da Montreal, Vanni Gibertini - 16 giugno 2019

Roberto Brogin e il miracolo canadese

Ha girato il mondo seguendo tanti professionisti: partito dai più piccoli tornei Futures, ora è diventato Head National Coach di Tennis Canada ed è tra gli artefici del miracolo canadese che punta a dominare il tennis del prossimo futuro. E la stella più luminosa è Felix Auger-Aliassime, che oggi affronterà Matteo Berrettini nella finale dell'ATP di Stoccarda

Chiunque abbia inseguito un sogno nella sua vita professionale ed è riuscito a realizzarlo, ben difficilmente sapeva dal principio quale sarebbe stata la via che lo avrebbe condotto fin lì. Ci sono imprevisti, probabilità, a volte “probabilità impreviste” che rendono il percorso ignoto e, anche per questo, affascinante. Anche per chi lavora nel tennis, dove esistono freddi numeri che quantificano quasi tutto (ranking, titoli, guadagni), a volte succede di prendere una strada inattesa e di trovarsi in una realtà lontanissima da quella immaginata ma non certo meno stimolante e soddisfacente. Quando una dozzina di anni fa, Roberto Brogin, coach milanese con una bella sfilza di collaborazioni importanti all’attivo (Marat Safin, Panadorn Srichaphan, i doppisti Erlich e Ram, Li Na) in oltre dieci anni di militanza nel tour, venne approcciato da Daniel Nestor per lavorare a un progetto a lungo termine con Tennis Canada, non avrebbe mai pensato che la terra della foglia d’acero avrebbe rappresentato una svolta per la sua vita professionale, fino a diventare la patria d’adozione per lui e la sua famiglia. «Nel 2005 lavoravo per la Federazione cinese insieme all’australiano Sandon Stolle (ex top 50). In squadra avevamo Li Na (top 20), Zheng Jie (top 30) e Yan Zi (top 50). Fu un’esperienza lavorativa di alto livello e piena di successi. Durante il Roland Garros 2007, in un momento di relax nel ristorante dei giocatori, cominciai a parlare con Daniel Nestor, icona del tennis canadese: mi disse che Tennis Canada stava per aprire il suo primo centro tecnico federale a Montreal e se ero interessato a un eventuale collaborazione. Dopo molti anni sui circuiti ATP e WTA, avevo il desiderio di creare una famiglia e lavorare in maniera più stabile con giocatori juniores. Fui invitato da Louis Borfiga, l’attuale direttore del settore tecnico, a Montreal e mi spiegò il progetto. In serata mi chiamò Michael Downey, presidente di Tennis Canada, e due settimane dopo facevo parte del team. Eravamo tre coach e un preparatore atletico, con l’ambizione di creare un sistema che portasse a costruire un tennista nei primi 100 ATP o WTA». La prima volta che ho incontrato Roberto è stato nel 2010, dopo un allenamento al Centro Tecnico di Parc Jarry, dove Tennis Canada ha i suoi uffici a Montreal, a fianco dell’impianto che ogni anno ospita la Rogers Cup. Allora la sua avventura era appena agli inizi e gli piaceva molto l’approccio di lungo periodo adottato dalla dirigenza canadese: «Ci sono degli obiettivi a 10 anni e i conti si faranno solo alla fine di questo periodo – mi disse -. Questo ci permette di lavorare con tranquillità e senza enormi pressioni». L’abbiamo incontrato nuovamente, con i conti che sono già tornati.

Qual è il segreto che ha permesso al tennis canadese di costruire così tanti giovani campioni?
Non ci sono segreti, ma solo scelte coraggiose, una grossa macchina organizzativa e tanta ambizione da parte di tutti gli addetti ai lavori. Il Board of Directors di Tennis Canada ascolta le esigenze di noi tecnici e cerca sempre di sostenerci sotto tutti i punti di vista. Poi ci sono i centri Nazionali: nel 2007 abbiamo cominciato a Montreal, adesso ci sono anche quelli di Toronto, Calgary e Vancouver. Praticamente copriamo tutto il paese e cerchiamo di raggruppare i ragazzi dagli under 12 ai professionisti. Inoltre, abbiamo creato dei camp per gli under 10 in modo da selezionare potenziali atleti.

