Nuovi formati per il futuro del tennis

Il lungo stop delle competizioni fornisce l’occasione di ridiscutere le regole del gioco e immaginare il tennis del futuro. Per renderlo più coinvolgente e apprezzabile dai giovani, magari prendendo spunto da queste idee-provocazioni

John Isner e Nicholas Mahut posano accanto all’incredibile punteggio del loro match del 2010 a Wimbledon, il più lungo nella storia del tennis, durato tre giorni. Foto Ray Giubilo

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Lo stop forzato che anche il mondo del tennis sta subendo, offre un’occasione di cambiamento irripetibile. Un’occasione per anticipare delle scelte necessarie per mantenere il tennis al passo con i tempi, soprattutto appetibile anche alle generazioni future. Mi riferisco al metter mano a quelle riforme regolamentari di cui si parla da circa vent’anni, ma che non si è mai avuto il coraggio di proporre nel tennis di vertice, se non in maniera marginale.

Risalgono infatti alla fine degli Anni ’90 i primi esperimenti di “no ad” e set “ai 4” in tornei Futures e juniores. Formule riproposte con poca convinzione, anche se quello che all’inizio in Italia veniva chiamato punto secco sul 40 pari, è ormai adottato con continuità nei circuiti Atp e Wta nella specialità del doppio e in alcune competizioni (anche di un certo rilievo) giovanili. Entrambe le opzioni sono tornate poi in auge, addirittura combinate, in occasione delle tre edizioni milanesi delle Next Gen Finals, ottenendo pareri discordanti ma, al tempo stesso, chiarendo in maniera definitiva pregi e difetti delle varie novità. Insomma, il tempo dei test può considerarsi finito.

La recente introduzione dello shot clock è sembrato più un palliativo che una cura. Oggi il tennis è in salute, ma sappiamo come tutto possa cambiare velocemente. Per questo da anni si spinge per lanciare nuovi personaggi, ma non sembra questa la mossa più azzeccata. Se da un lato non si può trasformare in campione chi non lo è, dall’altro il “pompare” troppo chi non è ancora pronto rischia di bruciare promettenti carriere. Il momento è invece propizio per un lifting o, se preferite, per una rivoluzione soft, simile a quella del 2006, anno dell’esordio di Hawk-eye, il Var del tennis.

Atp, Wta, Itf e Gran Slam sono chiamati ad imboccare una strada diversa, il più condivisa possibile, con il preciso scopo di ridurre la durata media dei match, senza snaturarne in nessun modo l’essenza e il fascino. Un compito per nulla semplice, complicato e via via rimandato negli ultimi anni, anche a causa della presenza sulla scena di fuoriclasse che mai avrebbero avallato cambiamenti strutturali nel punteggio. Serve un sistema nel quale tradizione ed innovazione coesistano, senza scandalizzare i puristi, con elasticità nelle formule per attirare un numero sempre maggiore di appassionati, praticanti ed agonisti. Ci sono già passati il volley, con l’abolizione del cambio palla, il basket con il tiro da tre punti e il calcio con il divieto di passaggio indietro al portiere, solo per citare gli esempi più eclatanti. Il neo presidente Atp Gaudenzi, potrà essere il protagonista del cambiamento, anche alla luce della sintonia dimostrata con i vertici Wta. Prendendo spunto, perché no, dalle idee-provocazioni che seguono, di cui rivendico fin da ora il copyright.

Si potrebbero utilizzare questi mesi per riformare e la prossima stagione (olimpica) per rifinire e far digerire i cambiamenti; poi, dal 2022, partirebbe la nuova era del tennis.

Comunque lo si voglia chiamare, no-ad, killer point, deciding point o punto secco, voglio chiarire da subito la mia totale e non negoziabile avversione ad utilizzarlo sul 40 pari. Certo, ridurrebbe drasticamente la durata dei match, ma proprio per questo snaturerebbe in maniera inaccettabile i meccanismi e i principi che rendono il tennis così speciale. Diventerebbe un gioco troppo esposto alla casualità, troppo diverso.

La proposta di introdurre il punto decisivo solo dopo una serie di vantaggi, potrebbe essere la soluzione. In particolare, giocarlo al tredicesimo punto del game, dopo quindi una serie di tre parità. O in alternativa al quindicesimo punto. In questo modo si rispetterebbe il principio fondante del punteggio tennistico, ossia i due punti di vantaggio, senza infliggere a pubblico e giocatori la punizione di quei game-fiume, che finiscono per allungare i tempi e logorare tutti. Aggiungere pathos rispettando la storia? Missione compiuta.

Lo stesso sistema si potrebbe applicare al tie break, inserendo il killer point sul punteggio di 11 pari. Rimane da stabilire a chi spetti l’onere di scegliere il lato da cui giocare questo punto così importante. Si è sempre pensato fosse il ribattitore il prescelto, in quanto sfavorito. In realtà, guardando alla filosofia del nuovo punteggio, il no-ad ibrido potrebbe favorire il fattore caso e quindi tutelare meno il battitore rispetto alla formula abituale. Un tema interessante e da approfondire, anche se poi poter scegliere non è necessariamente un così grande vantaggio. Una volta approvata, ne immagino l’introduzione a tutti i livelli, dalla Coppa Davis ai giovani fino agli amatori, con l’unica piccola controindicazione (nelle partite senza arbitro) di dover contare i punti - parità 1-2-3 - con attenzione.

