20 November 2009

Pietrangeli, il predestinato

Nato in Tunisia da padre italiano e madre russa, Nicola Pietrangeli (classe 1933) è stato il più grande tennista italiano di sempre con le sue quattro finali al Foro Italico e i due successi al Roland Garros...

Pietrangeli, il predestinato

di Claudio Calza - Foto Archivio Storico Tennis Italiano

 

I predestinati si riconoscono dalla nascita. Quando qualcuno ha scritto nelle stelle che diventerà un campione, un personaggio, insomma, uno che nella vita farà delle cose importanti, inevitabilmente viene al mondo in modo assolutamente non convenzionale. C’è chi sceglie di nascere da gente umile, in povere case, se non proprio in una mangiatoia, chi invece preferisce, come ha fatto Nicola Pietrangeli, un’origine cosmopolita, di quelle che fanno venire il mal di testa, quando si cerca di mettere insieme tutti gli elementi.

La straordinaria avventura di Nicola Pietrangeli comincia l’11 settembre 1933 (se doveva scegliere una data eclatante, c’è riuscito) in un appartamento del quartiere arabo di Tunisi. Il padre, Giulio, anche se nato in Tunisia, era italiano, figlio di un abruzzese e di una napoletana, emigrati giovanissimi in Nord Africa. La madre invece, Anne De Yorgainge era di padre danese e madre russa.

 

Quando nacque Nicola, la famiglia Pietrangeli forse non era la più ricca di Tunisi, ma non aveva certo il problema di mettere assieme il pranzo con la cena. Monsieur Pietrangeli era un apprezzato imprenditore edile, cui si dovevano molte delle strade cittadine, ma già il nonno era noto per avere introdotto in Tunisia la prima linea ferroviaria.

Voilà! Le premesse del protagonista ci sono tutte. In seguito, Nicola ha poi fatto del suo meglio per dare alla sua vita l’impronta del numero uno. Lui era quello che si usa definire un bambino perbene; biondo, ricciolino, gli occhi color pervinca, sfoggiava un comportamento irreprensibile e rispettoso che gli derivava soprattutto dall’educazione materna, basata più sulla persuasione che sull’imposizione. “Radnaja” lo chiamava la madre, usando una delicata espressione russa che sommariamente può essere tradotta in “carissimo” però inteso con un significato affettuoso e intimo.

 

Il primo sport - o gioco - cui Nicola si appassionò fu il football. Nel cortile del palazzo di Rue Lafayette dove abitava nei primi anni dell’adolescenza, si sfogava a tirare calci al pallone assieme all’amico Pierre Darmon, che sarebbe diventato a sua volta un forte tennista. Le loro vicende sportive, in seguito, si incrociarono spesso e, se Darmon era tecnicamente molto inferiore a Pietrangeli, pure era capace di metterlo spesso in difficoltà grazie a un gioco scorbutico e fastidioso, tanto che nella carriera di Nicola il “complesso Darmon” è stato un tormentone piuttosto ricorrente.

Nel 1943, dopo che Pietrangeli e la sua famiglia sopravvissero miracolosamente a un micidiale bombardamento aereo portato dagli alleati su Tunisi, arrivò l’armistizio e gli italiani vennero chiusi in un campo di concentramento a Marette. Qui, papà Giulio sfruttò il suo mestiere di costruttore per allestire, tra l’altro, alcune strutture per lo svago: un campo di calcio e uno di tennis, sport al quale si era avvicinato, all’età di trentacinque anni, con discreto successo. Nicola, insieme alla madre, andava spesso all’interno del campo a trovare il genitore e qui iniziò, senza troppa convinzione in verità, a impugnare la sua prima racchetta.

 

Alcuni anni più tardi, i Pietrangeli si stabilirono a Roma, dove Nicola cominciò a frequentare il Tc Parioli, ma la sua attenzione si spostava più volentieri verso il vicino campo di calcio della Rondinella, dove si allenava la squadra dei ragazzi della Lazio. Cominciò a intrufolarsi in sordina nell’ambiente e non tardò molto a mettersi in evidenza, tanto che arrivò a indossare la maglia di centravanti titolare.

Alternativamente, più che altro per far piacere al padre, tornava sui campi rossi del Parioli e anche qui l’innata predisposizione per lo sport lo potrò a distinguersi. Se si pensa oggi a quello che è stato Pietrangeli, alla sua perfezione stilistica, alla varietà dei colpi che era in grado di portare e ai risultati straordinari che ha raggiunto, si stenta a credere che sia stato sostanzialmente un autodidatta.

