Il tennista romano vive un momento difficile ma si auspica una reazione il prima possibile.

Foto di Ray Giubilo

“Non ho sfruttato l’energia del pubblico!” Queste le parole riassuntive  di Matteo Berrettini a margine della netta sconfitta subita ieri al Foro Italico per mano di Alex Popyrin,  dinoccolato australiano dal  fare apparentemente sornione di fatto sveglio  come un felino in agguato.  Parole, quelle dell’italiano, che trasudano profonda frustrazione per non aver corrisposto ,ancora una volta, alle aspettative del pubblico di casa. Come non comprendere,  dunque, il sottile malessere che deve averlo attraversato in uscita anzitempo dalla scena romana.

Tuttavia, se la parte emotiva del torneo capitolino si ferma alla crosta dei fatti,  quella più introspettiva si chiede perché , al di là degli acciacchi fisici che l’anno martoriato, Matteo Berrettini non abbia pensato di perseverare  nell’evoluzione tecnico-tattica che qualche anno fa l’aveva portato tra i primi giocatori del mondo e che a un certo punto sembra essersi bloccata. Il tennis degli ultimi tempi è ulteriormente cambiato e oggi un divario troppo ampio tra dritto e rovescio non porta da nessuna parte seppure alleviato da un poderoso servizio.

Per tentare di recuperare competitività,  al Berrettini dei giorni nostri servirebbe un rovescio in top spin più pesante da utilizzare in tenuta e in uscita dalla diagonale. Aggiunto,  alla versione slice già largamente usata nei cambi di ritmo, darebbe al buon Matteo nuova solidità da fondo. Una piccola cosa che sommata a una migliore mobilità farebbe di lui un giocatore nuovamente competitivo. Insomma perché non riavviare quella fase evolutiva di cui ogni giocatore non dovrebbe mai farne a meno? Per farlo non occorrono pugnetti al petto ripetuti alla noia  né vamos triti e ritriti frullati per l’aria . Molto meglio andare sul concreto e brigare con sapienza lí dove carenze lampanti impediscono a questo giovane trentenne di potersi esprimere come sarebbe giusto.