perché. Perché proprio quel particolare, quello sguardo sospeso, fra i mille dettagli che Jannik offre a chi lo osserva. Poi ho intuito che la risposta aveva quasi mezzo secolo. E non mi sbagliavo: si trattava proprio di una risonanza. Nel 1978 avevo vent’anni e un mestiere bizzarro: mi lanciavo all’indietro oltre un’asticella sospesa a due metri e venti. In quegli anni, in Europa, era una misura più che dignitosa.
Poi, nel giro di pochi mesi, tutto è finito. Ma non in un giorno preciso. Il che è peggio, perché quando non c’è un giorno preciso non c’è nemmeno niente da salutare. Non che qui la mia storia – di per sé – conti. Ne parlo perché mi ha insegnato a riconoscere una cosa quando la vedo negli altri. La prima volta che successe fu molto prima di Jannik. La riconobbi in un altro ragazzo, in un campione immenso e sfortunato. Si chiamava Vladimir Yashchenko. Volodja, per gli amici. Nel 1977, a diciotto anni, saltò più in alto di chiunque al mondo. E non lo fece con la tecnica dorsale, ma con il vecchio stile ventrale, quello che l’americano Dick Fosbury aveva mandato in soffitta ai Giochi di Città del Messico, nel 1968. Un ragazzo che batteva tutti con un modo di saltare che sembrava appartenere al passato. Poi un ginocchio cedette, e la sua carriera finì quand’era appena cominciata. Come la mia: in un giorno senza un numero, che nessuno ricorda. Anche lui – come Jannik – aveva quello sguardo. Ho visto Volodja in pedana, l’ho visto saltare, e me lo ricordo bene. Ogni tanto succedeva, ed era come se una parte di lui si trovasse altrove, in una dimensione che gli altri non potevano vedere. Io, che il diritto di abitare quel territorio l’avevo accarezzato e perso in un battito di ciglia, non ho più smesso di riconoscere chi ci vive ancora.
Quello sguardo ce l’hanno in pochi. Oserei dire pochissimi. Atleti dotati di qualità per le quali anche il termine “speciali” non rende giustizia. La prima, tra tante, che mi viene in mente, è la capacità di governare il movimento senza mai rimanerne prigionieri. Negli anni l’ho rivisto diverse volte, quel guardare senza vedere. Non in tutti i grandissimi. Ci sono stati campioni immensi che non l’hanno mai avuto. Lo aveva Nadia Comaneci, quattordici anni, gli occhi sgranati a fissare il vuoto, del tutto impermeabile a ciò che accadeva intorno a lei e alla vertigine della storia, sospesa in un’assenza bambina e quasi sacra prima che il suo corpo disegnasse la perfezione. E ce l’aveva Ayrton Senna. Prima del via, con il casco già indossato e la visiera ancora alzata, c’era un istante in cui i suoi occhi smettevano di posarsi sulla pista, sui meccanici, sulle telecamere. Era altrove. Ed è solo una suggestione, la mia: che appartengano a una stirpe. Che nel loro DNA ci sia qualche filamento d’origine ancora sconosciuta alla scienza, e che quel filamento li tenga legati a un Olimpo tutto loro, da cui scendono a gareggiare tra noi senza mai lasciarlo del tutto. Per questo sembrano avere qualcosa di soprannaturale. Non c’è presagio, in quello sguardo, né destino. C’è soltanto la traccia di dove abitano. Così, mentre il mondo intorno urla, e tra un punto e l’altro Jannik si assenta, come se fosse in una stanza vuota, il mio respiro torna a scendere nella pancia.
Le spalle si lasciano andare. E so che sto guardando uno di loro.

