Matteo e le sagge parole sul coraggio di dimenticare, come ci spiega il “nostro” Ludwig Monti

“Il mio problema è che ricordo proprio tutto. Tutti gli scambi, tutti i punti chiave dei match che ho giocato… Qualche volta bisogna avere il coraggio di dimenticare”. Parole di grande sapienza pronunciate in questi giorni entusiasmanti e sorprendenti per il tennis italiano in terra di Francia. Da chi? Ma ovviamente dal più filosofo tra i nostri tre moschettieri che oggi scenderanno in campo, Matteo Berrettini. Proprio lui, “the Hammer”, “il martello”, sa fare buon uso anche del fioretto dialettico. Dopo tutti gli infortuni e le difficoltà che ha attraversato, dopo i duri scoraggiamenti esistenziali che ha dovuto fronteggiare, lui che si è tatuato sul braccio in latino il corrispondente italiano di “un giorno questo dolore ti sarà utile”, nel mezzo dell’ennesima risurrezione sportiva, ha parlato di una virtù spesso sottovalutata: la dimenticanza.
Certo, sappiamo bene come la grande tradizione spirituale, cristiana e non, abbia messo in rilievo l’importanza del ricordo, della memoria, del guardare ai passi percorsi per poter procedere in modo consapevole verso il futuro. È l’arte della vigilanza, mai abbastanza ribadita. O anche del socratico conoscere se stessi.
Ma per vivere nel presente talvolta occorre il coraggio di dimenticare, di non rimuginare, di smetterla di tormentarsi. È quello che ci ha insegnato anche Gesù di Nazaret quando, in riferimento al giorno del giudizio finale – più quotidiano di quanto si creda, visto che quel momento potrebbe
arrivare proprio adesso –, ha affermato: “In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle. E chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot”. Cosa avvenne alla moglie di Lot? Il libro della Genesi ci racconta che, mentre insieme ai familiari fuggiva dalla città di Sodoma in fiamme, guardò indietro e divenne una statua di sale. Aveva infatti disobbedito al comando dell’angelo: “Non guardare indietro e non fermarti!”.
Sì, talvolta occorre guardare con decisione solo avanti, ricorrendo alla salvifica capacità di dimenticare, soprattutto se stessi. Non facile, ma necessario dimenticarsi. Perché? Ce lo insegna Gesù subito dopo: “Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la
manterrà viva”. Grande paradosso: perdersi, spesso è ritrovarsi, in modi del tutto imprevedibili. Cosa ne verrà? Non lo sappiamo. Intanto, colpiamo la pallina come se fosse la prima volta, pur con l’esperienza accumulata negli anni. Respiriamo nell’esteso spazio della vita, più grande dei nostri provvisori fallimenti (o piccoli trionfi). Viviamo qui e ora. Restiamo qui.
Chissà, forse allora potremo risalire dai nostri inferi, senza sapere esattamente come. E alla luce del sole, intonare con la nostra lira un nuovo canto, fermandoci a riabbracciare Euridice. Orfeo non poté farlo. Noi, magari sporchi di terra rossa e accaldati, potremo riuscirci. A patto di dimenticare noi stessi. Perché “un giorno” è oggi.

