Il racconto dell’epica vittoria di Ivanisevic sui prati di Church road

foto Ray Giubilo

Se nel viaggio d’andata, un comune aereo di linea l’aveva affidato, senza troppo clamore, a uno dei tanti aeroporti di Londra, in quello di ritorno il jet privato di casa Ecclestone lo aveva accolto con tutti gli onori e una volta nel cielo di Spalato aveva chiesto al pilota di attardarsi sulla moltitudine di volti che a naso in sù seguiva con ansia la discesa in terra dell’eroe nazionale. Due ore e mezzo di volo utili a Goran Ivanisevic per riavvolgere il film di una carriera vicina al collasso e tornata in salute grazie a eventi straordinari seguiti al solstizio d’estate del 2001.
Guardato a vista per la sua imprevedibilità, sul croato insisteva da tempo il clichè del dell’adorabile pazzoide, del giocatore sanguigno, tennista di cuore prima che di braccio. Un tipo dal fare spigoloso e morbido allo stesso tempo, esibito con affascinante innocenza e senza giri di parole. Un modo di proporsi che a tutt’oggi pochissimi sportivi osano adottare.

Correvano i secondi anni ’80 quando Niki Pilic ne segnalava l’esistenza a Cino Marchese, agente 007 dell’ IMG: “ Ha la stoffa giusta per tenere botta contro Agassi, Sampras e Courier”, aveva aggiunto sicuro di sé. Il buon Pilic aveva visto lungo e nell’arco degli anni l’ex junior spaletino avrebbe vinto 22 titoli del circuito maggiore e fatto 27 finali. Il sufficiente a farne un top ten di prim’ordine con punte da n.2 al mondo toccate nel luglio del ’94. Vittorie riportate su ogni superficie seppure, in cuor suo, subisse come pochi altri, il fascino discreto dell’erba londinese. Al punto da maturare
sui prati della Perfida Albione esaltanti performance come amare delusioni. Doloroso era stato il match clou del ‘92 ceduto al quinto a un Agassi in grande stile, così come triste era risuonato quello del ’94, perso in tre set da Pete Sampras.
Il terzo, giocato nel ’98 ancora contro l’americano del Maryland, sarebbe stato il più duro da mandare giù. Una delusione arrivata dopo che Goran aveva avvertito la sensazione di giocare meglio del blasonato avversario e dopo che due splendidi set point erano passati per le sue corde. Ne
avesse colto almeno uno, sarebbe passato a condurre due set a zero e quasi certamente il rimanente sarebbe scappato fuori da qualcuno dei suoi imprevedibili numeri. Ma il fato aveva optato per un set pari e anche l’atto conclusivo di quella finale avrebbe preso tutta un’altra piega.
Ancora a fine carriera, di quel match avrebbe detto non senza rimpianti: “Non m’ero mai sentito così vicino a vincere e al termine avrei voluto morire!”. Tale era stato il peso della sconfitta che anche durante la premiazione il marcantonio d’oltre Adriatico s’era negato ai soliti sorrisi di buona creanza. Non solo! L’infelice epilogo di quella finale avrebbe avuto ricadute pesanti sull’autostima del mancino croato, innescando una crisi di risultati andata avanti lungo i due anni successivi, un calvario in cui lo spalatino avrebbe collezionato non meno di 20 eliminazioni al primo e secondo turno.

Il peggio sarebbe giunto nel giugno 2001, con la debacle maturata al Queens per mano di Cristiano Caratti, italiano n.194 del ranking, tutt’altro che un fan dei fili vegetali. Una sconfitta che, ironia della sorte, risuonava nell’attimo stesso in cui il Comitato Organizzatore di Wimbledon si
pronunciava positivamente per l’assegnazione a Mr. Ivanisevic di una Wild Card alla carriera
. Decisione che il sentiment generale avrebbe letto come un canto del cigno, una passerella di breve durata: un turno, forse due, poi il commiato dal grande circuito. Pensare a qualcosa di più sarebbe stato velleitario, ipotizzare una vittoria addirittura da pazzi. Per non smentirsi, la settimana prima il buon Goran giocava male il torneo olandese di Hertogenbosch e nella terra dei tulipani anche il dolore alla spalla era tornato a gridare vendetta. Così conciato e senza aspettative, l’indomani giungeva a Londra circondato da un immaginario collettivo che guardava a lui come a un giocatore finito. Per tutti Goran Ivanisevic, era null’altro che un ex tennista ammesso al main draw di Wimbledon per meriti sportivi e non per risultati acquisiti.

