Tennis e Giochi Olimpici: storia di un idillio durato poco

La valanga di forfait per il Torneo Olimpico di Tokyo, dove nel maschile mancheranno la metà dei top-50, evidenzia come la storia d’amore fra tennis e Olimpiadi sia già al capolinea. Ci sono state un paio di edizioni fortunate, ma le realtà viaggiano su universi differenti e pare non esserci l’intenzione di valorizzare l’evento a Cinque Cerchi. La gloria non basta: senza punti in palio i Giochi sono diventati un peso

Foto Ray Giubilo

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La storia dei Giochi Olimpici moderni racconta che dal 1936 solamente il baseball e il softball sono stati eliminati dal programma, salutando la compagnia dopo l’edizione 2008. Torneranno quest’anno, in seguito alla fusione delle due federazioni in una sola, ma non è questo il punto. Il senso è che andarsene si può: uno scenario estremo (e difficilmente attuabile) che viene in mente osservando il rapporto fra il tennis e la competizione a Cinque Cerchi, ogni settimana più tormentato a suon di forfait. L’entry list del Torneo Olimpico è piena di righe rosse: nel maschile mancano la metà dei primi 50, fra i quali Nadal, Federer e Thiem; mentre nel femminile non voleranno a Tokyo una quindicina delle top-50, comprese Williams e Halep. Un’ecatombe, e non tutti i forfait – o molto pochi – hanno a che vedere con ragioni mediche. I tennisti possono raccontarla come preferiscono, postando sui social foto con la bandiera accompagnate da frasi infarcite di retorica, ma la realtà li sbugiarda dicendo che ai più forti del mondo delle Olimpiadi importa ben poco. Non c’è da scandalizzarsi: è un dato di fatto e va accettato come tale, quindi viene da chiedersi se data la situazione abbia ancora senso giocare un Torneo Olimpico di tennis.

Quello fra tennis e Olimpiadi è sempre stato un rapporto particolare, più triste che felice. Intanto ha una storia relativamente giovane, visto che è mancato dal 1928 al 1988, rientrando a Seoul dopo l’edizione dimostrativa nell’84 a Los Angeles. Da allora il torneo si è sempre giocato, e dopo un inizio così così sembrava aver trovato una sua dimensione di prestigio, raggiungendo l’apice fra 2008 e 2012. A Pechino si giocò nel momento più alto della rivalità fra Nadal e Federer, ossia dopo il primo successo a Wimbledon del maiorchino, che dopo le Olimpiadi diventò per la prima volta numero uno del mondo. Nel 2012, invece, a contribuire al fascino del Giochi fu sufficiente la location, e la possibilità di giocare un secondo torneo di Wimbledon – a colori! – nel giro di poche settimane. In più, all’All England Club vinse Murray, gettando le basi di quanto sarebbe successo sullo stesso Centre Court l’anno seguente.

Ma l’idillio è durato poco. Già nel 2016 a Rio de Janeiro si videro le prime crepe, dovute alla scelta di eliminare dal torneo la distribuzione di punti ATP e WTA, a causa di una serie di dispetti fra i due sindacati e l’ITF. Approfittando dell’incertezza a causa del virus Zika trasmesso da un particolare tipo di zanzare, cinque anni fa molti giocatori sfruttarono la situazione come un assist a cui aggrapparsi per rinunciare al torneo, dribblando le critiche. In Brasile andò bene comunque, ma quei segnali negativi sono stati confermati quest’anno. E non solo a causa di un altro virus.

Magari nel 2024, con la possibilità di giocare sui campi del Roland Garros, le Olimpiadi torneranno ad avere un certo fascino anche per i tennisti, ma da Londra 2012 a oggi l’hanno smarrito completamente. È la prova che i matrimoni forzati non funzionano, perché alla base c’è un’innegabile incompatibilità fra le dinamiche e le abitudini del tennis e quelle dei Giochi. Il tennis è uno sport dalla vocazione estremamente professionistica, nel quale gli appuntamenti più importanti sono i tornei del Grande Slam e il calendario è fittissimo, tanto che quest’anno ci saranno due tornei ATP e due tornei WTA addirittura nella stessa settimana di Tokyo. A differenza di molti altri sport, nel tennis le Olimpiadi non sono l’evento clou, quindi il calendario non è costruito in funzione di quelle. Avviene lo stesso nel ciclismo, con Tour de France, Olimpiadi, Vuelta a Espana e Mondiale concentrati in due mesi, ma non tutti i più forti partecipano a tutte le competizioni, e chi lotta per la maglia gialla al Tour non è (nel 99% dei casi) chi può vincere l’oro a Tokyo. Nel tennis, invece, coloro che lottano per i grandi tornei sono sempre gli stessi e in una situazione simile le Olimpiadi rischiano di diventare un ospite sgradito. O lo sono già diventate.

