In difesa dell'indifendibile Fognini

Ha sbagliato tanto, e anche male, in carriera. Ma ha il diritto di essere giudicato per quello che fa, non per quello che ha fatto in passato

foto Ray Giubilo

Si può difendere l’indifendibile? Si può stare dalla parte di Caino? Forse non soltanto si può ma addirittura si deve, se di mezzo c’è la presunzione d’innocenza, e il sospetto che la condanna arrivi per partito preso, basata sul pregresso e non sul presente. Per ‘titoli’, verrebbe da dire, e non per un peccato veramente commesso.

Fabio Fognini di fesserie ne ha fatte tante, in campo, alcune sinceramente pesanti e insopportabili: ha dato dello sporco zingaro a Krajinovic, sibilato insulti irriferibili a una giudice di sedia, l’elenco non è certo completo. E per questo è stato giustamente crocifisso, e ha giustamente pagato, perché comportamenti del genere non sono ammissibili, non sono accettabili su un campo di gioco (non apro il capitolo a parte di ciò che si sente o si sentirebbe su altri campi, o anche su quelli stessi da tennis ma da parte di altri atleti meno ingenui del Fogna).

A 33 anni poi sarebbe tempo di trattenersi comunque, evitando bestemmioni e oscenità varie: non si fa, non va bene, bisogna ribadirlo. Non credo che Fabio sia stato vittima di qualcuno, in questi anni, se non di se stesso, delle sue fragilità che gli fanno chiudere la vena nei momenti di tensione, o quando non si sente all’altezza di se stesso. E’ il primo a riconoscerlo, è il primo a saperlo. A differenza di altri peccatori seriali però è uno che in campo ha sempre dato quello che aveva - tanto o poco - che non si è mai nascosto dietro un conto in banca, o la scusa di avere meglio da fare. Ama il tennis, visceralmente, e il fatto che tanti dei suoi colleghi lo amino, al di là dei suoi innegabili limiti e difetti, qualcosa deve dirci. Credo soprattutto che anche il più seriale dei bad boys abbia diritto a essere giudicato in base a quello che ha fatto, non in base al proprio passato, a colpe ormai già scontate.

La squalifica di Barcellona è apparsa immediatamente esagerata, una pena inadeguata alla colpa, e Fabio ha fatto bene ad appellarsi. Se si troveranno le prove che ha mentito, che ha detto e fatto più di quanto ha dichiarato, vergogna ed esecrazione su di lui. Ma non mi sono mai piaciute le cacce all'uomo, il 'dagli all'untore', le ricerche del capro espiatorio, i tiri al bersaglio per il gusto di tirare e sentirsi migliori. Non condanniamolo a prescindere, per favore, «perché tanto Fognini è sempre lo stesso». Non solo per lui, ma per noi, per proteggere il nostro residuo, vacillante, incerto senso di giustizia.

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