A dispetto del circondario, tuttavia, due giorni prima che il sipario aprisse le ali sul più importante torneo del pianeta tennis, strane sensazioni iniziavano a rincorrersi nella testa del croato. Sempre più sottile saliva a pelle la consapevolezza di non aver nulla da perdere e diversamente da
quando era finito divorato dall’ansia, quel nuovo status andava generando insolita serenità e più solide aspirazioni.
Lentamente, anche il dolore alla spalla s’era ristretto a un sopportabile fastidio e il resto del gioco aveva preso a funzionare bene . Sarebbe stato il campo a dire il resto. E all’interno delle righe più blasonate al mondo, Goran Ivanisevic iniziava la più verde delle sue avventure rifilando un triplice 6/4 allo svedese Jonsson. Un buon segno se già al secondo turno non fosse entrato in rotta di collisione con Carlos Moya, vincitore del Roland Garros e numero uno del ranking nel marzo del ’99.
Un confronto visto da tutti come proibitivo, insormontabile soprattutto per un ex alla ricerca di sé stesso. Ma come sempre accade, il futuro sottrae all’occhio certezze acclarate restituendo in cambio incognite con le quali solo fattucchiere imbellettate o astrologi mattacchioni osano vantare calda familiarità. Nel caso in questione, gli eventi sancivano il contrario e l’ex bimbo di Spalato stupiva il globo racchettaro imponendosi sullo spagnolo con quattro meravigliosi set. Una performance vista da molti come sufficiente a lasciare la scena. Una visione lecita se, continuando a camminare sulle
acque, il turno successivo Goran non avesse concesso che un misero set ad Andy Roddick, americano del Nebraska, promessa diciannovenne del tennis a stelle e strisce e se, con l’inerzia dalla sua, subito dopo non si fosse liberato anche di Greg Rusedski, già 4 del mondo, canadese
di nascita, inglese di adozione. Unto anch’esso di un gioco mancino, il nativo di Montreal era finito facile preda del gioco a specchio impostato da Goran e in un’ora e mezzo di buon agonismo cedeva il passo in tre rapidi set. “ Mi ha sommerso di ace.” dirà alla fine, ”… col servizio ha disposto di
me come ha voluto”.

foto Ray Giubilo

Già, il servizio: Che storia! Lancio basso e velocità esplosiva, s’erano resi complici di una fucilata ben oltre i duecento orari spedita a quegli angoli sguinci dei rettangoli che soltanto i battitori di mano manca sanno pizzicare. Un misto di potenza e precisione che per sei anni avevano issato lo spalatino a miglior battitore del circuito. A fine carriera tutti quei missili inviati da sopra la testa gli avrebbero fruttato più di 10.000 ace, secondi soltanto ai 13.000 abbondanti di Ivo Karlovic, connazionale di Zagabria, due metri e undici sul livello del mare, ottimo nel gioco di volo quanto a disagio in quello a rimbalzo. Diversamente da Goran nel quale conviveva l’istinto aggressivo dell’attaccante puro e il pensiero razionale del giocatore di tenuta. Presupposti grazie ai quali, in ottavi Goran aveva preso a sognare. “A un certo punto”, dirà ancora nell’intervista rievocativa di qualche anno dopo , “ero convinto di poter vincere il torneo, ma se l’avessi detto, quasi certamente, mi avrebbero dato del pazzo”.
E tra un pensiero e l’altro, non lesinava occhiate falsamente distratte alla parte alta del tabellone, dove un altro fatto epocale stava cambiando la storia. Pete Sampras, vincitore di 7 delle ultime 8 edizioni, esauriva negli ottavi il suo Wimbledon 2001, estromesso da tale Roger Federer, svizzerotto di Basilea non ancora ventenne ma già con gli attributi giusti per traghettare, nei quattro lustri successivi, il tennis verso nuovi orizzonti.