 

Dovendo scegliere tra la nazionalità francese e quella italiana, Pietrangeli optò per quest’ultima, perché ormai egli era non solo il più romano dei tunisini, ma forse il più romano dei romani. Con i suoi pregi e i suoi difetti, cioè la bonarietà, l’allegria e il senso dell’umorismo, ma anche l’indolenza e la pigrizia.

Una delle critiche che gli furono più frequentemente mosse nel corso della carriera era quella di essere molto pigro. “Col talento che si ritrova - si diceva - chissà quali risultati potrebbe ottenere se si allenasse con costanza e conducesse una vita da atleta”. Ma non era vero.

 

Pietrangeli appartiene infatti alla stirpe dei geni sregolati della racchetta, di quelli che, in un secolo, si contano sulle dita di una mano, come McEnroe, Noah, Panatta. Quelli che amano anche godersi la vita, che possono permettersi di tirare l’alba in lieta compagnia e, dopo poche ore, scendere in campo e battere facilmente un avversario riposato, allenato e nutrito secondo i sacri canoni dell’atleta.

Perché a Pietrangeli piaceva davvero godersi la vita. Dice un vecchio adagio spagnolo: “la vida buena es muy cara; ai otra, mas barata, pero ya non es vida”. Ovvero: la vera vita è molto cara; ce n’è un’altra, più a buon mercato, però non è vita. E’ una sorta di filosofia che si adatta bene a Nicola. Nell’arco della sua esistenza non ha mai badato a spese e ha preso sempre dalla vita - quella “vera” - tutto ciò che questa poteva dargli.

 

Pur dichiarando sempre uno sviscerato amore per il calcio che non ha mai abbandonato, nel 1949, a sedici anni, entrò a far parte della squadra di tennis del Parioli in Coppa Bossi e l’anno successivo esordì in campo internazionale nella squadra giovanile assieme a Michele Pirro.

Nel 1951 vinse il titolo juniores e passò in seconda categoria. Completò la sua ascesa nazionale aggiudicandosi, in coppia con Antonio Maggi, il campionato italiano di categoria, passando finalmente in prima. Nel 1953 era già tredicesimo nella classifica nazionale.

 

Iniziava così la strepitosa e irripetibile carriera di colui che viene unanimemente riconosciuto come il più raffinato talento prodotto dal nostro tennis. Approfittando della momentanea indisponibilità di Fausto Gardini e Beppe Merlo - squalificati dalla Fit per avere battuto cassa - già nel 1954 Nicola esordì in Davis contro la Spagna battendo Ferrer nell’ultimo singolare e dando così il suo contributo al cappotto che la nostra squadra rifilò agli iberici.

Da allora, fino al 1972, partecipò a tutte le edizioni di Coppa Davis (salvo due incontri nel 1970 e nel 1971). Le statistiche parlano di 66 incontri giocati,per complessivi164 match disputati, di cui 120 vinti: una serie di record che saranno difficilmente battuti.

 

Nicola era dotato di una straordinaria sensibilità tecnica. Poteva scendere in campo nelle peggiori condizioni, impensabili per qualsiasi altro tennista; dopo una notte di bisbocce o una mangiata pantagruelica, ma se, fin dai primi scambi, “sentiva” l’impatto con la palla, non ce n’era per nessuno. Al contrario, se non avvertiva questo speciale feeling e andava in svantaggio, gli era molto difficile recuperare. Il suo colpo migliore era il rovescio, che eseguiva con una padronanza assoluta, di piatto, in back o in top, con la stessa disinvoltura.

Sostanzialmente era un regolarista, ma anche un ottimo incontrista, capace di passanti imprevedibili. Non aveva un grande gioco d’attacco, ma era ugualmente capace di trovare ottime soluzioni al volo. Dotato di una grande solidità atletica, era particolarmente a suo agio sulla terra rossa, dove, nelle giornate di “buona”, palleggiava dalla linea di fondo, con la stessa profondità e intensità, per un numero interminabile di scambi.

 

Nel 1957 ottenne il suo primo importante successo internazionale; vinse infatti il torneo di Roma battendo in finale Beppe Merlo in tre set, successo che ripeté nel 1961, questa volta a spese nientemeno che di Rod Laver: 6-8 6-1 6-1 6-2 lo score. Agli Internazionali romani disputò poi ancora due finali (1958 e 1966). Ma i risultati più prestigiosi furono indubbiamente i due trionfi al Roland Garros. Qui, Nicola si impose nel 1959 e l’anno successivo, sconfiggendo in finale rispettivamente Vermaak in quattro set e Ayala in cinque. Anche a Parigi giocò due finali: nel 1961 e nel 1964, battuto entrambe le volte da Manolo Santana.

