Il nativo di Villa Gesell ha ammesso tutta la sua stanchezza dopo le tante battaglie nel torneo

ROMA – Quel dritto scagliato in rete deve essergli sembrato una liberazione, dopo 65 minuti di agonia agonistica. Luciano Darderi è uscito di scena in semifinale in maniera poco gloriosa, soverchiato tennisticamente da Ruud, troppo più fresco di energie rispetto al nostro, che ha concluso la maratona dei quarti di finale contro Jodar alle ore piccole di ieri mattina, ma resta uno dei grandi protagonisti di questa edizione degli Internazionali. «Ero stanchissimo, non sono riuscito a recuperare – le parole di Darderi – bravo Casper, magari mi avrebbe battuto in ogni caso, però io non avevo più benzina. Speravo che con il passare del tempo la situazione potesse migliorare e invece no». Verso la fine del match, qualcuno ha gridato dalla tribuna, “abbiamo pagato…”, come se la follia che regola i prezzi del tennis moderno fosse colpa di Darderi, ma la maggior parte degli spettatori ha provato fino alla fine a spingere Luciano. «Mi dispiace per la gente, chiedo scusa ai miei tifosi. Ho lottato per tutto il torneo, ci ho provato anche oggi, ma non ce la facevo proprio. Questo è stato il torneo più bello della mia carriera, mi godo il risultato, alla vigilia non avrei mai pensato di poter arrivare alle semifinali. Il ricordo più forte? La battaglia contro Jodar, quella vittoria alle due del mattino non la scorderò mai».
Salito al 16° posto del ranking, suo nuovo record (lo minaccia solo Ruud, che per scavalcarlo però dovrebbe vincere la finale…) il ragazzo di Villa Gesell, provincia di Buenos Aires, arrivato a 10 anni in Italia, la patria del nonno, può guardare con rinnovate speranze al Roland Garros, dove non ha mai passato il secondo turno. «Ho dimostrato di poter competere ad alti livelli in un torneo importante, a Parigi arrivo con tanta fiducia. So di dover migliorare ma il percorso è quello giusto». La fine della splendida avventura romana merita un paio di dediche. «A mia nonna Elisa, che mi è stata sempre vicina e che sognava di vedermi diventare un tennista professionista. Chissà se, da qualche parte, avrà visto le mie partite… E poi ringrazio mio padre Gino, che mi ha reso il giocatore e l’uomo che sono diventato».