Tutto liscio, dunque, se non fosse per il maledetto problema alla spalla tornato a farsi sentire. “ Non riuscivo più a sollevarla”, racconta ancora nel suo
amarcord, “tant’è che feci un patto con l’onnipotente. Signore mio, mi ero ritrovato a dire tra me e me , fà ch’io vinca il torneo, dopodiché posso anche
smettere di giocare”.
Unto di forza sacrale, a testa alta era andato nei quarti incontro a Marat Safin, ventenne russo, già numero uno del mondo e considerato in modo unanime come il futuro dominatore del tennis. Al contrario di Goran, il giovane moscovita non amava l’erba, neppure quella tagliata a otto millimetri, in luogo dei precedenti sei, adottata per la prima volta proprio in quell’edizione del 2001 per sperimentare una maggiore possibilità di scambi e andare incontro al gradimento del grande pubblico. Di quell’innovazione Goran ne avrebbe fatto tesoro e in un meraviglioso mercoledì quattro luglio di un esordiente millennio, compiva il rito con una prestazione assolutamente maiuscola premiata con l’entrata in semifinale a vele spiegate.

Era stato con ritrovata fiducia che venerdì 6 luglio incrociava gli occhi di Tim Henman, tennista britannico di buone maniere, alla sua terza semifinale sull’erba di Church Road. Specialista del serve and volley, Tim aveva tutto ciò che può piacere alla grande comunità britannica: eleganza nei gesti, portamento nobiliare e quel tennis perfetto uscito da una pellicola dei telefoni bianchi. Ma il meteo inglese si sa è bizzoso e allo scoccare della previsione anche il maltempo reclamava la sua parte di disagi spingendo Henman verso insoliti segni di nervosismo! Sotto un cielo minaccioso il tennista di Sua Maestà perdeva il primo 7/5 e vinceva il secondo al tie break ma in sottofondo avvertiva che il match poteva sfuggirgli di mano. Contrariamente al redivivo avversario che invece leggeva nella pioggia un segnale di sacra alleanza. “Si può fare”, aveva pensato tra sé e sé quando il Giudice Arbitro del torneo aveva predisposto per il rinvio al giorno dopo.
Tra un’interruzione e l’altra, anche il sabato non avrebbe concesso che il tempo utile ad assegnare a un Henman ringalluzzito un secco 6/0 in 15 minuti. Quindi di nuovo gli ombrelli e tutto rimandato al giorno dopo. L’indomani , alla ripresa delle ostilità, il difficile equilibrio tra battuta e risposta sembrava avviato a non rompersi mai. Poi, una volta nel tie break, Henman falliva la zampata finale lasciando che Goran carpisse il prezioso parziale. L’inizio del quinto avrebbe trainato al seguito nuova acqua dall’alto e dopo un ennesimo tentativo tutto veniva rinviato al giorno seguente. Per la prima volta, nella storia del prestigioso torneo, la semifinale si sarebbe giocata di domenica e la finale di lunedì. Partendo 3/2 sopra, la domenica Ivanisevic aveva da subito fatto andatura e spinto il punteggio fin sul 7 pari. Un break lo issava a 8/7 sopra e col servizio in canna, il game entrante dava agli inglesi il dispiacere di una sconfitta subita dal pupillo di casa all’interno delle Doherty Gates. Fuori di sé dalla gioia,il fresco finalista volava verso la sua quarta finale di Wimbledon alla veneranda età di trenta primavere. Una delle storie più belle del tennis e dello sport intero.