Pietrangeli non fu grandissimo solo in singolare. Col gigante fiumano Orlando Sirola, formò infatti una delle coppie più forti del mondo. Insieme raggiunsero una serie infinita di successi; tra i risultati più probanti, la finale a Wimbledon nel 1956 e, nel 1959, la vittoria al Roland Garros dove disputò anche una finale nel 1955. Curiosamente non riuscì mai a vincere il doppio agli Internazionali d’Italia; per ben 8 volte si fermò in finale: 7 con Sirola e 1 con il sudafricano Cliff Drysdale.

 

Nel luglio 1960 Nicola sposò Susanna Artero, il suo primo amore. L’aveva conosciuta in modo alquanto singolare. “Nicola, Nicola!”, aveva sentito chiamare per strada. Quella bella ragazza però si rivolgeva al suo cane. Nicola - inteso come Pietrangeli - aveva allora vent’anni. Fu il colpo di fulmine. Dal matrimonio nacquero tre figli, poi un giorno tutto finì, come sono nate e finite tante cose nella vita del campione. Comunque quel 1960 fu un anno importantissimo anche per la sua vita professionale. Era infatti l’epoca in cui il professionismo nel tennis stava vivendo il suo momento migliore e un personaggio come Pietrangeli rappresentava una perfetta macchina da soldi.

C’è da dire che, sull’argomento, Nicola è sempre stato sensibile. Anche se è indubbio che nei suoi confronti madre natura sia stata generosa, egli ha avuto la sfortuna di vivere i suoi anni leggendari con leggero anticipo rispetto a quelli “d’oro” in cui cominciarono a circolare cifre importanti, fino ad arrivare a quelle da capogiro di oggi. Questo fatto gli è sempre rimasto sullo stomaco e non ne ha mai fatto mistero con nessuno, forse pensando anche al particolare che il suo primo titolo italiano, nel 1958, gli fruttò soltanto una motocicletta. “Panatta, in un anno, ha guadagnato cifre che ai miei tempi ci volevano dieci anni” - già dichiarava parecchi anni fa in un’intervista a Tuttosport.

 

Comunque, Jack Kramer, colui che per primo aveva aperto quella strada, intuì il business e contattò il nostro campione. Da vecchio volpone, cercò di tirare sul prezzo e gli offrì un contratto di 50.000 dollari per inserirlo in un circuito di cui facevano parte Gimeno, Haillet e Nielsen. Nonostante si trattasse di una cifra esorbitante per uno che aveva guadagnato al massimo 6 milioni in un anno, Pietrangeli si rese conto che si trattava di una squadra di serie B che non avrebbe mai riempito le tribune e quindi nemmeno le sue tasche, così rifiutò. Kramer rilanciò a 60 mila, proponendogli di far parte di un’équipe formata da Hoad, Rosewall, Gonzales.

Dopo una lunga e sofferta riflessione, il 24 agosto 1960, a Roma, Pietrangeli annunciò ufficialmente il suo passaggio al professionismo. Nel corso della conferenza stampa, spiegò esaurientemente le ragioni della sua decisione: “Fino a oggi - disse - ho vissuto come un principe e sono grato alla Federazione. Ma è un mondo di fiaba che si dissolverebbe al primo accenno di un mio declino. E allora, quale prospettiva mi resterebbe se non quella di diventare maestro e di fare undici ore al giorno sotto il sole per insegnare a ragazzini svogliati e distratti come si deve tirare una palla?”.

 

E ancora: “Sono convinto che il tennis dilettantistico sia destinato a sparire. Fra due o tre anni, il tennis Open sarà una realtà alla quale anche la Davis dovrà aggiornarsi”. In questo, Nicola è stato un buon profeta; dal 1968 infatti, non solo la Davis, ma tutti i tornei aprirono le porte ai giocatori professionisti.

Per tornare a quel 24 agosto 1960 e all’avvenimento che aveva gettato nella costernazione l’intera Italia tennistica, occorre ricordare che, in quei giorni, a Roma, si stavano svolgendo le Olimpiadi e Pietrangeli non aveva fatto i conti con l’atmosfera patriottica che aleggiava nell’aria. Il tricolore che sventolava, Berruti che vinceva i 200 metri e levava al cielo la sua medaglia d’oro mentre risuonavano le note dell’inno di Mameli. Abbastanza per far venire il magone a Nicola che ritornò precipitosamente sulla sua decisione e, appena tre giorni dopo l’annuncio, comunicò la sua rinuncia ai dollari di Kramer. Rinuncia alla quale - dicono i maligni - non fu estranea nemmeno l’idea che, da professionista, avrebbe faticato molto di più di quanto non avesse mai fatto.

