Sebastian Korda e la rivincita dei figli d’arte

Nel tennis sono stati pochissimi i giocatori figli di ex top-100 ad aver raggiunto gli stessi risultati dei padri, ma il trend si sta invertendo. Merito di Sebastian Korda, che stanotte si gioca un posto in semifinale a Miami, ma anche di Casper Ruud o di Maria Sakkari che a Miami è già in semifinale. Avere in casa degli ex giocatori che conoscono la mentalità e sanno come investire può diventare determinante

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Foto Ray Giubilo

Il tennis non è mai stato lo sport dei figli d’arte, ma la situazione sta lentamente cambiando. Il volto della rivoluzione ha i lineamenti di Sebastian Korda, l’ultimo capace di iscriversi al ristretto club dei giocatori capaci di rievocare almeno in parte i successi di papà. Il suo è Petr Korda, ex numero 2 del mondo e vincitore dell’Australian Open nel 1998, e anche se per il giovane quel titolo è ancora utopia (ma se l’è preso fra gli juniores: un buon inizio) i suoi risultati si fanno sempre più interessanti. Nel suo ultimo Slam, lo scorso Roland Garros, è arrivato agli ottavi; a gennaio si è preso la finale a Delray Beach e l’ingresso fra i primi 100 del ranking; mentre a Miami ha già inanellato quattro vittorie che l’hanno condotto ai quarti. Preziosissime le ultime due, contro Fabio Fognini (il suo primo top-20) e ancor di più quell’Aslan Karatsev che pareva imbattibile per chiunque non si chiamasse Djokovic o Thiem. Invece Korda gli ha lasciato tre game in un’ora e spiccioli, e ha completato un poker statunitense agli ottavi che in Florida mancava dal 2004, quando a Key Biscayne toccò ad Andre Agassi, Todd Martin, Andy Roddick e Vince Spadea.

Quello di Korda junior, che in Florida ci è nato, cresciuto e si allena (tutto a Bradenton), è un caso di figlio d’arte doppio: da parte di papà ma anche di mamma, quella Regina Rajchrtová – Kordova dopo le nozze – che nel 1991 è stata numero 26 WTA, con due ottavi a Flushing Meadows come miglior risultato in carriera. Geni che giustificano la sua rapida ascesa, che ha portato a sette il numero di figli d’arte capaci di entrare fra i top-100 ATP dall’arrivo del ranking computerizzato, datato 1973. Prima di lui erano stati appena sei in quasi cinquant’anni, ultimo Casper Ruud, che nel 2020 ha superato il best ranking (e il record nazionale norvegese) di papà Christian, numero 39 ATP venticinque anni prima.

foto Ray Giubilo

Tornando indietro nel tempo, invece, ci sono i casi del francese Edouard Roger-Vasselin (ex n.35 e vincitore del Roland Garros in doppio), figlio di quel Christophe che nell’83 arrivò a sorpresa in semifinale a Parigi, e di due degli infortunati cronici del recente passato: lo svedese Joachim “Pim Pim” Johansson e lo statunitense Taylor Dent. Il primo, è stato numero 9 al mondo, meglio di papà Leif (51), mentre il secondo ha chiuso la carriera nel 2010 – ad appena 29 anni – con un best ranking al numero 21, quattro posizioni più indietro rispetto a papà Phil, e con una finale all’Australian Open (e un titolo in doppio) in meno. Più datato il caso degli australiani Stolle, con papà Fred che vinse due Slam in singolare e dieci in doppio a metà Anni ’60, mentre il figlio Sandon è stato numero 50 in singolare e numero 2 in doppio (con un titolo allo Us Open), e quello degli indiani Krishnan. Il padre Ramanathan è stato numero 6 quando il ranking veniva compilato a mano dal mitico giornalista inglese Lance Tingay, mentre il figlio Ramesh è arrivato al n.23, vincendo otto titoli ATP e conquistando per tre volte i quarti di finale in un torneo del Grande Slam.