I progetti sono fondamentali ma resta comunque un risultato straordinario.
Nel 2005, il Board decise di aprire un centro tecnico nazionale mettendo sul tavolo risorse importanti senza sapere se tale investimento avrebbe prodotto un esito positivo. Dopo dodici anni di lavoro questo comitato, costituito da due individui per ogni provincia, ha avuto ragione. Inizialmente eravamo tre allenatori: un francese, un peruviano e io. Dopo i primi risultati positivi di Raonic e Bouchard, il movimento iniziò a dare i suoi frutti e molti cominciarono a giocare a tennis, i media a interessarsi a questo sport, prima sempre sottomesso a Sua Maestà, l’hockey su ghiaccio. Arrivarono altri allenatori perché il bacino di atleti diventava più importante, e professionisti da tutto il mondo. Penso che una chiave importante sia stata studiare il movimento tennis e creare un iter del sistema dai bambini under 10 fino ai giocatori pro, includendo anche quelli di college che vengono sempre seguiti da Tennis Canada, come è stato per Brayden Schnur, recente finalista al torneo ATP di New York. Ultima cosa da menzionare, ma non meno importante, è la multiculturalità degli allenatori, che è stata fondamentale per portare il tennis canadese a livelli assoluti.

Quali sono le principali differenza con il sistema italiano?
Praticamente non esiste il settore privato per l’attività professionistica che invece in Italia, e in diversi altri paesi europei, producono tanti giocatori di alto livello. Qui invece le scuole tennis sono più orientate all’avviamento e alla promozione del tennis.

E a livello di attività?
La Rogers Cup, particolarmente importanti sono i campionati nazionali perché da questi vengono definite le squadre per i tour in Europa e la Junior Davis Cup e Junior Fed Cup.

Quali ruoli hai ricoperto in questi anni a Tennis Canada?
Ho fatto parte di questa stupenda avventura fin dal principio, quindi nell’agosto del 2007: a quell’epoca Guillaume Marx [attualmente uno dei due coach di Felix Auger Aliassime] gestiva la crescita di quattro giocatori mentre io ero alla guida di altrettanti giocatrici. Avevamo un piccolo ufficio, strutture molto spartane ma gli obiettivi erano ambiziosi. Nel 2008 arrivò al centro Eugenie Bouchard, i cui genitori decisero di tornare a Montreal dopo aver passato un periodo in Florida. Mi venne affidata e fu un bel periodo, pieno di lavoro e successi nei tornei juniores. Negli anni a seguire ho sempre allenato gruppi di giocatrici che venivano selezionate per il centro tecnico.

Poi il trasferimento a Vancouver.
Nel 2015 Louis Borfiga mi propose di spostarmi a Vancouver per dirigere il nuovo centro tecnico creato nella parte ovest del paese. Attualmente lavoro ancora qui dove, insieme ad altri due coach e un preparatore atletico, alleniamo un gruppo di venti giocatori e giocatrici dai 12 ai 17 anni. Abbiamo degli ottimi prospetti under 12 e 14. La nostra missione è quella di allenare chi può diventare un tennista professionista e, insieme, crescere futuri leader della società.

All’inizio del tuo periodo al Centro Tecnico di Montreal, hai quindi seguito molto da vicino Eugenie Bouchard: cosa le manca per tornare a ottenere i risultati del 2014, quando arrivò in finale a Wimbledon?
Ho allenato Genie per quasi due anni da juniores e sono tornato con lei part-time due anni fa per un breve periodo, insieme a Thomas Hogstedt. Genie è una grande professionista, una giocatrice che tutti i coach vorrebbero allenare. Il 2014 è stato un anno incredibile; poi si è messa addosso una pressione incredibile, senza riuscire a gestirla nel migliore dei modi. Due anni fa era vicina a tornare su buoni livelli: dopo aver perso male al primo turno a Istanbul, lavorammo molto bene e la settimana dopo fece un gran torneo a Madrid, dove vinse contro Cornet, Sharapova e Kerber prima di perdere dalla Kuznetsova. Dopo aver vinto il suo primo turno a Parigi, un infortunio la fermò ancora una volta. Difficile dire se Genie riuscirà a tornare a giocare da top 10.

E di Bianca Andreescu cosa ci puoi dire?
È arrivata al centro tecnico di Toronto all’età di 11 anni. Ricordo che nel suo gruppo di allenamento non era la più talentuosa, tecnicamente parlando. Però era molto competitiva questo le permetteva di vincere anche contro ragazze più dotate. Una qualità che ha mantenuto ancora adesso: non molla mai un punto! Il suo gioco propone degli spunti tecnici innovativi per il circuito WTA perché varia molto il dritto e viene spesso a giocare al volo. Ha un’ottima mano che le consente di sfruttare i drop shot, anche in momenti delicati della partita. La sua esplosività è ottimale, ma è comunque la grinta che la rende una giocatrice da top 10, dove penso possa ritrovarsi già alla fine di quest’anno.

Tennis a parte, com’è vivere in Canada?
Ogni mattina non posso far altro che ringraziare questo grande paese. Mi ha fatto crescere come individuo, non mi sono mai sentito uno straniero, mi ha reso ancor più ambizioso nella mia professione e mi ha regalato due bellissimi figli, Emanuel di 10 anni e Noah di 8. E devo ringraziare anche mia moglie Maria Elena per tutto il supporto che mi ha dato e che spero continuerà a darmi negli anni a venire.

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