Il campione svizzero è a Basilea, la città in cui è nato, per l’annuale appuntamento con lo Swiss Indoors. Una crescita lunga sedici anni vista attraverso il lavoro della Fondazione che prende il suo nome. Obiettivo? Aiutare un milione di bambini entro il 2018. 

Nell'imminenza del torneo di casa, non è semplice raccontare di Roger Federer senza cadere in ripetizione. Si è già detto tutto dei trionfi, dei record, dei riconoscimenti, della fama planetaria conferita esclusivamente a quei campioni che trascendono il proprio sport diventandone, nell’immaginario collettivo, la definizione stessa. Così come Michael Jordan è il basket, Roger Federer è il tennis.

 

Tutto si è detto anche della perfezione cinetica dei suoi colpi. Ormai celebre è a questo riguardo l’articolo di David Foster Wallace sul New York Times – lo si potrebbe definire un lascito, visto il suicidio dello scrittore a poca distanza di tempo – che attribuisce all’esperienza di spettatore della finale di Wimbledon 2006 (vinta da Federer su Rafael Nadal) un’estasi di natura quasi religiosa.

 

Esiste però un ambito della vita di Federer – di una personalità pubblica per cui ogni cosa è misurata in milioni, di premi, di followers, di voci su Google, di scatti fotografici – che riceve inevitabilmente meno enfasi, ma che considera un elemento fondamentale della sua condotta esterna al mondo del tennis: il lavoro della Fondazione che prende il suo nome.

 

Il particolare inquadramento giuridico di questi enti può indurre a pensare che, anche per un atleta, la fondazione sia uno strumento di ottimizzazione fiscale. Per quanto il regime impositivo della Svizzera sia già indulgente rispetto a quello di altri paesi, i numeri che emergono dal bilancio della Fondazione Roger Federer non sono paragonabili al patrimonio di uno sportivo da anni tra i più pagati nelle classifiche di Forbes (nel 2015, unico tennista fra i primi dieci).

 

In realtà, le fondazioni forniscono un importante contributo alla riduzione dell’iniquità economica e di opportunità che separa il nord e il sud del mondo, intesi non solo come luoghi geografici ma anche come modelli di confronto tra sviluppo e arretratezza. L’esempio più conosciuto è quello della Fondazione Bill e Melissa Gates, i cui progetti educativi, sanitari e di lotta alla povertà sono supportati da una dotazione complessiva di 43 miliardi di dollari, che ne fanno la più grande fondazione privata esistente.

 

Seppure su scala molto più ridotta, anche la Fondazione Roger Federer finanzia progetti di educazione. Lo fa concentrandosi sui bambini, dall’età infantile fino ai 12 anni, principalmente nei paesi di lingua inglese del sud dell’Africa: due aspetti del resto molto cari a Federer, lui stesso padre di quattro bambini e con madre di origini sudafricane. Lo fa dando supporto ai centri educativi di prima infanzia, prescolari ed elementari le cui carenze strutturali non consentono un percorso scolastico completo ed efficace, necessario allo sviluppo delle capacità individuali che la Fondazione cerca di massimizzare. Lo fa coinvolgendo partner locali in iniziative di lungo periodo che prevedano una responsabilizzazione diretta di tutti gli attori, in modo che l’intervento non si limiti a una sterile fornitura di materiale ma crei un cambiamento di sistema virtuoso e sostenibile.

Soprattutto, lo fa con l’intento di regalare prospettive migliori alla generazione che dovrebbe essere il futuro, ma che molto spesso non ha un futuro. La visione della Fondazione prende spunto proprio dalle parole di una studentessa di Port Elizabeth, nel Sudafrica, in occasione della visita di Federer: “I am tomorrow’s future”. E i risultati arrivano. In otto anni di operatività, la Fondazione ha aiutato 285 mila bambini, cui se ne sono aggiunti altri 215 mila nel corso del 2015 grazie a 15 progetti attivi in sette paesi (compresa la Svizzera).

 

In qualità di Presidente, Federer è direttamente impegnato nella Fondazione, insieme al team che lo ha sempre affiancato anche nella carriera tennistica: i genitori, la moglie, l’agente. Sul sito si descrive con un gioco di parole in inglese: “It’s nice to be important, but it’s more important to be nice”, forse a sottolineare un’etica basata sul rispetto altrui di implicita derivazione calvinista.

Senza volerne idealizzare la figura, è encomiabile la volontà di uno sportivo della dimensione di Federer di visitare – nonostante la ferrea routine di allenamenti, partite, eventi promozionali, interviste, spostamenti per 100 mila chilometri in dodici mesi di tennis continuo – paesi così distanti dall’ambiente ovattato degli hotel a cinque stelle, del lusso, della ricchezza. Non stupisce nemmeno vederlo a suo agio in compagnia dei bambini del Malawi, che ha visitato per la prima volta a luglio poco dopo la finale di Wimbledon (magari anche per dimenticare la delusione della sconfitta): cantare e ballare, preparare e servire i pasti, assistere alle lezioni, farsi scompigliare i capelli da mani ignare e curiose. Perché la sua spontaneità alla presenza di bambini è nota dai molteplici eventi di beneficenza organizzati dall’ATP o in concomitanza degli Slam, come l’Arthur Ashe Kid’s day agli US Open di New York. Ma, ora che sono più grandi, anche con le figlie gemelle, che ha teneramente abbracciato davanti alle telecamere dopo la vittoria nel torneo di Cincinnati ad agosto.

 

La crescita della Fondazione Roger Federer non sarebbe stata altrettanto solida se non fosse evidentemente coincisa con la maturazione di Federer come persona, passato dagli esordi di ragazzo talentuoso ma fragile e temperamentale ad archetipo di correttezza sportiva, stoicismo, eleganza.

Ha accolto la pressione di numero uno prima e di ambasciatore del tennis poi mostrando sul campo magie d'ispirazione ultraterrena e, sotto altri riflettori, la consapevolezza di sapersi confrontare con Trionfo e Rovina e trattare allo stesso modo questi due Impostori, come esorta la citazione di Kipling che mille volte deve aver letto all’ingresso del centrale di Wimbledon. È diventato uomo completo, marito e padre premuroso, riferimento per chi ne ammira la classe e gioisce senza invidia del suo successo. Mancherà la naturalezza dei suoi gesti quando si ritirerà dal tennis, gesti che sembrano appartenere più a un’epoca da sfogliare in bianco e nero. Fortunatamente, il suo ritiro è un pensiero molto lontano. Nel consueto incontro con i giornalisti all’inizio del torneo, Federer ha riflettuto sul tempo trascorso dalla prima partecipazione del 1998 (in cui perse subito da Agassi – il video del match è disponibile su Youtube per chi volesse apprezzarne la giovinezza), sulla gestione delle aspettative che il pubblico di casa ripone su un beniamino che ha dovuto inevitabilmente condividere con i fan di tutto il mondo perché diventato patrimonio universale, sulla capacità di adattare il proprio gioco migliorandolo con l’età – come succede per il vino delle annate storiche – sul desiderio di continuare senza porre una data di scadenza.

 

La Fondazione Roger Federer ha un obiettivo dichiarato: aiutare, entro il 2018, un milione di bambini a godere di una migliore formazione scolastica. Vista la longevità di un 34enne ancora all’apice del suo entusiasmo per lo sport che lo ha reso icona, non sembra un traguardo irraggiungibile: sarà sicuramente un altro, tra quelli nella vita del campione svizzero, da misurare in milioni.