Specialmente ora che non assegnano né soldi né punti, alle Olimpiadi si gioca solamente per la gloria, concetto che non va d’accordo col tennis, nel quale i campioni sono abituati a guadagnare migliaia e migliaia di dollari con la sola presenza. Come fare per convincerli a giocare? Ripristinare almeno la distribuzione dei punti ATP, e magari ragionare su un calendario leggermente diverso negli anni Olimpici. Difficile, ma forse non impossibile. In assenza di tutto ciò, però, la scelta di chi rinuncia va rispettata.

Essendo atleti professionisti, i tennisti non hanno obblighi nei confronti di nessuno e hanno il diritto di rinunciare all’evento, senza essere tacciati di mancare di rispetto alla bandiera, alla patria e via dicendo. Nel 2021 sono stupidaggini, nel 2021 del tennis pure peggio. Per questo non si meritava certe critiche Jannik Sinner, in particolar modo quelle – fuori luogo – di Corrado Barazzutti. Dopo vent’anni da capitano riempiti di silenzi e frasi fatte, l’ex ct dell’Italia si è scoperto ora un fine pensatore, accusando l’altoatesino di “mortificare la più alta competizione mondiale come valori, alla quale nessun atleta senza problemi fisici rinuncerebbe per niente al mondo”. Tutto molto bello, se non fosse che l’hanno fatto in tantissimi, più o meno forti, e con problemi più o meno credibili. Se mai, Sinner ha sbagliato le tempistiche, ma quella è un’altra storia.

Non si sono lette le stesse critiche per la decisione di saltare le Olimpiadi di Roger Federer, peraltro arrivata una decina di giorni più tardi rispetto a quella di Sinner, così come tante altre (Goffin, Evans, Kerber e Kostyuk solo per citare gli ultimissimi). Durante la conferenza stampa dopo la sconfitta contro Hurkacz a Wimbledon, Roger aveva parlato positivamente della situazione del suo ginocchio, spiegando di non aver avuto alcuna ricaduta durante l’intero processo di recupero. Tuttavia, sette giorni dopo ha spiegato che proprio una ricaduta accusata durante la stagione sull’erba (quando?) lo obbligherà a rinunciare al Torneo Olimpico. Naturale che venga qualche dubbio a chi legge, come qualche dubbio ha avuto Novak Djokovic sulla scelta di partecipare o meno al torneo.

Nella sua ultima intervista, “Nole” aveva dichiarato che la probabilità di vederlo a Tokyo era del 50%. Era più alta in precedenza, poi è calata quando sono state confermate l’assenza del pubblico sugli spalti, determinate restrizioni all’interno del Villaggio Olimpico e altre limitazioni sul numero di persone che ciascun atleta potrà portare con sé. “Ci devo pensare”, aveva detto il campione di Belgrado, con l’aria di chi era più orientato verso il no. Alla fine, il serbo ha sciolto ogni riserva e ha confermato la propria partecipazione. L'assenza di Nole avrebbe dato ulteriori chance a Berrettini, già fra i candidati per una medaglia, ma Djokovic è fra gli iscritti e sarà l'uomo da battere. Pat Cash gli ha consigliato di lasciar stare e concentrare tutte le sue forze sullo Us Open, ma l’ultimo arrivato nel club di 20 Slam vuole lasciare un segno indelebile nei libri di storia. Vincere a Tokyo e poi a New York gli permetterebbe di completare quel Golden Slam mai riuscito nel maschile nemmeno a Rod Laver, ma deve stare attento a non esagerare. L’appuntamento che conta rimane New York, e l’Olimpiade è solo un qualcosa in più, che fa gola ma non è indispensabile. A meno che tu non sia Novak Djokovic e non abbia intenzione di frantumare ogni record.

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