Lo shot clock ha quasi del tutto eliminato le perdite di tempo eccessive tra un punto e l’altro. Rimane la speranza che venga lasciata ai giudici di sedia la discrezionalità di concedere qualche secondo in più ai giocatori nel caso di scambi particolarmente duri, per non compromettere la qualità del match. Non si arriverà mai a poter applicare questa tecnologia (così come l’occhio di falco) al di fuori del tennis pro, ma a questo non c’è soluzione.

Si potrebbe invece valutare una riduzione dei tempi nei cambi di campo, passando a un 1’ o 1’15’’ anziché il solito, a volte eccessivo, minuto e mezzo. Può sembrare marginale, ma risparmiare trenta secondi ad ogni cambio di campo in una partita di durata media finita 64 64, può voler dire limare circa cinque minuti in totale. Le tv avrebbero meno tempo per lanciare i loro preziosi spot pubblicitari, ma si potrebbe facilmente sopperire con dei mini-spot, magari alla fine del game pari. La somma di shot clock, no-ad ibrido e cambio di campo breve, porterebbe a non disperdere minuti importanti nell’economia di un’intensa giornata di torneo. Eliminando fastidiosi tempi morti e rendendo il gioco più continuo e fluido. Giochi più veloci uguale pause meno lunghe, tutto torna.

Per quanto la formula del set corto nella versione 3 su 5 sia tutt’altro che malvagia, non riesco ad immaginare un titolo importante assegnato con questo format. Anche perché, utilizzata con il no-ad ibrido, non ridurrebbe i tempi di gioco rispetto ad una partita due set su tre classica e sarebbe ovviamente troppo breve se si decidesse di rinunciare alla lunga distanza. Di sicuro avrebbe il vantaggio di eliminare quei momenti interlocutori ad inizio set, spesso non così entusiasmanti, arrivando presto al dunque. Darebbe meno possibilità di recupero ma questo fattore, analizzando meglio, non credo sia un pregio. Se fossi costretto a scegliere, meglio il set breve del no-ad “lotteria”, ma valuterei questa opzione solo per tornei giovanili o comunque non professionistici, magari in doppio ed in competizioni a squadre nazionali.

Una volta inserito il no-ad ibrido, negli Slam la proposta è di abolire il 3 set su 5 in campo maschile durante la prima settimana e di reintrodurlo dagli ottavi in poi anche nel torneo femminile (come accadde agli US Open dal 1975 al 1978). Snellire il programma dell’intensissima prima settimana - ben 224 incontri di singolare tra uomini e donne - aiuterebbe gli organizzatori a programmare meglio l’evento, in particolare a gestire agilmente eventuali ritardi per pioggia. Evitando oltretutto i frequenti buchi di sceneggiatura delle prime giornate sui campi principali, preservando le energie dei protagonisti e garantendo al pubblico, sia dal vivo che in tv, la possibilità di seguire più partite nella stessa giornata.

Dalla domenica centrale in poi (il secondo lunedì per Wimbledon), quando il gioco si fa duro e mancano soltanto 30 incontri a completare lo scarno programma, ecco uomini e donne a battagliare sulla lunga distanza. Aumentando il numero di ore di tennis di qualità, facendo felici i network televisivi e dando più visibilità e prestigio al torneo femminile. Resta da stabilire la gestione dei tie break nei set decisivi. La mancanza di uniformità tra i quattro Slam ha fatto discutere. L’unica certezza è quella di evitare come la peste le maratone ad oltranza che, per quanto spettacolari e talvolta indimenticabili, rischiano di rovinare le fasi finali dei grandi tornei. A loro modo Us Open, Australian Open e Wimbledon hanno provveduto con soluzioni fantasiose ma non prive di logica. Parigi sembra più protetta da questo rischio per la minor incidenza del servizio sulla terra, comunque suggerirei di introdurre il tie break e non più in là del 12 pari nel set decisivo.

In questo caso si tratta più di un ritorno al passato che di una novità. Ripristinare le sfide al meglio dei 5 set nelle finali dei tornei Atp di qualunque categoria. E perché no, proporlo anche a livello Wta. A mio avviso, pagare centinaia di euro o l’abbonamento ad una pay tv rischiando di assistere ad una finale-lampo senza storia, non è corretto e non fa bene a nessuno. Da quando, a cavallo tra il 2006 e il 2007, si è deciso di abolire gli atti conclusivi al meglio dei cinque set, si fa fatica a ricordare finali davvero appassionanti al di fuori degli Slam. Roma 2006 e le Atp Finals del 2007 sono le ultime davvero impresse nella memoria e, non a caso, battaglie di cinque set.

I tornei 1000, anche se di rado possono essere ravvicinati. Basterebbe far giocare i finalisti il martedì o - tabellone permettendo - il mercoledì (come già accade) della settimana successiva per dare il giusto recupero. Curiosamente la finale olimpica, a differenza degli altri turni, si gioca sulla lunga distanza, mentre la sfida per il bronzo due set su tre. Aggiustare certe anomalie, mantenendo la mente aperta, sarebbe utile e doveroso.

Una specialità in crisi che meriterebbe considerazione e dignità. Il no-ad sul 40 pari nacque con il duplice obiettivo di abbreviare le partite e al tempo stesso invogliare i big del singolare a frequentarlo più spesso. Inutile dirvi quale dei due scopi abbia centrato il bersaglio. Il no-ad ibrido, in questo caso potrebbe venire in soccorso quantomeno dell’omogeneità dei format. Troppo “fast” quello dei tornei Atp-Wta, anacronistico e scaccia-singolaristi quello degli Slam. In particolare Wimbledon, ancora legato alla lunga distanza.

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