È un figlio d’arte anche Taylor Fritz, ma da parte di mamma Kathy May, ex numero 10 al mondo con 7 titoli WTA nel palmarès, mentre nel femminile il caso più famoso è quello di Maria Sakkari, figlia di Angeliki Kanellopoulou, numero 43 al mondo nel 1987. La leggenda narra che quest’ultima abbia fatto di tutto per tenere la figlia lontana dalla racchetta, conscia delle tante difficoltà (a fronte di zero garanzie) presenti nella vita di un’aspirante tennista. Nei primi anni di vita le ha sostanzialmente nascosto il suo passato da giocatrice, spingendola a provare la danza e poi il karate, ma la figlia ha comunque scoperto la racchetta ed è stata la sua fortuna, visto che è diventata una delle più forti tenniste greche di tutti i tempi. Sono state delle giocatrici professioniste anche le mamme di Stefanos Tsitsipas e Denis Shapovalov, rispettivamente Julia Salnikova (ex n.190) e Tessa Shapovalova (ex n.301), mentre a casa Zverev il tennista era papà Alexander, buon giocatrice in grado di arrivare al n.175 e disputare un paio di Slam, ma poi superato ampiamente sia dal primogenito Mischa sia dal più giovane Alexander.

Foto Ray Giubilo

Miloslav Mecir junior, invece, ha rinunciato nel 2015 all’obiettivo di ricalcare le orme di papà “Gattone”, lasciando senza mai essere entrato nei primi 150 al mondo, mentre – almeno secondo il ranking ATP – il primo candidato ad aggiungersi alla lista dei sette top-100 come papà è l’ecuadoriano Emilio Gomez, figlio di Andres, due volte campione agli Internazionali d’Italia ma soprattutto vincitore del Roland Garros nel 1990. Emilio (che è anche cugino dei fratelli Lapentti, pure loro ottimi tennisti del passato) è numero 168, con un best ranking al n.143. Ha assaggiato il suo primo Slam lo scorso anno proprio a Parigi, a trent’anni dal titolo di papà, impegnando per cinque set Lorenzo Sonego al primo turno. Per il futuro, da tenere d’occhio lo svedese Leo Borg, figlio del leggendario Bjorn, che dopo un approccio non fortunatissimo fra i “pro” ha vissuto un ottimo inizio di 2021 nel circuito juniores, e nel prossimo week-end esordirà a livello ATP, nelle qualificazioni del nuovo torneo di Marbella.

Stesso discorso per lo statunitense Martin Damm, figlio – e omonimo – del giocatore ceco che nel 1997 arrivò al n.42 ATP: classe 2003 come Borg, Damm sta muovendo i primi passi fra i professionisti, e ha i mezzi per fare tanta strada. In Italia, invece, l’unico figlio d’arte capace di raggiungere certi risultati è Julian Ocleppo, figlio di Gianni, ex davisman e numero 30 del mondo nel 1979. Il 23enne piemontese è fermo da oltre un anno a causa di una lesione al tendine del polso (unita allo stop del circuito per la pandemia), e proprio prima dell’infortunio stava esprimendo il suo miglior tennis, che l’aveva portato a un soffio dai primi 300 al mondo.

In generale, ciò che emerge è che anche il tennis si sta avvicinando agli altri sport, che stanno lentamente diventando una “casta” per figli di ex atleti. Gli esempi sono svariati in qualsiasi disciplina, individuale oppure di squadra. E non deve per forza essere la stessa che ha reso grandi i genitori: solo per citarne alcuni, Joachim Noah (figlio di Jannick) è stato per 15 anni un professionista NBA, Jaden Agassi, primogenito di Andre e Steffi Graf, sta tentando di fare strada nel baseball, mentre la tennista Olga Danilovic è figlia del mitico “Sasa”, pilastro della Virtus Bologna nella prima metà degli Anni ’90. La questione genetica avrà il suo peso, ma è l’avere il sostegno quotidiano di chi ha già attraversato certe tappe, e quindi sa cosa serve e anche dove e come investire, che può diventare determinante. Anche quando c’è di mezzo la racchetta.

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