La tennista è apparsa molto delusa dopo la sconfitta contro la Cirstea agli US Open. Le sue parole in conferenza stampa


Photo © Ray Giubilo

Il sorriso oggi non c’è. Un po’ – tanta – delusione, ma anche la voglia di salvare quel che di buono ha significato la puntata newyorchese di Jasmine Paolini. «Di buono c’è che dopo quattro settimane di stop (per l’infortunio al piede, ndr) sono tornata a competere. Sapevo che dovevo alzare il livello, l’avevo già detto dopo il match con la Stefanini, e lo confermo. C’è da lavorare. In fondo ho giocato tre partite, non perfette, ma tre partite. Poteva andare meglio, certo. Ma poteva anche andare peggio». Saggezza tipicamente ‘paoliniana’.

Peccato perché dopo il primo set, con la Cirstea, nel secondo Jas si era anche trovata avanti 3-1. Ma né l’espressione né il linguaggio del corpo erano quelli dei giorni buoni. «E’ stata una giornata dura. Non mi sentivo al meglio fisicamente, per quello forse ero negativa. Ho fatto fatica, tanti errori (25 gratuiti, ndr) ho avuto poca lucidità. In alcune situazioni facevo anche fatica a muovermi, come del resto i primi giorni che ho passato qui. Quando ero ferma non ho potuto allenarmi più di tanto, stare senza racchetta, senza andare in campo, non è stato facile».

Colpa, le chiediamo, anche di un tennis sempre più ‘centrifugato’, che brucia tanto il fisico e la mente? «Il tennis è sempre più fisico, sempre più veloce, il livello si alza ogni anno e non è facile restare all’altezza. Manca il tempo, lo spazio per allenarsi, e questo inevitabilmente ti stressa anche mentalmente. Bisogna puntare tanto su una programmazione intelligente, ed è quello che cerchiamo di fare». Il programma post-Flushing comunque è già abbozzato: «Billie Jean King Cup, pechino, Wuhan Ningbo… per ora mi sembra abbastanza».