foto Ray Giubilo

Trasfigurato dalla felicità, indicava con insistenza papà Srdan. In quella dedica, c’era tutto l’affetto per un uomo che un giorno non lontano, aveva venduto le mura di casa per consentire al figlio di studiare da grande campione . Un uomo che in quella domenica di luglio 2001 aveva disatteso il parere dei medici che lo volevano lontano dalle forti emozioni. Troppo poco per non essere presente a quel match fantastico appena andato in onda.
Sempre accanto al figlio, fin dagli esordi, papà Srdan era stato sicuramente la persona più importante nella sua carriera. Il piccolo Goran poteva avere una manciata d’anni, o poco più, quando un sabato primaverile dei secondi anni ‘80 , l’affabile genitore, l’aveva lasciato scorrazzare per il ridente Tenis Klub Split, cinque campi in terra battuta piazzati sul lungomare della capitale, appena rasenti la Baia di Firule. ” Vado a giocare il solito
doppietto”, aveva detto all’imberbe creatura con fare pacato, “tu intanto prova a tirare quattro colpi con qualcuno”.
Gira che ti rigira, il tenebroso neofita non aveva trovato che anime accoppiate e aveva finito per avere la peggio scambiando dritti e rovesci contro un muro tristemente solitario ma testardo quanto un mulo. Un paio d’ore, e di ritorno dagli spogliatoi, l’affabile genitore era incappato in quel figlio imbestialito che, sguardo a terra capelli all’aria, stringeva tra le mani i resti di una racchetta un tempo stata bell’e sana. Il campione in pectore di lingua croata giochicchiava appena ma come frantumatore di attrezzi era già un asso.
Chi avrebbe mai detto a quel sognatore tutto pepe che al giro del nuovo millennio sarebbe toccato ancora a lui varcare per la quarta volta il sacro tunnell che dagli spogliatoi conduce al Centrale più Centrale al mondo? A ricordaglielo, quel lunedì 9 luglio 2001, sarebbe stato Patrick Rafter, australiano del Queensland, numero tre del ranking, già finalista l’anno prima. Stipati tra il pubblico australiani e croati intonavano cori nazional popolari. C’erano anche tanti inglesi, affascinati da quella storia incredibile ancora tutta da scoprire. E da quell’atmosfera tanto particolare veniva
fuori una finale all’altezza delle aspettative.

Con un tennis segnato dal serve and volley, Goran faceva suo il primo parziale con un secco 6/3, cedeva quello dopo con identico punteggio e volgeva il terzo ancora a suo favore. Nel quarto, il flow della partita prendeva la via dell’australiano che, praticando un attacco cristallino degno dei suoi avi, chiudeva il quarto con un 6/2 senza macchia. Marcando i ruoli di battuta e risposta, il quinto sarebbe stato tutto un tira e molla fin sul 7 pari. Qui Goran pensava di esaltare il rimando oltre misura guadagnando un break che valeva oro. 8/7 servizio in canna, sembrava fatta ma l’emozione, si sa, gioca brutti scherzi e per qualche punto il ritmo degli ace avrebbe fatto il paio con quello dei doppi falli. Quando sul terzo match point Rafter non riusciva a ricacciare il ritorno al di là della rete, un incredulo Goran portava le mani al volto e scoppiava in un pianto liberatorio. Dopodiché l’apoteosi!

Quando l’indomani il comandante del Falcon aveva dato l’ok all’apertura del portellone anteriore, un Goran appagato prendeva a farsi gentilmente largo tra due ali di fedelissimi con i quali aveva tradotto il sogno in realtà. Quando la sagoma metteva un primo piede sulla scaletta di sbarco il vocio iniziale saliva di colpo a boato e mani al cielo l’eroe di casa alzava l’agognato trofeo in segno di trionfo.
Come sempre accade in questi casi, ai piedi del velivolo una sfilza di dignitari impettiti si era schierata per omaggiare l’eroe croato che al quarto assalto aveva espugnato il torneo di Wimbledon. Subito dopo, un Goran disincantato veniva imbarcato su di una nave destinata al porto della capitale. Ad attenderlo, non meno di 100.000 anime festanti s’erano radunate, una accanto all’altra, per osannare il ritorno dell’eroe alle sue origini e gioire di un’impresa che premiava il vincitore e riempiva di orgoglio un intero popolo croato.