Vibrazioni positive: come incidono sulla resa di un telaio

La scelta di una racchetta avviene in modo molto meno istintivo di quanto si pensi. Oltre ad elementi misurabili ce ne sono altri, come la frequenza di vibrazione che possono farci preferire un attrezzo ad un altro anche se apparentemente identici

Foto Ray Giubilo

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Per lungo tempo, la scelta dell’attrezzo con cui scendere in campo è stata guidata da elementi legati alla percezione, da quella che si aveva impugnando la racchetta a quella trasmessa in fase di impatto con la palla, ma anche - e non meno influente - quella derivante dal colore e dall’estetica.

In verità, ci sono numerosi elementi di tipo geometrico e fisico che influiscono sulla risposta della racchetta in campo, ma mentre alcuni sono facilmente individuabili, per rilevarne altri è necessario ricorrere all’utilizzo di strumenti sofisticati.

Per i primi mi riferisco per esempio alla forma del telaio e all’ovale, allo spessore e ai profili delle sezioni, allo schema corde, ai grommet. L’esperienza di campo ci insegna che ce ne sono poi altri impalpabili e sottili, che ci fanno preferire un attrezzo ad un altro anche se in teoria perfettamente uguali.

Da tecnici, la prima domanda che ci dobbiamo porre è se esiste qualcosa di misurabile che può determinare una differente resa in termini di comportamento, escludendo i parametri fisici di peso (W-g), bilanciamento (bal-mm), momenti di inerzia (SwW-SpW-TwW-RcWkgcmq), polarizzazione (pol. index), e rigidezza statica (RA-kg/mm) del fusto. Se sì, quali sono gli elementi da considerare? Se no, le sensazioni si devono esclusivamente a motivazioni di tipo psicologico?

Probabilmente la componente fisica e mentale convivono, quindi il nostro approccio al problema prenderà in esame elementi misurabili e altri non quantificabili, legati alla sfera mentale. Partiamo dai dati fisici che io amo definire di “II livello”, ovvero quelli che coinvolgono una conoscenza approfondita dell’attrezzo poiché legati a misure.

Il primo è la rigidezza dinamica del telaio, vale a dire la rigidezza misurata in campo, dedotta dalla frequenza di vibrazione propria della racchetta quando impatta la palla, a differenza di quella statica che viene rilevata da una macchina che misura la deformabilità del fusto sottoponendolo a flessione.

Proviamo ad immaginare la nostra racchetta come un diapason (lo strumento che si usa in ambito musicale per accordare gli strumenti, ndr). Ogni volta che colpiamo una palla, la racchetta vibra fra le nostre mani secondo una frequenza che gli è propria, flette come un’asta vincolata liberamente, trasmettendo al nostro corpo attraverso la mano, il polso e il braccio delle onde che ci attraversano e ci “parlano”, usando un linguaggio che ci comunica in modo inconscio delle informazioni. Bene, dalla frequenza di vibrazione possiamo ricavare informazioni che il nostro cervello decodifica, dato che l’energia sviluppata attraverso lo shock ci trasmette una sensazione di maggiore o minore nervosità, con relative implicazioni in termini di protezione delle articolazioni che variano da soggetto a soggetto in base alla propria fisicità ed alle frequenze proprie di risonanza.

Allo stesso tempo la maniera di vibrare ci trasmette sotto forma di “treno di onde” informazioni riguardanti la rigidezza percepita del telaio: maggiore è la frequenza, misurabile in Hertz (cicli per secondo), tanto più acuto il suono-vibrazione, tanto più la racchetta verrà avvertita come rigida in campo.

In termini pratici insomma, quello che percepiamo è la maniera in cui il telaio vibra, ci attraversa e suona nelle nostre mani (ovviamente in combinazione con le corde), determinando la sensazione di elastico (vibrazione lenta a bassa frequenza che equivale a un suono cupo), oppure la sensazione di rigido (vibrazione veloce ad alta frequenza che ci scuote, percepita come suono acuto).

E’ possibile trovare una correlazione fra valori statici e dinamici di rigidezza, anche se esistono delle eccezioni legate all’utilizzo di materiali, prevalentemente poliammidici e termoplastici, che possono avere un comportamento camaleontico, morbido a bassi regimi e rigido ad alti regimi, come nel caso della storica Dunlop Max200G o della moderna Wilson Clash.

A molti di noi sarà capitato di percepire come rigido un telaio nominalmente elastico perché di basso RA, oppure come elastico un telaio staticamente rigido, e la motivazione è da ricercare nella frequenza vibrante caratteristica del telaio, ovvero nella rigidezza dinamica. Teniamo presente che le frequenze che consideriamo parlando di telai da tennis vanno dai 100Hz ai 200Hz, mentre parlando di corde le frequenze che possiamo rilevare, dipendenti da materiale, calibro e tensione, possono andare dai 400 ai 700Hz. Questi treni di onde si fondono e mescolano all’impatto creando quel mix unico e caratteristico che ci consente di farci “sentire a casa” in termini di feeling, regalandoci una sensazione conosciuta ed apprezzata quando utilizziamo la nostra racchetta, con la nostra corda alla giusta tensione.

Questi elementi che possono apparire fantascientifici erano già noti negli anni ‘80. Il progetto dei telai della serie “Resonantz” a firma del padre delle racchette “profile”, Siegfrid “Siggy” Kuebler, ebbe origine dal concetto di massimizzazione della potenza dell’attrezzo per mezzo dell’incremento della rigidezza dinamica del fusto, che veniva progettato per vibrare a 200-250hz. Parlando di rigidezze, di flessione e feeling all’impatto, un altro elemento da considerare è il punto o i punti di flessione, detti “flexpoint”, che condizionano come la rigidezza si articola nei vari segmenti del telaio.

Il valore dichiarato dalle case, misurato secondo lo standard stabilito dal Babolat RDC (prima macchina diagnostica mai messa in produzione facendo flettere la racchetta su di un perno posto a 32,5 cm dalla testa), non prende in considerazione come flette il telaio nelle nostre mani, ovvero non ci dice dove flette, ma esclusivamente il valore di flessione sulla parte medio-alta degli steli. La differenza potrebbe sembrare sottile ma in realtà questo elemento può cambiare completamente la risposta del telaio sul campo da tennis.

E’ possibile infatti che due racchette con il medesimo valore di rigidezza statica (RA) abbiano in campo una risposta differente a causa di una differente distribuzione dei punti di flessione ed è questo il motivo per cui, racchette con il medesimo piatto corde, il medesimo schema di incordatura, drilling, peso, bilanciamento, inerzia e rigidezza statica, contro ogni aspettativa possono giocare in maniera differente e restituire un feeling diverso. Il posizionamento dei flexpoint lungo il fusto modifica dunque la sensazione di giocabilità in campo dando un sapore unico alla racchetta.

La distribuzione delle rigidezze flessionali può essere determinata da vari elementi quali la rigidezza e natura del materiale utilizzato, la distribuzione dei compositi lungo lo sviluppo, la foggia delle sezioni e le caratteristiche geometriche delle varie parti, ma anche il posizionamento e la tipologia dei rinforzi (kevlar-carbonio-fibra di vetro) come pure la presenza di elementi antivibranti o il riempimento con materiali polimerici o poliuretanici espansivi, dato che questi possono modificare come il telaio flette e come le vibrazioni attraversano la struttura.

Ne consegue una spiegazione logica a fenomeni apparentemente incomprensibili. Questione di feeling dunque, ma non solo!


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