 

Così Nicola Pietrangeli riprese, da dilettante, a giocare e a vincere per altri dieci anni, fruendo anche del vantaggio di trovarsi dei tabelloni sfoltiti dalla presenza di molti campioni che avevano saltato la barricata. Giocò alla grande fino al 1972 non disdegnando di apparire ancora, ma con poca gloria agli Internazionali d’Italia, poi, nel 1974 appese la racchetta al chiodo.

Lasciò comunque il tennis italiano in buone mani. Gli subentrò infatti un Adriano Panatta poco più che ventenne, al quale, idealmente, aveva passato il testimone già nel 1970, nella storica finale degli Assoluti di Bologna, nella quale abdicò al trono di campione italiano, dopo aver conquistato 7 titoli in singolare, 16 in doppio e 1 in doppio misto, in coppia con Lea Pericoli.

 

Il commentatore televisivo e le pubbliche relazioni furono alcune delle attività cui si dedicò in seguito, ma la sua vicenda tennistica, da protagonista, non era certo terminata. Nel 1976 infatti accettò l’incarico di capitano della squadra di Coppa Davis, subentrando a Fausto Gardini. Di questa squadra facevano parte, oltre ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli, quasi tutti con delle personalità non facili da gestire. Pietrangeli si dimostrò però subito all’altezza della situazione e trovò il giusto equilibrio di comportamento per trarre da ciascuno di loro il meglio. E il meglio fu il raggiungimento, in quello stesso primo anno, della finalissima. L’avvenimento segnerà la storia del nostro tennis, non solo perché vincemmo nell’occasione la nostra prima e finora unica Coppa Davis, ma per i problemi politici che sollevò.

A contenderci l’insalatiera c’era infatti il Cile, che ci aspettava a Santiago con la sua modesta squadra, giunta all’atto finale anche grazie al ritiro, in semifinale, dell’Unione Sovietica che, per ovvi motivi di schieramento politico, si era rifiutata di giocare contro una nazione rappresentata dal generale Pinochet. Anche in casa nostra, ovviamente, la pressione politica che chiedeva la rinuncia all’incontro era fortissima e poteva contare anche sull’appoggio del neo eletto presidente della Federazione Paolo Galgani. Ma i giocatori, con Pietrangeli in testa, si batterono come leoni per andare in Cile. “Lasciateci giocare a tennis, ce lo meritiamo, la politica la facciano i politici. Se non andiamo in Cile, non si sarebbe dovuto andare in cento altri paesi, come l’Unione Sovietica, la Cecoslovacchia, il Brasile o l’Argentina. Oppure facciamo i conti coi morti in galera e diciamo no al Cile perché furono centomila e sì all’Argentina perché furono la metà?”.

 

Così si esprimeva battagliero Pietrangeli per sostenere la causa che gli stava a cuore. La ragione sportiva e il buon senso alla fine ebbero la meglio, i ragazzi andarono a Santiago e, secondo pronostico, trionfarono. Il risultato fu un secco 4-1, col punto della bandiera del Cile ottenuto, a risultato acquisito, da Prajoux sulla riserva Zugarelli. Pietrangeli riuscì, l’anno successivo, a portare nuovamente alla finalissima la stessa squadra, anche se erano già nati i primi screzi con i giocatori e in particolare con Adriano Panatta. L’esito negativo di questa finale (1-3 a Sydney contro l’Australia) fece precipitare le cose e una vera e propria congiura di squadra costò a Pietrangeli l’incarico, che fu poi assunto da Orlando Sirola, il suo vecchio compagno di doppio. Nemmeno lui comunque ebbe grande fortuna.

Nel 1988 si candidò alla presidenza della Fit. Era sempre stato in aperta polemica con la Federazione e con il suo presidente, per cui le cose non gli andarono bene perché - come dichiarerà più tardi in un’intervista alla Gazzetta dello Sport - “Nel tennis non si riesce a formare un’opposizione. Il presidente si è creato la sua bella rete di consensi, una miriade di circoli che si fanno comperare con una scatola di palline e una rete. Meglio lasciar perdere”.

 

In seguito, per un certo periodo, Pietrangeli non ha avuto molto tempo per pensare al tennis, perché si è trovato di fronte a un inatteso e serio problema fisico; lui che, nella vita, non aveva mai avuto altro che qualche raffreddore. Da par suo l’ha affrontato e superato con grande coraggio, palandone poi con serenità e con la consueta ironia, la stessa che gli faceva raccontare, da ragazzo, che la cicatrice sotto il mento, era il ricordo di una coltellata rimediata in un vicolo malfamato di Marsiglia. Era stata causata, in realtà, da un dentista arabo poco accorto.

 

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