Il padre e allenatore di Flavio ha parlato della situazione attuale del figlio

Metti un mezzogiorno al Roland Garros, per parlare con Stefano Cobolli di quello che sta combinando suo figlio Flavio, e in generale les italiens. Per capire da dove nascono questi exploit:
«Credo che il progresso più importante sia stato sia dal punto di vista tecnico – dice il papà coach – sia dal punto di vista mentale. Flavio è diventato più grande, più maturo e ha lavorato meglio. Negli ultimi due anni ha dimostrato una maggiore disponibilità a lavorare per migliorare. Dal punto di vista tecnico invece ha colmato un po’ tutte le lacune che aveva comunque ancora in parte ci sono, con grandi margini al servizio, nei colpi di taglio, nel gioco a rete, nella risposta. Tantissimi aspetti dove lui era un po’ indietro e riusciva a compensare con altre caratteristiche. Però poi per restare dentro i primi 30, i primi 20 bisogna anche essere allineati dal punto di vista tecnico. Solo con la grinta, la testa, il cuore non si riesce ad andare avanti, quindi è stato molto bravo nell’avere quella disponibilità, e la voglia di migliorare, di non rimanere appagato da una classifica che era già di per sé comunque molto buona».
Flavio ci ha detto che negli spogliatoi si respira un’atmosfera diversa perché senza Sinner, senza Alcaraz, senza Djokovic, tutti sappiamo che si è aperta una porta. Che cosa vi sta trasmettendo, l’adrenalina di questa situazione o l’ansia di sapere che adesso lui è la terza testa di serie più alta rimasta?
«La routine è sempre la stessa, non del primo turno ma addirittura degli allenamenti della settimana precedente. Viviamo con grande consapevolezza i passi in avanti che ha fatto giorno dopo giorno. Poi lo aspetta una partita con il numero 4 del mondo, quindi non mi sembra che il torneo sia poi così aperto come sento dire. Una partita difficilissima che Flavio affronterà penso nel migliore di modi, godendosi al pieno questo campo che è meraviglioso e l’atmosfera che ci sarà»
A Roma, dove era arrivato dopo la finale a Monaco e i quarti a Madrid, c’era stata una delusione: come l’avete superata?
«Flavio aveva lavorato molto bene quindi ero comunque contento, anche se si aveva perso al terzo turno con Tirante. Io vado sempre a vedere i giorni prima del torneo come si allena, come si alimenta, come dorme, come è concentrato. Secondo me aveva fatto bene quindi si è trattato solo una partita sbagliata, nella quale ha subito un po’ il campo e la prima volta sul centrale, che a lui dà emozioni diverse. Ha fatto esperienza, ha capito, e la prossima volta secondo me lo accuserà un po’ meno e farà meglio».
Tanti italiani nella seconda settimana del Roland, quasi una nazionale, composta peraltro da ragazzi che si conoscono da una vita e sono amici. Come la state vivendo?
«Il tennis è uno sport individuale quindi ognuno ha la sua routine, il suo team, le sue abitudini. E’ ovvio che vivendo nello stesso circolo ed essendo loro molto amici e molto legati, si passano più giorni insieme. Ma non c’è uno scambio di idee, non si scende a parlare di quello che potrebbe succedere. Si vive l’emozione di essere in tanti, partiti insieme tanto tempo fa. C’è soddisfazione, un bel convivere quindi l’atmosfera è molto bella. Diciamo che non è la prima volta che vivono un’emozione di questo tipo, l’hanno vissuta in altri tornei, in Coppa Davis, quindi iniziano ad essere abituati. A me quello che piace molto è la fratellanza che c’è tra di loro. Io vivo negli spogliatoi li vedo che scherzano, stanno bene insieme, sono amici».
Come giocatore Flavio sta diventando fortissimo, siamo già all’undicesimo posto in classifica. Ed è sempre molto educato, sorridente, saluta per primo. Come papà e come coach lei è più orgoglioso del suo progresso come giocatore o dell’uomo che ha formato?
«Senza dubbio dell’uomo. Come si comporta nei confronti delle altre persone mi rende molto orgoglioso, vuol dire che dietro c’è stata una famiglia, a partire dai nonni, ai genitori che probabilmente hanno fatto un buon lavoro. Da allenatore invece pretendo tanto, perché può ancora migliorare tanto, quindi non sono ancora appagato».

